Combattenti: Hideki Tōjō

Quando nel 1945 gli Alleati, dopo l’utilizzo delle bombe atomiche, ottennero la resa incondizionata del Giappone e la fine della Seconda Guerra Mondiale sorse un enorme problema politico: come gestire il potere nella nazione appena sconfitta? Le potenze dell’Asse sul suolo europeo da questo punto di vista erano di più semplice gestione. La Germania era stata rasa al suolo e andava realizzandosi una divisione est-ovest già approvata dai vertici Alleati nel 1944, a livello politico ci si poteva affidare alla classe politica moderata che era rimasta silenziosa all’ombra di Hitler, il Processo di Norimberga avrebbe permesso di attribuire le colpe della guerra e delle stragi ai Nazisti cominciando a ripulire l’immagine internazionale del popolo tedesco, che da popolo oppressore assumeva la maschera di popolo oppresso. L’Italia aveva fatto anche di meglio, a metà conflitto si era spostata goffamente dalla parte del futuro vincitore perdendo la faccia a livello di credibilità internazionale, ma evitando alla maggior parte dei suoi vertici di subire processi per gli eventuali crimini commessi durante il conflitto… nessun generale venne processato ad esempio per i crimini in Jugoslavia… l’Italia restava un fantoccio in mano agli Alleati, un cane ubbidiente e prono ai voleri del padrone. E il Giappone? Il Giappone era un problema: era una nazione governata da un Imperatore-Dio venerato e amato dalla popolazione e solo il suo diretto intervento, mediante una registrazione vocale trasmessa via radio, aveva convinto i Giapponesi ad accettare la fine delle ostilità. Il Giappone era stremato dalla guerra e dalle bombe atomiche, ma ad un cenno del proprio imperatore sarebbe stato pronto ad immolarsi in un estremo sacrificio per respingere la marea yankee. Come si poteva gestire un paese del genere? E soprattutto come si potevano processare i suoi vertici sull’esempio di Norimberga?

La soluzione giunse dopo settimane di sofferte riflessioni. L’Imperatore era improcessabile. Metterlo alla sbarra (e peggio ancora condannarlo) avrebbe portato alla rivolta l’intero paese. Per lui venne scelta una pena diversa: avrebbe dovuto dichiarare pubblicamente la sua natura umana, rinunciando per sempre alla prerogativa divina del suo potere. L’Imperatore diventava un uomo normale (almeno nell’immagine pubblica, discorso diverso per il sentito comune del popolo giapponese). Umanizzato l’Imperatore bisognava trovare i colpevoli, ossia coloro che l’avevano costretto a sbagliare, coloro che l’avevano obbligato a lanciarsi in una sanguinosa guerra… i responsabili… o quanto meno coloro che si sarebbero assunti tutte le colpe, anche quelle del loro Imperatore. Se Norimberga si sarebbe rivelata un immenso scaricabarile tra gerarchi tedeschi, il processo di Tokyo al contrario avrebbe visto schiere di ufficiali nipponici prendersi colpe anche non loro.

Hideki Tōjō fu una figura di spicco del tumultuoso ventennio che va dal 1928 al 1948. Figlio di un militare entrò giovanissimo nell’esercito e con i primi incarichi rilevanti cominciò ad interessarsi attivamente alla politica del proprio paese. Ricoprì incarichi al ministero della guerra sino ad ottenere di essere destinato all’armata più importante di tutto l’Impero Giapponese: l’Armata del Kwantung in Manciuria. Qui venne posto a capo del Kempeitai (la polizia militare), forgiando ulteriormente il suo orientamento politico fascista e nazionalista. In quegli anni in Giappone si contrapponevano due fazioni militari: la Kōdōha, che prefigurava un ritorno al Giappone pre-industriale lontano dalle influenze culturali occidentali, e la Tōseiha, più aperta alle innovazioni provenienti dal mondo esterno. Nel 1936 la Kōdōha fallì un tentativo di colpo di stato e venne quasi completamente epurata e Tōjō, da buon esponente del Tōseiha ottenne qualche mese dopo il ruolo di Capo di Stato Maggiore dell’Armata del Kwantung (la carica più ambita di tutto l’esercito nipponico). Sotto il suo comando si riaprirono le ostilità contro la Cina che sfociarono nella Seconda guerra sino-giapponese. In quegli anni si rese protagonista di un’accesa polemica diplomatica con il governo di Berlino per aver concesso aiuto a molti rifugiati ebrei. Nel 1938 venne richiamato a Tokyo per diventare Vice-ministro dell’esercito: fu l’inizio della sua carriera politica.

12b339ac48Nel 1940 divenne Ministro dell’esercito, rafforzando l’espansionismo ai danni della Cina e sostenendo attivamente la formazione di un patto con la Germania e con l’Italia. La Seconda Guerra Mondiale stava facendo il suo corso e la sconfitta iniziale della Francia aveva permesso ai Giapponesi di poter occupare le basi in Indocina con l’avvallo del governo francese di Vichy. Ma gli Stati Uniti non erano intenzionati a lasciare l’intera area in mano ai Giapponesi e cominciarono a rafforzare la loro presenza nelle Filippine e nel Pacifico, arrivando infine ad imporre un embargo totale al Giappone sulle esportazioni di petrolio e gasolio (Agosto 1941). Il risultato non poteva che essere uno scontro diretto tra le due nazioni. Furono mesi di incessanti e drammatiche riunioni politiche in seno al governo giapponese. La complessità della situazione portò alle dimissioni il Primo Ministro Konoe, orientato ad una improbabile soluzione pacifica, e nel vuoto di potere creatosi Tōjō sembrò la scelta migliore per tutti. Era la fine di Ottobre del 1941 e per i successivi due mesi si intensificarono i preparativi per la guerra contro gli Stati Uniti, sotto l’attenta egida dell’Imperatore Hiroito. Scoppiò la guerra e dagli iniziali successi si passò poi alle rovinose sconfitte. Alla fine il 18 Luglio 1944 Tōjō dovette dimettersi… pochi giorni dopo la caduta di Saipan. Nel corso di tre anni di governo aveva assunto la carica di diversi ministeri cercando di barcamenarsi nella difficile gestione di un paese in guerra, ma rendendosi anche responsabile di alcuni provvedimenti in termini di eugenetica, come la sterilizzazione dei malati di mente (in voga in Svezia sino al 1976…).

Dopo la resa del Giappone divenne uno degli imputati ideali nel processo di condanna-salvificazione da operare nei confronti del Giappone. Tentò anche di suicidarsi prima di essere catturato, ma il suo tentativo non andò a buon fine e venne quindi catturato, curato, processato, incolpato e giustiziato.

Fece piena assunzione di tutte le colpe di cui venne accusato, liberando completamente la figura dell’Imperatore da ogni possibile accusa: « È naturale che io mi debba assumere la responsabilità della guerra in generale ed è inutile dire che sono preparato a questo. Di conseguenza, ora che la guerra è stata perduta, è presumibilmente necessario che io sia giudicato per assicurare al mondo la pace. Ad ogni modo, con rispetto per il mio processo, è mia intenzione parlare francamente, secondo la mia inclinazione, pur davanti ai vincitori, che hanno su di me potere di vita e di morte, e che io devo accettare. Io intendo attribuire la giusta attenzione alle mie azioni e dare il vero al vero ed il falso al falso. »

hideki-tojo-in-duty

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