Storie della Bolognina – 2

02 – LA PAPESSA

Su una panchina di Piazza dell’Unità era seduta un’anziana signora di bassa statura, col corpo esile e una lunga chioma di capelli argentati, da anni tutte le mattine si metteva sempre sulla stessa panchina e per alcune ore restava in silenzio ad osservare il mondo che la circondava. Nel quartiere tutti conoscevano, almeno di vista, la signora Elsa dal momento che aveva vissuto in Bolognina sin dal giorno della sua nascita, nel lontano 1921.

Come tutti quelli della sua generazione aveva vissuto la guerra e aveva visto distruggere il mondo della sua infanzia per far posto ad un mondo più frenetico e sempre meno spirituale, nel corso degli anni aveva osservato e catalogato nella sua mente ogni singolo cambiamento non solo del quartiere, ma della città tutta. Sino alla maggiore età aveva vissuto totalmente gli anni del regime fascista, impegnata costantemente tra lo studio ed i rituali imposti dalle autorità agli adolescenti; personalmente il regime le era indifferente e riscontrava lo stesso atteggiamento passivo anche in tutti coloro che la circondavano: non c’era né approvazione totale né osteggiamento totale da parte degli Italiani, ma solo semplice e pacifica passività. In quegli anni le sue riflessioni erano tutte rivolte alla comprensione di quello strano fenomeno, non capiva se tutta quella passività fosse una tara originaria insita nel dna degli Italiani oppure se fosse un qualcosa di istigato subdolamente dal regime tramite la propaganda.

Il suo ragionamento di partenza era molto semplice e logico e partiva da una domanda di facile comprensione: il popolo è d’accordo col regime e con le sue opere? In caso affermativo ci si doveva aspettare un’adesione entusiasta ad ogni aspetto della vita sociale irreggimentata, in caso negativo qualsiasi popolo si sarebbe ribellato al giogo dei propri governanti come già era successo in tanti altri paesi. I ragionamenti della giovane Elsa la portarono a concepire il popolo italiano come un popolo fondamentalmente egoista, tutto incentrato sul proprio orticello ed incapace di una visione unitaria di benessere collettivo, in sostanza ognuno accettava il regime nella misura in cui quest’ultimo non interferiva con i suoi affari personali, se poi capitava che qualcuno finisse nei guai erano affari suoi.

L’arrivo della guerra non fece altro che confermare questo ragionamento. Il gregge popolare che sino ad allora aveva accompagnato il regime si sfaldava innanzi alla povertà, alle bombe, alle macerie, alla morte ed alla sconfitta; se la guerra fosse stata rapida e vittoriosa nessuno si sarebbe lamentato, ma una guerra fatta di sconfitte non poteva essere tollerata. Elsa visse quegli anni di dolore cercando di salvare il salvabile, vedendo il proprio paese sprofondare nella sconfitta, vedendo eserciti invasori affrontarsi nella sua terra, vedendo gli amici tedeschi accanirsi spesso contro la popolazione inerme e vedendo gli amici alleati radere al suolo il suo quartiere per bombardare la stazione di Bologna; iniziò a pensare che nessuno fosse lì davvero per il bene dell’Italia, neppure gli stessi Italiani.

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Il ricordo più bello degli anni della sua gioventù erano legati alla forte coesione spirituale all’interno della famiglia e della comunità, si respirava allora una devozione religiosa ancora genuina fatta di piccoli gesti, di pensieri gentili e di opere oneste; i momenti di preghiera erano tanti e quelli di solitaria riflessione non erano da meno, Elsa si accorgeva che la maggior parte delle persone erano in grado di apprezzare ed interiorizzare le piccole gioie di ogni giorno in modo spontaneo e naturale. Dopo la guerra questo atteggiamento iniziò pian piano a mutare. Gli anni della ricostruzione erano molto frenetici, c’era l’esigenza di recuperare il benessere perduto e di stare al passo con gli altri paesi sviluppati, gli interessi economici in ballo erano tanti sia ad alto che a basso livello. La Bolognina ne era un fulgido esempio nel suo status di quartiere da ricostruire, molti costruttori in quegli anni costruirono la loro ricchezza nelle strette strade del quartiere, intere opere vennero realizzate, case, negozi, fabbriche ed infrastrutture, tutto rinasceva e tutto faceva guadagnare. Elsa e la sua famiglia non rimasero con le mani in mano e parteciparono attivamente alla proliferazione di nuove ricchezze iniziando a gestire un modesto negozio di abbigliamento all’inizio della via Ferrarese ed acquistando un nuovo appartamento ricostruito in via Zampieri.

