Storie brevi: 40 acri e un mulo

Immaginiamo un paese giovane e in forte espansione, un paese che viaggia a quattro velocità diverse. A nord si trovano le maggiori enclavi industriali dove vengono impiegati i lavoratori provenienti dall’Europa, uomini liberi approdati lì in cerca di fortuna o anche solo di un lavoro sicuro. A ovest ci sono territori sconfinati che i pionieri stanno cercando di sottrarre con la forza e con l’inganno ai legittimi proprietari indiani. A sud ci sono le grandi proprietà agricole che funzionano unicamente grazie all’impiego di schiavi arrivati dall’Africa, manodopera a costo zero. Poi ci sono gli indiani, di cui non frega niente a nessuno, considerati ladri e straccioni da poter rinchiudere in stretti lembi di terra, mentre tutto intorno a loro viene stravolta la terra. Questi sono gli Stati Uniti a metà del ‘800.

Alla fine 1860 venne eletto presidente della repubblica Lincoln (che si sarebbe insediato a marzo 1861), un Repubblicano del nord molto vicino agli interessi degli industriali e moderatamente antischiavista. Per gli stati del sud la sua elezione rappresentava un serio problema in quanto avrebbe accelerato il processo di abolizione della schiavitù a livello federale, costringendo di fatto i proprietari terrieri del sud a liberare tutta la manodopera e a doverla pagare… senza considerare quanta di questa manodopera si sarebbe trasferita nelle città industriali a nord. Quest’ultima considerazione era la viva speranza degli industriali del nord: un ex schiavo avrebbe lavorato di sicuro ad un salario minore di un immigrato europeo.

Fu così che nacque la Confederazione Sudista e che nel giro di pochi mesi scoppiò la Guerra di Secessione (1861-1865). La storia la conosciamo tutti, anche se il più delle volte è stata riportata in maniera molto romanzata in classica salsa americana “buoni-contro-cattivi” con un pizzico di “liberiamo-gli-oppressi” e due cucchiai di “esportiamo-democrazia”. Spiegazioni semplicistiche della guerra che possono andare bene per gli amanti di libri come “La capanna dello zio Tom” del 1852.

Durante le fasi finali della guerra accadde un fatto singolare. Tutti voi avrete visto il film “Via col vento”, giusto? Bene in quel film viene illustrato l’assedio di Atlanta da parte di un generale unionista di nome Sherman. Quell’assedio era parte integrante di una campagna militare di fondamentale importanza condotta da questo generale e giunta al successo proprio all’inizio del 1865. Il 16 gennaio di quell’anno il generale emise ordine speciale (Special Field Orders, No. 15) da applicare alle famiglie nere di schiavi liberati dall’esercito nei territori della Georgia, Sud Carolina e Florida. In quel documento si attribuiva un risarcimento da pagare agli ex schiavi consistente in 40 acri di terra e un mulo per poterli arare; queste terre dovevano essere confiscate ai precedenti proprietari terrieri sudisti. Di fatto nel giro di sei mesi 10.000 famiglie usufruirono di questo atto per potersi insediare sulla terra confiscata e per ricominciare una nuova vita.

Il presidente Lincoln venne ucciso il 15 aprile del del 1865 a guerra appena finita (era passata neanche una settimana). Il suo successore fu il Democratico Johnson, scelto a suo tempo come vice-presidente da Lincoln poichè era l’unico politico proveniente da uno stato confederato che non aveva abbandonato il parlamento unionista, veniva infatti dal Tennessee. Egli cercò di attuare una politica di pacificazione col sud, ma ben presto dovette scontrarsi con la maggioranza del parlamento composta da Repubblicani radicali, per questo fu costretto ad una serie di atti elaborati controvoglia volti in parte a punire il sud del paese (lasciando così aperte ferite ancora oggi visibili) e a mantenere fruibile la manodopera nera in favore degli industriali del nord.

Fu così che dopo appena sei mesi le terre appena concesse ai neri vennero confiscate dal governo per poi essere restituite ai precedenti proprietari. Questo fatto causò sia malcontento sia una forte immigrazione verso le città del nord (casualmente).

Scena memorabile di

Scena memorabile di “Via col vento”

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