Storie della Bolognina – 4

4 – L’ IMPERATORE

Incontrando il signor Giuseppe in un qualsiasi bar della Bolognina lo si poteva vedere sempre intento ad intrattenere gli avventori con battute scherzose, spesso e volentieri piccanti, come se di professione fosse stato un comico degli anni ’70 uscito da un film della commedia all’Italiana. Era un gaudente sotto tutti i punti di vista e non lo nascondeva a nessuno tanto da poter parlare per ore dei viaggi che aveva fatto, delle cose che aveva mangiato e delle donne con cui era stato; ad una prima impressione potevano sembrare i vanti di un parolaio, ma lui raccontava solo la pura e semplice verità. Chi lo conosceva da una vita sapeva che era un uomo che aveva ereditato una fortuna dalla sua famiglia e in modo molto oculato aveva investito i suoi soldi in appartamenti e successivamente li aveva messi a reddito aumentando ulteriormente i suoi capitali. Il signor Giuseppe non aveva mai avuto il bisogno di lavorare, anche se obiettava spesso che la gestione di tante proprietà alla fine fosse un lavoro a tempo pieno non privo di stress, questo gli aveva permesso di godersi la vita e girare il mondo esplorandone le bellezze più remote e i suoi racconti non nascevano mai da una egocentrica voglia di mettersi in mostra bensì dal bisogno di rendere partecipi gli altri di meraviglie di cui forse non avrebbero mai potuto godere. A modo suo era un filantropo.

La fortuna del signor Giuseppe incominciò nel Novembre del 1978 con un evento spiacevole. In quel periodo i suoi genitori stavano viaggiando intorno al mondo per una sorta di secondo viaggio di nozze, approfittando del fatto che il loro unico figlio fosse già maggiorenne ed in grado di cavarsela tranquillamente da solo in tutte le faccende importanti. Il loro programma li aveva portati prima negli Stati Uniti, poi in Argentina e Brasile ed infine erano arrivati in Thailandia per passare una settimana sulle magnifiche spiagge di Phuket. Una sera durante un tentativo di rapina i due coniugi rimasero entrambi uccisi e così Giuseppe si ritrovò da solo da un momento all’altro. Sino ad allora non si era mai interessato a questioni economiche e non era neppure cosciente della fortuna che avevano messo da parte i suoi genitori in tanti anni di lavoro, quando si rese conto dell’enormità della somma ereditata inizio a passare le sue giornate tra un eccesso e l’altro, sperperando denaro senza sosta in velleità.

Un suo amico d’infanzia e vicino di casa un giorno si recò da lui e riuscì a farlo ragionare esponendogli un piano per aumentare anziché diminuire quella eredità, chiaramente in tutto questo ci sarebbe stata anche una fetta discreta per lui che aveva partorito quell’idea. Il programma di base consisteva nell’acquistare un numero abbastanza alto di immobili da poter mettere a reddito successivamente, da una parte si sarebbero acquistati appartamenti abbastanza grandi da ospitare una famiglia dall’altra si sarebbero acquistati appartamenti più piccoli ideali per un single o al massimo per una coppia. Per una gestione più semplice delle magagne burocratiche e di eventuali problematiche con gli inquilini era necessario che tutti gli immobili fossero concentrati all’interno dello stesso quartiere e la Bolognina si prestava benissimo alle loro esigenze, del resto era la zona in cui erano nati e cresciuti e quindi la conoscevano alla perfezione. Gli appartamenti più grandi erano da affittare a delle famiglie a dei prezzi di normale mercato immobiliare e dovevano essere acquistati in palazzine decorose, per invogliare famiglie rispettabili e non disagiate. Le abitazioni più piccole dovevano essere destinate ad un business più interessante. Mario, così si chiamava l’amico, aveva in mente di creare un giro di prostitute che ricevessero in casa i clienti e per questo ci volevano degli appartamenti piccoli inseriti in contesti più popolari e che attirassero meno l’attenzione onde evitare prima di tutto problemi con altri condomini e di rimando con le forze dell’ordine. A Giuseppe non doveva interessare la provenienza delle ragazze, quello era un aspetto che avrebbe curato totalmente Mario e per il quale avrebbe ricevuto una buona percentuale sugli introiti. La professionista in affitto avrebbe pagato un canone a livelli di mercato e poi in nero avrebbe corrisposto una cifra di pari entità che i due amici si sarebbero divisi equamente.