Il tempo iniziava ad essere scandito dal denaro e dal bisogno di averne sempre di più, per stare al passo con le spese, per stare al passo con gli altri, per comprare prima l’utile e poi il superfluo. Elsa da ragazza diventava donna, si sposava, aveva dei figli e continuava a costruire la sua stabilità ed il suo futuro sempre all’interno della Bolognina, senza mai smettere di osservarne e catalogarne i cambiamenti, sempre attenta a tutto quello che la circondava.

Le sue riflessioni si spostarono anche sul piano politico, la contrapposizioni elettorale di quegli anni vedeva da un lato la Democrazia Cristiana e dall’altro il Partito Comunista Italiano. La DC governava a livello nazionale e si faceva protettrice di valori spirituali tradizionali e della democrazia parlamentare portata dai liberatori, nel concreto era l’appendice del capitalismo mondiale all’interno della nazione, un partito servo degli interessi economici degli Americani e del Vaticano, ben lontana dalla vera spiritualità e connivente con oscuri potentati criminali. Il PCI governava localmente ed era portavoce ufficiale dell’Impero Sovietico, si riempiva la bocca di belle parole come libertà e diritti, ma il suo vero obiettivo era un altro; era una forza ipocrita che costruiva il suo consenso sul dogma dei partigiani, ma che a livello amministrativo locale sapeva anche creare un certo benessere tramite infrastrutture funzionanti ed accessibili a tutti. Elsa non amava nessuno dei due partiti, le sue riflessioni sulla loro doppia faccia non le permetteva di aderire a cuor leggero a quei colori, indipendentemente dalle riflessioni sul potere e sull’economia vedeva che erano raggruppamenti di persone fondamentalmente materialiste, persone che avevano dimenticato la vera spiritualità dell’uomo.

Nel corso degli anni aveva elaborato una sua visione dell’uomo come un essere composto da due parti essenziali: materia e spirito, entrambe fondamentali nel renderlo unico. Per vivere a pieno la propria vita un essere umano non poteva permettersi di ignora la propria natura e la propria dualità per cui era sbagliato sia l’atteggiamento di chi dava tutto alla parte materiale e così era sbagliato l’atteggiamento di chi coltivava solo la parte spirituale, la virtù stava nel mezzo come sostenevano saggiamente gli antichi. Il problema del mondo moderno era la quantità sempre minore di tempo che si dedicava alla propria parte spirituale, da intendersi non necessariamente come una fervida adesione ad una qualche religione o ad una forma di preghiera, bensì come tempo da dedicare alla propria crescita interiore tramite la riflessione e il contatto con la bellezza del mondo esterno. Quello che la società moderna cercava di trasmettere era l’idea che la cosa più importante fosse il raggiungimento del successo economico come unica misura del valore di un essere umano, come metro di giudizio tra un’esistenza appagante ed una vita sprecata. Tutto ruotava intorno al denaro ed ai mezzi di produzione, non si parlava che di ricchi e di poveri, di borghesi e di proletari, di padroni e di servi, ma ci si dimenticava sempre di parlare di uomini e di umanità.

La Bolognina andava cambiando, erano diversi i suoi abitanti, erano diverse le sue abitudini, tutto era cambiato all’insegna delle esigenze della modernità, il materialismo imperante ledeva l’anima delle persone, il possedere e l’apparire si sostituivano all’essere, tutto diventava uno specchietto per le allodole. Le riflessioni della signora Elsa negli anni iniziarono anche ad occuparsi di aspetti più filosofici legati allo sviluppo e al cambiamento delle città. Argomentava con se stessa che le metropoli tendevano ad essere dei luoghi estremamente dispersivi ancorché interessanti e pieni di vita, potevano essere fulcri di avanguardie culturali e di benessere economico, ma nascondevano anche tanti lati oscuri e degradati; allo stesso modo succedeva sia nelle città più piccole che nei piccoli paesi e che cosa erano in fondo i quartieri se non dei piccoli paesi all’interno di un paese più grande? Nel quartiere si trovavano luoghi simbolo e di aggregazione, c’erano cose che valeva la pena vedere e strade che era meglio evitare, c’erano palazzi belli e palazzi decadenti, ma allo stesso modo esso era anche una comunità di persone con abitudini forse differenti, ma con punti di riferimento identici.

