Storie della Bolognina – 3

3 – L’ IMPERATRICE

Fabio era un giovane inesperto e pieno di curiosità quando si trasferì a Bologna per studiare filosofia all’università, prima di allora aveva sempre vissuto con tutta la sua famiglia a Monzuno nella parte appenninica della provincia, ma per questioni di comodità aveva deciso di scendere a vivere in città. La sua famiglia aveva un’impresa edile ben avviata e col tempo avevano acquistato diversi appartamenti tra la città e la provincia, per questo motivo gli fu messo a disposizione un piccolo bilocale in via di Corticella a due passi da Piazza dell’Unità; era una posizione estremamente comoda perché in pochi minuti ci poteva spostare verso il centro sia con i mezzi pubblici che a piedi o in bicicletta, inoltre nelle vicinanze c’erano tutti i servizi indispensabili. Rispetto ad altri quartieri della città la Bolognina aveva una grande pecca: la quasi totale mancanza di locali notturni, dal momento che il quartiere aveva più l’aria del dormitorio che del luogo di intrattenimento sociale, tanto che di sera e nel fine settimana le sue strade erano vuote e scarsamente trafficate. Le principali attrazioni erano rivolte ad un pubblico di pensionati che potevano infatti godere di diversi centri ricreativi in cui giocare a carte e passare le interminabili ore della giornata a parlare dei bei tempi andati. Per una persona abituata ai grandi spazi verdi c’era un’altra grande pecca rilevante dovuta alla scarsa presenza di aree verdi dal momento che non c’erano grandi parchi in cui poter andare a studiare e prendere il sole con la bella stagione e quel poco che c’era era spesso mal frequentato. Fabio nutriva una forte avversità per la parte del quartiere più vicina alla stazione perché comprendeva una serie infinita di case popolari e l’aria di disagio che vi si respirava non lo allettava molto, inoltre la presenza di spacciatori e male intenzionati non ne rendeva consigliabile l’attraversamento serale.

Si accorse subito che la zona in cui abitava lui era densamente popolata e gestita dalla comunità cinese, definirla Chinatown era un eufemismo. Il primo impatto con quella zona rendeva evidente che le stime del comune sul numero di Cinesi presenti in città dovevano essere completamente sballate e che il giro di immigrazione clandestina doveva essere qualcosa di sbalorditivo, così come il giro di denaro che generava. Le diverse migliaia di Cinesi più o meno nascosti erano divisi per stato sociale e per settori di produzione, come se il quartiere fosse una riproduzione in miniatura dell’intera società cinese. Fabio rimase sconvolto dal numero impressionante di ristoranti cinesi presenti nella sola via Ferrarese e cominciò a domandarsi come potessero sopravvivere così vicini gli uni agli altri; la stessa domanda valeva per i bar e per i negozi di alimentari e di oggettistica. Come era possibile che loro riuscissero a prosperare anche in tempi economici tutt’altro che esaltanti? Di certo comprendeva lo sviluppo del settore dell’abbigliamento dove i Cinesi erano in grado di fornire a prezzi stracciati capi di abbigliamento di qualità certamente inferiore, ma nonostante tutto resistenti.

Il bilocale in cui era andato a vivere era al primo piano di una palazzina abitata quasi esclusivamente da stranieri in affitto, la maggior parte dei quali provenienti dall’est Europa. Di fronte al palazzo c’era un classico esempio di proliferazione cinese. Uno accanto all’altro si trovavano un negozio di alimentari, un bar ed una bottega di barbiere gestite da un’unica famiglia. Nei primi mesi di permanenza nel quartiere Fabio non ebbe modo di interagire con le persone che aveva intorno, essendo molto preso dalla sua nuova vita di universitario che lo portava ad essere più spesso in via Zamboni che in via di Corticella e questo anche di sera. Anche quando doveva studiare si soffermava più volentieri in centro, anche perché sotto le sue finestre durante la settimana il traffico era incessante.

Nonostante questa scarsa presenza in casa ogni tanto si affacciava alla finestra della cucina e si metteva ad osservare un ragazzo cinese che faceva costantemente la spola tra la vicina via Cignani, dove c’era il magazzino delle merci, ed il negozio di alimentari; quel ragazzo iniziava a spostare la merce con un carrellino verso le otto del mattino e non si fermava mai prima delle otto di sera, sembrava addirittura che non facesse la pausa pranzo, ogni tanto si concedeva una sigaretta senza neppure fermarsi a gustarla. Ad occhio e croce doveva essere un coetaneo di Fabio ed era straordinario vedere la dedizione che metteva in quel semplice atto lavorativo così monotono e continuato.

