Storie della Bolognina – 0

0 – IL MATTO

Luca stava seduto di fronte alla finestra di camera sua e come tutti i pomeriggi osservava il cielo mutare colore col passare delle ore, a volte era un cielo azzurro a volte era un cielo grigio, a volte non si intravedevano nuvole a volte pioveva a dirotto, a volte addirittura nevicava. Per anni Luca aveva sempre ripetuto quel rituale con precisione maniacale: non appena finiva di pranzare si chiudeva in camera sua e si metteva lì sino all’ora di cena a riflettere in silenzio. Nei giorni particolarmente soleggiati si metteva talvolta a disegnare su un vecchio blocco di carta che teneva sulla scrivania, nel quale ritraeva sempre e solo il palazzo di fronte al suo. I disegni che considerava più belli li aveva appesi tutti alle pareti della camera. La famiglia di Luca abitava in un appartamento al terzo ed ultimo piano di una palazzina di via Nicolò Dall’Arca all’angolo con via Albani, nella parte più antica del quartiere Bolognina, in una zona   composta di vecchie case basse con caratteristici mattoni a vista di colore rossiccio. Si trattava di abitazioni costruite agli inizi del ‘900 quando la zona era abitata principalmente da famiglie di operai che lavoravano nelle vicine fabbriche, erano tutte case di tre o quattro piani e gli appartamenti all’interno tendevano ad essere tutti uguali nella forma e nella metratura. La casa aveva un piccolo ingresso intorno al quale si sviluppavano gli ambienti: la cucina e la camera dei suoi genitori si affacciavano su via Dall’Arca, il bagno guardava su via Albani, mentre la camera di Luca era l’unica a dare sul retro della palazzina. Era un alloggio modesto acquistato dal nonno di Luca subito dopo la fine della seconda guerra mondiale. Nonno Paolo, in quegli anni, era stato costretto a trasferirsi dalla campagna di Minerbio alla città per motivi di lavoro. Allora, la famiglia era composta dai nonni di Luca e da suo padre ancora in fasce; nonno Paolo aveva da poco iniziato a lavorare per una impresa edile e il lavoro in quegli anni di ricostruzione non gli mancava, mentre nonna Luisa restava ad occuparsi della casa e saltuariamente si dedicava al cucito.

Dalla finestra della camera di Luca si potevano vedere molte cose. La più caratteristica era il mercato di via Albani, uno dei principali punti di ritrovo e di commercio della Bolognina, dove il padre del ragazzo aveva una bancarella di frutta e verdura che gestiva da diversi anni; solo raramente Luca si alzava dalla sedia per osservare i movimenti di suo padre o delle altre persone intorno a lui, essendo molto più interessato alle evoluzioni del cielo che non alla varietà delle persone. Mamma Adele entrava spesso in camera durante i pomeriggi per controllare che tutto fosse a posto e che suo figlio stesse seguendo la sua routine in modo regolare e senza incidenti: era pronta ad ogni evenienza e portava sempre in tasca una scatola di Lorazepam come le aveva consigliato di fare lo psichiatra che da anni seguiva il caso di Luca. Il ragazzo era generalmente innocuo. Troppo perso nei suoi viaggi mentali per provare ad interagire in qualche modo col mondo esterno e con le persone che lo circondavano. Era in grado si svolgere correttamente tutte le funzioni vitali di un qualsiasi essere umano, ma non era interessato all’interazione con gli altri; per esempio mangiava a tavola coi genitori, ma non rivolgeva mai loro la parola. Nessuno sapeva con precisione cosa attirasse così tanto l’attenzione di Luca nel cielo: lo psichiatra sosteneva che si trattasse di fenomeni allucinatori prolungati, come se il ragazzo guardando ad si sopra dei tetti lasciasse libero sfogo alla sua fantasia sino a costruirsi un mondo tutto suo fatto di immagini e personaggi fantastici, ma questa teoria era in contrasto con le decine di disegni che ritraevano perfettamente il palazzo di fronte. Luca dal canto suo non faceva nulla per aiutare gli altri a comprendere meglio la sua passione per il cielo.