L’idea poteva funzionare e per Giuseppe non era un problema dover fare il primo passo di investire i soldi ereditati, tanto più che le prospettive di guadagno erano tutt’altro che esigue, in fondo si trattava di trarre guadagno dalla professione più antica del mondo e farlo all’interno di appartamenti avrebbe creato molti meno problemi che svolgerlo sul ciglio di una strada: la discrezione era fondamentale.

Iniziò così la grande avventura dei due amici. In breve tempo il signor Giuseppe acquistò dieci appartamenti, la metà dei quali adibiti al libero esercizio della professione da parte di ragazze presentate dal suo amico e provenienti da paesi dell’ est Europa. Il business si rivelò da subito molto interessante e redditizio. Da un lato c’erano gli affitti regolari che erano di per se un’ottima rendita, mentre dall’altro c’erano delle entrate in nero da utilizzare per godersi la vita da ogni punto di vista. Fu così che il signor Giuseppe iniziò a viaggiare in giro per il mondo alla scoperta delle sue meraviglie, pur evitando sempre accuratamente la Thailandia per la paura di fare la medesima triste fine dei suoi genitori. In Bolognina tutto sembrava tranquillo, nei palazzi in cui lavoravano le ragazze non c’erano lamentele di alcun tipo e tutto si svolgeva nella massima discrezione possibile.

Nel giro di pochi anni i due soci ebbero modo di implementare il loro giro di affari, sfruttando momenti favorevoli del mercato immobiliare e le grandi risorse pulite messe da parte dal signor Giuseppe; nel 1984 le proprietà erano passate da dieci a sedici e le ragazze da cinque a otto. Era un’idea che andava dal momento che un uomo andando direttamente a casa della professionista non rischiava in primo luogo di farsi pescare dalla polizia in momenti inopportuni e in secondo luogo aveva garantito il rispetto delle più basilari norme igieniche come si usava ai tempi delle case di tolleranza. Un servizio di qualità faceva si che la voce si spargesse col passaparola e che il giro di clienti aumentasse quasi costantemente portando incassi sempre maggiori nelle tasche delle ragazze e dei due amici. Fu in quel periodo che il signor Giuseppe iniziò a diventare l’uomo più conosciuto nei bar della Bolognina nella veste di intrattenitore e cantastorie, tanto più che la maggior parte delle volte entrava nei locali senza consumare nulla e investiva gestori ed avventori con fiumi di parole quasi inarrestabili. L’errore più frequente lo facevano i malcapitati che lo incontravano per la prima volta e che dopo un primo racconto veloce di una qualche vacanza gli rivolgevano qualche domanda, a quel punto il signor Giuseppe si sentiva legittimato a continuare per ore i resoconti delle sue imprese. Se poi nel bar c’erano delle signore non risparmiava gli apprezzamenti spinti a voce alta, ma in fondo riusciva a farsi voler bene con la sua aria da bambinone esagerato in tutte le sue espressioni. Nessuno avrebbe mai sospettato della sua fonte di guadagno nascosta. Mario era quello più invischiato nella faccenda, la vera mente del piano, l’uomo con gli agganci per far arrivare le ragazze dall’ Est, il losco figuro con la faccia d’ angelo che probabilmente aveva anche delle buone conoscenze in questura.

La fortuna dei due amici fu indubbiamente la decisione di non tirare troppo la corda con quel business milionario. Mentre passavano gli anni e si implementavano le loro ricchezze presero la decisione di non affittare ulteriori appartamenti a delle professioniste, lasciando adibiti a quel giro solo una quindicina di alloggi in tutto. Nel frattempo anche Mario aveva cominciato ad acquistare delle proprietà immobiliari e le aveva affittate a delle normalissime famiglie. Per tutti gli anni ’90 gli affari proseguirono a gonfie vele e senza intralci.