marseille-tarot-grimaud-paul-marteau-03Un’altra persona che notò quasi subito fu una ragazza cinese più alta delle altre, dal fisico asciutto e dai lineamenti aggraziati, aveva dei lunghi capelli neri che teneva sempre raccolti e lavorava anche lei nel negozio di alimentari, rispetto alle altre persone sembrava avere un portamento più signorile e un atteggiamento molto deciso. Fabio si fermava sempre a fissarla quando la incrociava per caso o quando dalla finestra si accorgeva che lei stava uscendo dal negozio, scherzosamente la chiamava “gioiello d’oriente” in memoria di un personaggio conturbante del film “L’ Ultimo Imperatore” di Bertolucci. Era più un gioco della sua fantasia piuttosto che un reale interessamento nei confronti di quella ragazza, tanto era consapevole che la comunità cinese era da sempre molto chiusa in se stessa, limitando al minimo le sue interazione con l’esterno, era improbabile riuscire a fermare una ragazza cinese e riuscire a strapparle un appuntamento.

Le altre riflessioni di Fabio erano meramente commerciali e riguardavano soprattutto il bar dal momento che partendo da Piazza dell’unità ed arrivando all’Ippodromo si potevano contare almeno sette attività analoghe e quello di fronte a casa sua era sempre il bar più vuoto, non si spiegava come potesse tirare avanti un esercizio commerciale sempre sprovvisto di clienti; era evidente che gli Italiano preferissero andare in locali gestiti da connazionali, ma in quello ci andavano difficilmente anche i Cinesi. La bottega del barbiere invece andava a gonfie vele perché aveva sbaragliato la concorrenza italiana nella strada proponendo prezzi altamente competitivi uniti ad un servizio di qualità, tutte le signore della zona facevano un gran parlare della bravura dei ragazzi cinesi che vi lavoravano. Il negozio di alimentari era di piccole dimensioni, ma il via vai di furgoni che caricavano casse di alimenti era incessante, Fabio cominciò ad ipotizzare che fosse il principale fornitore dei ristoranti cinesi della città.

Col passare del tempo Fabio si rese conto che vivendo in un quartiere come la Bolognina era inevitabile avere dei contatti con le culture straniere e più osservava i Cinesi più si rendeva conto della grande complessità che si nascondeva dietro quell’apparente velo di diffidenza. Una mattina prima di andare in facoltà decise di andare a prendere un caffè nel bar cinese di fronte a casa sua. Entrò in quel posto con aria estremamente tranquilla e per alcuni interminabili secondi si guardò intorno come un bambino che per la prima volta esplorava il mondo. Sembrava un comunissimo bar, le uniche differenze erano la miriade di piccoli oggetti ed arredi tipicamente orientali, in fondo al bar c’era una saletta con delle macchinette da video poker dove due uomini stavano giocando in silenzio, mentre su una parete c’era un grande schermo piatto che trasmetteva programmi in lingua cinese. Il barista era un uomo di mezza età che si rivelò da subito molto cordiale e disponibile a chiacchierare e Fabio ne approfittò per dare finalmente alcune risposte a domande covate per mesi dietro le finestre delle sua cucina.

Gli raccontò che lui e la sua famiglia erano arrivati dalla Cina quattro anni prima per raggiungere dei parenti che gestivano diversi ristoranti in città, venivano tutti da un posto vicino a Shanghai e dal loro paese di origine si erano portati dietro i fondi per aprire delle attività commerciali, lui e sua moglie gestivano anche altri esercizi commerciali all’interno della Bolognina. Erano una famiglia agiata e nonostante questo lavoravano ogni giorno per migliorare ulteriormente la loro condizione economica. Gli raccontò che la bottega del barbiere l’aveva voluta aprire suo figlio e che in effetti si era dimostrata un’idea vincente nonostante l’iniziale scetticismo del vicinato, mentre il negozio di alimentari era gestito da sua figlia. Fu così che Fabio scoprì l’identità della ragazza cinese che aveva osservato così a lungo.

Nelle settimane successive Fabio tornò spesso in quel bar ed instaurò un buon rapporto col proprietario cinese tanto che ben presto iniziò anche a recarsi dal figlio di questi per tagliarsi i capelli. Un giorno che era al bar entrò proprio la figlia del proprietario e rimase per alcuni minuti a parlare col padre in idioma incomprensibile, alla fine per pura cortesia il gestore presentò a Fabio sua figlia e lo invitò ad andare prima o poi a comprare del cibo nel suo negozio.