Nella zona tutti conoscevano la storia di Luca. Molti se lo ricordavano ancora come era da bambino, altri ancora si ricordavano suo padre Carlo ancora in fasce negli anni della ricostruzione e dei sacrifici; anni che erano passati lentamente e nei quali tutto sembrava possibile, bastava rimboccarsi le maniche e lavorare sodo. Eppure per molti anni la famiglia aveva faticato a trovare una forma redditizia di sostentamento. Quando Carlo aveva deciso di sposarsi con Adele si erano ritrovati a vivere in quattro nel piccolo appartamento di via Nicolò Dall’Arca poiché le due famiglie d’origine non avevano abbastanza soldi per comprare un appartamento alla giovane coppia. Nel 1972 la nascita di Luca coincise con la svolta economica della famiglia: nonno Paolo aveva deciso di prendere in gestione un banco di frutta e verdura nell’adiacente mercato di via Albani ottenendolo ad un prezzo di favore dal signor Ettore, un anziano amico di famiglia rimasto senza eredi a cui trasmettere l’attività portata avanti con dedizione per tanti anni. L’attività commerciale si dimostrò più redditizia del previsto. Erano anni d’oro per il commercio e in pochi mesi padre e figlio riuscirono a creare un ottimo giro di clienti fissi, le entrate economiche erano costanti e in casa tutti cominciavano a pensare in grande. Erano passati tanti anni e molte cose erano cambiate nel mondo, e la Bolognina ne era uno specchio fedele e talvolta impietoso.

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Luca non perdeva mai tempo a ricordare il suo passato, soprattutto quando si metteva a sedere davanti alla finestra pronto a vivere nuove entusiasmanti avventure sulle ali della sua fantasia. Il volo. Ecco cosa aveva sempre affascinato il ragazzo sin dalla più tenera età: la possibilità di poter girare da un posto all’altro solcando i cieli nella più totale libertà e tranquillità. Nelle sue ore silenziose immaginava di volare e di raggiungere posti lontani, il più delle volte sconosciuti, dove poteva apprendere cose nuove senza l’intrusione di altri esseri umani. Si circondava di paesaggi mozzafiato e di animali incuriositi vivendo in armonia con tutte quelle visioni, ma con la consapevolezza di non poter rivelare a nessuno l’esistenza di quei luoghi per mantenerne intatta la purezza. Spesso visitava paesaggi bagnati dal mare e allora nella sua mente si facevano strada alcuni fotogrammi sbiaditi di un passato lontano, istanti di vita immortalati anche da alcune fotografie che erano appese in camera sua: la sua prima vacanza. Il 1975 fu il primo anno in cui la famiglia riuscì a permettersi le vacanze al mare. Tutti insieme avevano trascorso due allegre ed emozionanti settimane a Rimini permettendosi gli agi della vita in albergo e delle spiagge affollate. Luca era un bambino meravigliosamente tranquillo: non faceva i capricci, dormiva la notte e non bagnava il letto, mangiava di tutto senza lamentarsi ed era circondato dall’affetto incondizionato di ogni membro della famiglia. Certo i mari che visitava nelle sue peregrinazioni pomeridiane erano ben altra cosa se paragonati a quello della riviera romagnola. I suoi paesaggi incontaminati parlavano di tropici, di isole sconosciute dei Carabi, di atolli dimenticati della Polinesia e di fortunosi naufragi nell’Oceano Indiano.

I nonni di Luca erano già morti da alcuni anni, ma lui sostanzialmente non se ne era reso conto. Da un giorno all’altro avevano semplicemente smesso di farsi vedere nella sua camera e di loro non erano rimaste che le foto appese ai muri. In realtà nonno Paolo e nonna Luisa non abitavano più in quella casa da molti anni, da quando avevano deciso di comprare una nuova casa per tornare a vivere a Minerbio in modo da lasciare alla giovane famiglia i propri spazi; gli affari andavano talmente bene che nel 1979 i nonni annunciarono al piccolo Luca che presto si sarebbero trasferiti nella loro nuova casa e che quella villetta in provincia un giorno sarebbe stata tutta sua. Il piccolo in cuor suo non avrebbe mai barattato la vicinanza dei nonni con nessun blocco di mattoni ancorché redditizio. Eppure quel pensiero di bambino era ormai sperduto nei meandri della psiche di Luca. Nei suoi viaggi mentali non c’era un posto riservato ai parenti e non era per una qualche ritorsione ingiustificata, ma solo perché sapeva che nessuno avrebbe potuto volare in quel cielo insieme a lui. Luca volava e toccava il cielo con le mani, spostava le nuvole a suo piacimento e talvolta ci giocava costruendo figure di animali; se il tempo era brutto volava in mezzo ai fulmini e alla pioggia battente senza timori perché sapeva che gli elementi erano dalla sua parte e la loro ira era rivolta alla comunità della terra, colpevole di distruggere tutte le bellezze del pianeta.