L’unico grande problema fu l’escalation di aperture di centri massaggi cinesi nel quartiere, dal momento che molti di quei saloni in realtà nascondeva attività di professioniste cinesi a basso costo e per questo terribilmente competitive sul mercato della prostituzione; inoltre l’arrivo delle donne orientali era una novità che avrebbe generato introiti economici non indifferenti per i loro papponi. Alla fine del 2004 il signor Giuseppe aveva solo sette professioniste in attività nei suoi appartamenti e cominciò a pensare seriamente di ritirarsi dal giro dal momento che ne aveva tratto tutti i benefici possibili. Continuava a godersi i suoi viaggi per il mondo soddisfatto della fortuna che la vita gli aveva riservato, dopo tanti anni poco gli importava se tutto era nato dalla tragica scomparsa dei suoi genitori, lui era libero di vivere come voleva, senza la schiavitù del lavoro e senza orari stabiliti da altri, poteva essere tutto o niente, ma era lui a deciderlo in autonomia.

La premiata ditta chiuse i battenti alla fine del 2009, surclassata dal monopolio cinese del mercato e dall’esigenza di risparmio dettata dalla crisi economica nascente. In fondo fu una fortuna per i due amici, perché da quel momento tutti i loro guadagni furono puliti e sotto la luce del sole, inattaccabili sotto tutti i punti di vista. Il loro colpo di genio era stato distinguersi dagli altri nella brama del denaro tenendosi sempre al riparo dall’eccessivo bisogno di guadagnare soldi, avevano ottenuto il giusto e lo avevano reinvestito in modo pulito, avevano capito quando era il caso di stabilizzarsi e quando era giunto il momento di fermarsi. Erano stati più furbi e più scaltri di tanti altri ladri e papponi in giro per il paese, campando senza lavorare e senza dare nell’occhio.

Eppure incontrando il signor Giuseppe al bar nessuno avrebbe mai sospettato che fosse uno dei due uomini più discreti d’Italia.

Storie della Bolognina – 3

3 – L’ IMPERATRICE

Fabio era un giovane inesperto e pieno di curiosità quando si trasferì a Bologna per studiare filosofia all’università, prima di allora aveva sempre vissuto con tutta la sua famiglia a Monzuno nella parte appenninica della provincia, ma per questioni di comodità aveva deciso di scendere a vivere in città. La sua famiglia aveva un’impresa edile ben avviata e col tempo avevano acquistato diversi appartamenti tra la città e la provincia, per questo motivo gli fu messo a disposizione un piccolo bilocale in via di Corticella a due passi da Piazza dell’Unità; era una posizione estremamente comoda perché in pochi minuti ci poteva spostare verso il centro sia con i mezzi pubblici che a piedi o in bicicletta, inoltre nelle vicinanze c’erano tutti i servizi indispensabili. Rispetto ad altri quartieri della città la Bolognina aveva una grande pecca: la quasi totale mancanza di locali notturni, dal momento che il quartiere aveva più l’aria del dormitorio che del luogo di intrattenimento sociale, tanto che di sera e nel fine settimana le sue strade erano vuote e scarsamente trafficate. Le principali attrazioni erano rivolte ad un pubblico di pensionati che potevano infatti godere di diversi centri ricreativi in cui giocare a carte e passare le interminabili ore della giornata a parlare dei bei tempi andati. Per una persona abituata ai grandi spazi verdi c’era un’altra grande pecca rilevante dovuta alla scarsa presenza di aree verdi dal momento che non c’erano grandi parchi in cui poter andare a studiare e prendere il sole con la bella stagione e quel poco che c’era era spesso mal frequentato. Fabio nutriva una forte avversità per la parte del quartiere più vicina alla stazione perché comprendeva una serie infinita di case popolari e l’aria di disagio che vi si respirava non lo allettava molto, inoltre la presenza di spacciatori e male intenzionati non ne rendeva consigliabile l’attraversamento serale.