La ragazza si chiamava Xiaozhi, un nome cinese che significava “piccolo iris” e non era certo tra i più comuni che si sentivano in Bolognina. Fabio aveva sempre sentito dire che l’antica arte cinese dei nomi era strabiliante, sembrava infatti che possedessero la capacità di guardare un bambino appena nato e di indicare tramite il suo nome le caratteristiche fondamentali che lo avrebbero seguito per il resto della sua via, come se si trattasse di una sorta di benedizione. Agli occhi di un occidentale poteva sembrare assurdo, ma la corrispondenza tra nome e carattere il più delle volte era precisa. Fabio pensava che fosse uno di quei misteri del mondo orientale che nessuno sarebbe mai stato in grado di spiegare del tutto, non tanto per una innata incapacità quanto per la quasi totale dimenticanza delle arti magiche della divinazione da parte occidentale.

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Iniziando a frequentare il negozio di alimentari e cercando di prendere un minimo di confidenza con quella ragazza, Fabio si accorse che effettivamente era diversa dalle altre persone. Innanzi tutto aveva un corporatura perfetta e delle movenze eleganti, mentre la maggior parte dei cinesi che vedeva gli davano l’idea di essere un po’ sgraziati. Era certamente una grande lavoratrice perché passava la maggior parte del suo tempo a gestire il negozio in tutti i suoi aspetti, ai suoi ordini c’erano solo degli uomini e questo le dava ancor di più l’aspetto di una antica imperatrice cinese, mentre persone come il ragazzo che trasportava le casse di cibo andavano assumendo l’aria di eunuchi della Città Proibita. Per Fabio era impossibile capire le parole che Xiaozhi scambiava con gli altri Cinesi, ma avvertiva il cambio di tono tra quando parlava con dei clienti a quando parlava con dei suoi subalterni.

Oltre alla moltitudine di clienti che affluivano con costanza nel negozio arrivavano spesso anche delle donne a scambiare delle semplici chiacchiere con Xiaozhi, dando più l’aria di essere lì a confidarsi piuttosto che a comprare dei prodotti. Incuriosito da questo strano fenomeno Fabio si recò dal padre della ragazza a chiedere delucidazioni e tra una grappa di rose e l’altra venne a sapere che la giovane nel suo paese di origine era laureata in medicina tradizionale e le donne che si recavano da lei lo facevano per chiedere alcuni consigli riguardanti la salute dei loro cari; chiaramente quel titolo di studio non poteva avere alcuna valenza in Italia e Xiaozhi si limitava ad esercitare la sua professione di nascosto, come del resto accadeva anche nella maggior parte delle erboristerie.   Il mondo cinese che Fabio andava scoprendo era molto variegato ed ogni giorno imparava nuove usanze e modi di comportarsi tipici della comunità cinese.

Il suo interesse per la bellissima Xiaozhi era ormai puramente didattico, aveva scoperto quasi da subito che la ragazza era già promessa in matrimonio ad un giovane medico cinese figlio di un’altra famiglia benestante di Chinatown e questo matrimonio era stato deciso già da molti anni, lo stesso fatto che lei fosse diventata un medico era stato deciso dai suoi genitori appena era nata: era un modo di concepire la vita totalmente diverso da quello occidentale degli ultimi secoli.

La cosa che ammirava di più di quella comunità era la loro capacità di concentrarsi sia totalmente sul lavoro sia totalmente nella gestione della famiglia e della casa. Ogni famiglia cinese era un grande nucleo nel quale convivevano diverse generazioni e tutti si aiutavano con tutti, la stessa gestione degli anziani veniva fatta internamente, senza il bisogno di badanti esterne o di qualche ausilio statale, bensì erano i più giovani ad occuparsi di loro e lo facevano senza sforzo e con gioia. Il padre di Xiaozhi però ripeteva spesso di aver notato un cambiamento nelle nuove generazioni di Cinesi, i ragazzini nati Italia sembravano più suscettibili al labile fascino della vita occidentale che da molti punti di vista dava la parvenza di essere più agiata; molti iniziavano ad essere preda delle mode e tentavano di condurre uno stile di vita più materialista che spirituale.

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Chinatown: Via Ferrarese angolo Via Arnaud

La vita di Fabio in Bolognina al contatto coi Cinesi fu altamente proficua tanto che alla fine del percorso di laurea triennale si iscrisse ad una specializzazione di filosofie orientali e data la sua esperienza sul campo fece molta strada, ma questa è un’altra storia e forse la racconteremo un altro giorno.

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3 risposte a “Storie della Bolognina – 3

  1. Io sto scrivendo il mio libro su Tarocchi e Archetipi. Ho letto Imperatrice e Papessa ed è molto bello come hai visto questi archetipi in queste figure da te descritte, se ti serve qualche confronto fammi sapere. 🙂

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