C’erano dei rarissimi giorni in cui non riusciva a volare e allora si arrabbiava con sé stesso ed iniziava ad urlare e a dimenarsi in modo violento arrivando talvolta a sbattersi la testa contro il muro. In quei casi interveniva mamma Adele a sedarlo con le medicine prescritte dallo psichiatra e lui sprofondava in un sonno senza sogni per il resto della giornata; restava a letto con lo sguardo fisso nel vuoto e la sua mente restava imprigionata in una stanza asettica senza la possibilità di porte o finestre. Per fortuna era un incidente che capitava tre o quattro volte all’anno e non di più. Del resto, le ali di Luca erano robuste e l’esperienza l’aveva portato ad un livello tale da sfidare le peggiori condizioni pur di raggiungere le tanto sognate mete naturali. C’erano infine alcuni giorni in cui decideva deliberatamente di riposarsi e lo faceva generalmente nelle giornate soleggiate, perché aveva paura di rovinarsi le ali esponendole troppo spesso al forte calore del sole: erano le giornate in cui si dedicava al disegno. Il suo unico soggetto era il palazzo di fronte al suo. Era legato sin da piccolo a quell’immagine che evocava in lui sensazioni di sicurezza e tranquillità. Erano rari i momenti di lucidità e consapevolezza nei quali si rendeva conto di essere tra le mura di casa, in un ambiente a lui amico.

Da bambino la giovane vita del piccolo Luca ruotava tutta intorno alla Bolognina, si recava a scuola tutte le mattine in via Di Vincenzo, quando tornava a casa faceva diligentemente i compiti poi correva a fare compagnia a suo padre al mercatino oppure andava con gli amici a giocare in Piazza dell’ Unità o sotto i portici di via Matteotti. Il loro gioco preferito era correre in bicicletta evitando i pedoni e ridendo alle loro giustificate imprecazioni, né papà Carlo né mamma Adele sarebbero stati molto contenti se avessero saputo di questo irriverente passatempo. Erano i primi anni ’80 e tutto il mondo sembrava in costante evoluzione: tutto cambiava con una rapidità assurda a partire dalle mode, ma non facevano eccezione i film, le letture, le idee e le stesse nazioni. C’era grande fermento anche nelle piccole strade della Bolognina e i suoi abitanti sentivano il cambiamento nell’aria. Erano ancora anni buoni per chi commerciava. Giravano tanti soldi e la gente iniziava a spendere in proporzione maggiore rispetto ai decenni precedenti e chi ci guadagnava maggiormente non era chi commerciava nell’essenziale bensì chi commerciava in quello che prima era considerato lusso se non addirittura superfluo: erano i tempi che cambiavano.