Si accorse subito che la zona in cui abitava lui era densamente popolata e gestita dalla comunità cinese, definirla Chinatown era un eufemismo. Il primo impatto con quella zona rendeva evidente che le stime del comune sul numero di Cinesi presenti in città dovevano essere completamente sballate e che il giro di immigrazione clandestina doveva essere qualcosa di sbalorditivo, così come il giro di denaro che generava. Le diverse migliaia di Cinesi più o meno nascosti erano divisi per stato sociale e per settori di produzione, come se il quartiere fosse una riproduzione in miniatura dell’intera società cinese. Fabio rimase sconvolto dal numero impressionante di ristoranti cinesi presenti nella sola via Ferrarese e cominciò a domandarsi come potessero sopravvivere così vicini gli uni agli altri; la stessa domanda valeva per i bar e per i negozi di alimentari e di oggettistica. Come era possibile che loro riuscissero a prosperare anche in tempi economici tutt’altro che esaltanti? Di certo comprendeva lo sviluppo del settore dell’abbigliamento dove i Cinesi erano in grado di fornire a prezzi stracciati capi di abbigliamento di qualità certamente inferiore, ma nonostante tutto resistenti.

Il bilocale in cui era andato a vivere era al primo piano di una palazzina abitata quasi esclusivamente da stranieri in affitto, la maggior parte dei quali provenienti dall’est Europa. Di fronte al palazzo c’era un classico esempio di proliferazione cinese. Uno accanto all’altro si trovavano un negozio di alimentari, un bar ed una bottega di barbiere gestite da un’unica famiglia. Nei primi mesi di permanenza nel quartiere Fabio non ebbe modo di interagire con le persone che aveva intorno, essendo molto preso dalla sua nuova vita di universitario che lo portava ad essere più spesso in via Zamboni che in via di Corticella e questo anche di sera. Anche quando doveva studiare si soffermava più volentieri in centro, anche perché sotto le sue finestre durante la settimana il traffico era incessante.

Nonostante questa scarsa presenza in casa ogni tanto si affacciava alla finestra della cucina e si metteva ad osservare un ragazzo cinese che faceva costantemente la spola tra la vicina via Cignani, dove c’era il magazzino delle merci, ed il negozio di alimentari; quel ragazzo iniziava a spostare la merce con un carrellino verso le otto del mattino e non si fermava mai prima delle otto di sera, sembrava addirittura che non facesse la pausa pranzo, ogni tanto si concedeva una sigaretta senza neppure fermarsi a gustarla. Ad occhio e croce doveva essere un coetaneo di Fabio ed era straordinario vedere la dedizione che metteva in quel semplice atto lavorativo così monotono e continuato.

marseille-tarot-grimaud-paul-marteau-03Un’altra persona che notò quasi subito fu una ragazza cinese più alta delle altre, dal fisico asciutto e dai lineamenti aggraziati, aveva dei lunghi capelli neri che teneva sempre raccolti e lavorava anche lei nel negozio di alimentari, rispetto alle altre persone sembrava avere un portamento più signorile e un atteggiamento molto deciso. Fabio si fermava sempre a fissarla quando la incrociava per caso o quando dalla finestra si accorgeva che lei stava uscendo dal negozio, scherzosamente la chiamava “gioiello d’oriente” in memoria di un personaggio conturbante del film “L’ Ultimo Imperatore” di Bertolucci. Era più un gioco della sua fantasia piuttosto che un reale interessamento nei confronti di quella ragazza, tanto era consapevole che la comunità cinese era da sempre molto chiusa in se stessa, limitando al minimo le sue interazione con l’esterno, era improbabile riuscire a fermare una ragazza cinese e riuscire a strapparle un appuntamento.