Se la città cambiava era solo perché in primo luogo cambiava il quartiere, che a sua volta andava modificandosi quando cambiavano le strade e gli isolati, il tutto in quel piccolo grande gioco di scatole cinesi che era la vita. Bologna in qualità di città non faceva eccezione a questa regola e la Bolognina in qualità di quartiere non era esente dall’inesorabile passare degli anni, del resto solo gli stolti pensavano che le cose rimanessero sempre uguali. Chi, come Elsa, viveva da una vita all’interno dello stesso spazio era portato a percepire ogni singola modifica come un cambiamento del proprio corpo, a dimostrazione di quanto fosse stretto il rapporto tra esistenza e spazio vitale. Ogni singolo abitante poteva modificare l’ambiente circostante e la sua azione avrebbe inevitabilmente modificato la vita degli altri esseri umani intorno a lui, anche se in modo impercettibile.

Ogni tanto la signora Elsa si fermava sulle panchine di Piazza dell’ Unità a pensare alle infinità di cambiamenti che potevano accadere intorno a lei, si rendeva conto che le variabili con cui quotidianamente aveva a che fare potevano essere infinite, era per questo che non ci sarebbero mai state due giornate uguali alle altre, due ore uguali alle altre o due minuti uguali agli altri. Non era possibile pensare di vivere sotto una campana di vetro lontano da tutto e da tutti, senza dover subire i cambiamenti imposti più o meno volontariamente dagli altri e senza far subire agli altri di rimando; perché nel mondo tutti gli esseri umani erano sia soggetti attivi che passivi.

Dal 1960 in poi la società mutò drasticamente la sua rotta sotto le spinte evolutive provenienti da altri paesi dell’occidente, uno ad uno caddero vecchi tabù e molte delle regole che Elsa aveva sempre conosciuto andarono perdute. Si combattevano battaglie in nome di una meglio precisata libertà, ma quello che lei notava era un costante martellare alla base dell’istituzione fondamentale della società: la famiglia. La famiglia non era più un’entità sacra ed indissolubile, poteva essere spezzata in qualsiasi momento e questo di rimando aveva generato una certa leggerezza nella pratica del contrarre il matrimonio, ci si univa a cuor leggero perché si sapeva di poter interrompere comodamente quel vincolo in qualsiasi momento. La società aveva una visione chiara del futuro solo per quello che riguardava il progresso e lo sfruttamento economico, ma per quello che riguardava il progresso dell’individuo e la sua realizzazione come essere umano non c’era un vero spazio.

La signora Elsa non aveva in simpatia coloro che portavano avanti le eterne battaglie per i diritti, perché sosteneva fossero persone che non si preoccupavano minimamente dei doveri, ma si guardava bene dall’esprimere i suoi giudizi in pubblico perché non voleva passare da reazionario o essere etichettata come una persona di destra, in fondo la sua visione del mondo era talmente lontana dalla politica da non meritare una classificazione così povera di contenuti come quella dei partiti. L’unica cosa di cui era certa nelle sue riflessioni era che il progresso e questa matassa di nuovi diritti non stavano apportando un miglioramento reale alla vita delle persone dal momento che i rapporti umani andavano peggiorando, divisi sempre di più dal distacco e dalla materialità.

L’eterna evoluzione del mondo trasformo ben presto tutto lo scenario internazionale, eventi come il crollo dell’Unione Sovietica, la caduta del muro di Berlino, le nuove guerre nei paesi poveri e lo spostamento degli assi del potere rivoluzionarono la vita anche nella piccola comunità della Bolognina. Il flusso costante di stranieri dal 1990 in poi modificò il tessuto sociale di tutto il paese e di ognuna delle sue città, compreso il capoluogo emiliano; la Bolognina come quartiere con caratteristiche popolari si prestava bene ad accogliere interi nuclei famigliari di stranieri di diverse etnie e culture.

La signora Elsa osservò per anni questo flusso, non senza una certa preoccupazione in quanto sentiva invasi i suoi spazi, ma senza mai agire con ostilità nei confronti di queste persone.