L’unica cosa che Luca ricordava di tutti quegli anni era il palazzo di fronte alla sua finestra, tutto il resto era andato perduto. Tutti i luoghi e tutti i volti delle persone amiche erano sprofondati in una voragine nera all’interno della sua memoria. Agli altri questo non era successo. Tutte le persone che l’avevano conosciuto si ricordavano di lui e di quanto fosse un bambino vitale e sorridente. Tutte le persone delle zona sapevano che la sventura si era abbattuta sulla sua famiglia in un lontano pomeriggio di Aprile del 1984. In un soleggiato pomeriggio Luca stava correndo in bicicletta coi suoi amici sotto i portici di via Matteotti in direzione del ponte di Galliera. Arrivati a gran velocità all’incrocio con via Zampieri non si accorsero di alcune signore anziane che stavano svoltando l’angolo proprio in quel momento e dovendole evitare all’ultimo istante sterzarono bruscamente verso la strada. Luca, che era il più esterno del gruppo, venne colpito in pieno da un autobus che transitava proprio in quel momento e cadde rovinosamente a terra sbattendo la testa contro l’asfalto: quello fu il momento in cui il cervello di Luca formattò tutte le informazioni precedentemente acquisite e cominciò a crearne delle nuove a proprio uso e consumo. L’incidente non aveva danneggiato in maniera evidente il cervello nelle sue parti adibite al controllo motorio, ma i danni si erano prodotti in quelle aree coinvolte nel controllo della personalità: ad esempio Luca non aveva perso l’uso della parola, ma aveva deciso di propria iniziativa di non farvi ricorso. Non era impossibilitato a comunicare. Aveva semplicemente scelto di non farlo. I primi tempi furono i più duri per la sua famiglia poiché tentarono di curarlo portandolo da diversi specialisti e provando diverse cure farmacologiche, ma senza mai ottenere i risultati sperati: Luca viveva ormai nel suo universo e nessuno avrebbe mai potuto riportarlo nel mondo comune. L’esasperazione e la rassegnazione alla fine ebbero la meglio. Carlo e Adele si rassegnarono al fatto che il loro unico figlio sarebbe stato per tutta la vita chiuso nel suo limbo, senza la possibilità di riuscire a comunicargli anche le emozioni più tenere che un genitore può nutrire nei confronti di un figlio, avevano davanti un muro impenetrabile.

Era un pomeriggio di Aprile del 2003 e Luca se ne stava come sempre seduto davanti alla sua finestra fissando il cielo. Quel giorno era particolarmente indeciso sulla meta da raggiungere e la sua testa stava analizzando i pro e i contro delle varie destinazioni. La sera prima in televisione aveva visto un documentario sulle Filippine ed era rimasto colpito nell’apprendere che erano formate da più di settemila isole, un numero impressionante, ed era sicuro che ce ne fossero molte non abitate se non addirittura inesplorate. Poteva essere la meta che faceva al caso suo. Quando finalmente si decise a partire la sua gioia durò poco: si accorse immediatamente di non riuscire a librarsi in cielo con la solita tranquillità, c’era qualcosa che lo teneva inchiodato in quella stanza. Innervosito iniziò a guardarsi intorno e vide le pareti della stanza farsi sempre più cupe. Le foto ed i disegni alle pareti iniziarono a deformarsi trasformandosi in orrende figure sghignazzanti. Cercando la forza di urlare scoprì, per la prima volta in vita sua, che non ne era in grado di farlo e rimase immobile a fissare le pareti cercando dentro di se l’energia per aprire le ali e volare lontano da quel luogo di terrore, ma tutto sembrava vano. Si girò allora verso la finestra e guardò il cielo in cerca di una illuminazione. Colto da un’improvvisa ispirazione aprì la finestra e si lanciò nell’azzurro volando verso le isole delle Filippine.

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Un’ambulanza arrivò in pochi minuti e fu subito chiara la gravità della situazione dal momento che Luca aveva perso molto sangue e non riprendeva conoscenza. Venne portato d’urgenza all’ospedale Maggiore. I genitori erano ancora sotto shock. Adele si era accorta subito di quello che era successo perché non appena aveva sentito aprire la finestra si era precipitata in camera del figlio: Luca non apriva praticamente mai gli infissi della sua stanza   e lei era solita dare aria quando lui era seduto a tavola a mangiare. La vista del figlio in un pozza di sangue nel giardino sottostante l’aveva inorridita al punto che aveva iniziato ad urlare richiamando così l’attenzione di tutto il vicinato, compreso tutto il mercato di via Albani e quindi anche suo marito Carlo.

Luca intanto girava per le isole delle Filippine: esplorava foreste intricate e incontrava animali dalle forme e dai colori mai visti prima, si immergeva nelle acque limpide di alcune spiagge e mangiava frutti sconosciuti. All’improvviso si sentì stanco e si fermò a dormire sotto un albero guardando per un ultima volta il sole tramontare sul mare prima di chiudere gli occhi. Luca non arrivò mai vivo in ospedale.

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