Alla fine iniziò a socializzare con loro scoprendo che, indipendentemente dal paese d’origine, aveva molto più in comune con queste persone che con i suoi connazionali, di fatto venivano tutti da paesi poveri nei quali non era ancora arrivato lo sviluppo industriale del capitalismo e la ricerca della ricchezza superflua non era spasmodica come in Occidente, anzi quello che loro andavano cercando erano i mezzi per garantirsi una sopravvivenza basilare. La maggior parte di queste persone avevano ancora una spiritualità molto sviluppata anche se inserita in contesti di credenze religiose molto diverse da quella della signora Elsa, erano persone in grado di affrontare tutte le giornate col sorriso pur dovendo affrontare dei sacrifici, avevano un senso della famiglia ancora molto forte e sapevano emozionarsi e gioire per ogni piccola cosa bella incontrata lungo la strada.

Nel corso degli anni la comunità cinese assunse un ruolo primario all’interno del quartiere, diventando economicamente molto forti, acquistando attività commerciali e immobili con costanza e ben presto la signora Elsa si ritrovò a riflettere su un aspetto che sino ad allora aveva sottovalutato: la contaminazione della ricchezza e del capitalismo poteva colpire ogni popolazione vi entrasse a contatto, era un virus letale che andava estendendosi a macchi d’olio modificando i tessuti sociali e le esigenze delle singole persone rendendole alla fine dei semplici numeri.

I primi stranieri che erano arrivati si erano costruiti una nuova vita e prosperavano mantenendo viva la loro originaria semplicità e la loro schietta spiritualità, ma le nuove generazione che arrivavano erano avide ed assetate di denaro, cercavano la ricchezza facile e veloce, contemplavano sempre meno il sacrifico e non davano importanza alla famiglia, in sostanza assomigliavano agli Occidentali.

Bologna - Piazza dell'Unità

Bologna – Piazza dell’Unità

Negli ultimi anni di vita la signora Elsa aveva venduto il suo negozio ad una famiglia di cinesi e passava le sue giornate passeggiando per il quartiere facendo quello che aveva sempre fatto: osservare e riflettere. Vedeva il mondo come un continuo susseguirsi di generazioni, uomini e donne che prendevano il posto di altri esseri umani che li avevano preceduti, evolvendosi o involvendosi a seconda dei punti di vista. La sua teoria era basata tutta sull’involuzione che era inversamente proporzionale al progresso sociale. Partiva dal presupposto che ogni generazione fosse convinta che la generazione successiva fosse peggiore, di fatto ricordava benissimo gli anziani che si lamentavano quando lei era giovane e sentiva già molti adulti lamentarsi dei giovani moderni; questo portava inevitabilmente ad una visione del mondo come in costante peggioramento. Da un lato si facevano passi da gigante con la tecnologia e potenzialmente la qualità della vita di tutti poteva dirsi migliorata in apparenza, ma a questo progresso materiale non corrispondeva un progresso spirituale dell’uomo, ormai ridotto ad una entità di produzione e consumo, racchiuso in una fitta rete di rapporti sociali non appaganti e senza più alcun punto di riferimento interiore. Come amava sempre ripetere la signora Elsa era una società in cui gli uomini camminavano con la testa bassa guardando per terra, non erano più in grado di alzare lo sguardo ed osservare la bellezza del cielo coi suoi colori, erano destinati ad essere sempre più tristi e sempre più disumanizzati.

Su una panchina di Piazza dell’Unità era seduta un’anziana signora di bassa statura, col corpo esile e una lunga chioma di capelli argentati, da anni tutte le mattine si metteva sempre sulla stessa panchina e per alcune ore restava in silenzio ad osservare il mondo che la circondava. Nel quartiere tutti conoscevano la signora Elsa, ma quando morì in quel giorno di Maggio seduta su quella panchina e il suo spirito si librò in cielo non se ne accorse nessuno, perché tutti i presenti erano troppo occupati a guardare per terra. Dei suoi ricordi e dei suoi pensieri non rimase che la lontana eco per le strade della Bolognina, nella sua vita non aveva lasciato segni evidenti e come diceva un grande filosofo si era limitata a guardare le ore che passavano, il che era sempre meglio che cercare di riempirle.

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