Le altre riflessioni di Fabio erano meramente commerciali e riguardavano soprattutto il bar dal momento che partendo da Piazza dell’unità ed arrivando all’Ippodromo si potevano contare almeno sette attività analoghe e quello di fronte a casa sua era sempre il bar più vuoto, non si spiegava come potesse tirare avanti un esercizio commerciale sempre sprovvisto di clienti; era evidente che gli Italiano preferissero andare in locali gestiti da connazionali, ma in quello ci andavano difficilmente anche i Cinesi. La bottega del barbiere invece andava a gonfie vele perché aveva sbaragliato la concorrenza italiana nella strada proponendo prezzi altamente competitivi uniti ad un servizio di qualità, tutte le signore della zona facevano un gran parlare della bravura dei ragazzi cinesi che vi lavoravano. Il negozio di alimentari era di piccole dimensioni, ma il via vai di furgoni che caricavano casse di alimenti era incessante, Fabio cominciò ad ipotizzare che fosse il principale fornitore dei ristoranti cinesi della città.

Col passare del tempo Fabio si rese conto che vivendo in un quartiere come la Bolognina era inevitabile avere dei contatti con le culture straniere e più osservava i Cinesi più si rendeva conto della grande complessità che si nascondeva dietro quell’apparente velo di diffidenza. Una mattina prima di andare in facoltà decise di andare a prendere un caffè nel bar cinese di fronte a casa sua. Entrò in quel posto con aria estremamente tranquilla e per alcuni interminabili secondi si guardò intorno come un bambino che per la prima volta esplorava il mondo. Sembrava un comunissimo bar, le uniche differenze erano la miriade di piccoli oggetti ed arredi tipicamente orientali, in fondo al bar c’era una saletta con delle macchinette da video poker dove due uomini stavano giocando in silenzio, mentre su una parete c’era un grande schermo piatto che trasmetteva programmi in lingua cinese. Il barista era un uomo di mezza età che si rivelò da subito molto cordiale e disponibile a chiacchierare e Fabio ne approfittò per dare finalmente alcune risposte a domande covate per mesi dietro le finestre delle sua cucina.

Gli raccontò che lui e la sua famiglia erano arrivati dalla Cina quattro anni prima per raggiungere dei parenti che gestivano diversi ristoranti in città, venivano tutti da un posto vicino a Shanghai e dal loro paese di origine si erano portati dietro i fondi per aprire delle attività commerciali, lui e sua moglie gestivano anche altri esercizi commerciali all’interno della Bolognina. Erano una famiglia agiata e nonostante questo lavoravano ogni giorno per migliorare ulteriormente la loro condizione economica. Gli raccontò che la bottega del barbiere l’aveva voluta aprire suo figlio e che in effetti si era dimostrata un’idea vincente nonostante l’iniziale scetticismo del vicinato, mentre il negozio di alimentari era gestito da sua figlia. Fu così che Fabio scoprì l’identità della ragazza cinese che aveva osservato così a lungo.

Nelle settimane successive Fabio tornò spesso in quel bar ed instaurò un buon rapporto col proprietario cinese tanto che ben presto iniziò anche a recarsi dal figlio di questi per tagliarsi i capelli. Un giorno che era al bar entrò proprio la figlia del proprietario e rimase per alcuni minuti a parlare col padre in idioma incomprensibile, alla fine per pura cortesia il gestore presentò a Fabio sua figlia e lo invitò ad andare prima o poi a comprare del cibo nel suo negozio.

La ragazza si chiamava Xiaozhi, un nome cinese che significava “piccolo iris” e non era certo tra i più comuni che si sentivano in Bolognina. Fabio aveva sempre sentito dire che l’antica arte cinese dei nomi era strabiliante, sembrava infatti che possedessero la capacità di guardare un bambino appena nato e di indicare tramite il suo nome le caratteristiche fondamentali che lo avrebbero seguito per il resto della sua via, come se si trattasse di una sorta di benedizione. Agli occhi di un occidentale poteva sembrare assurdo, ma la corrispondenza tra nome e carattere il più delle volte era precisa. Fabio pensava che fosse uno di quei misteri del mondo orientale che nessuno sarebbe mai stato in grado di spiegare del tutto, non tanto per una innata incapacità quanto per la quasi totale dimenticanza delle arti magiche della divinazione da parte occidentale.

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Iniziando a frequentare il negozio di alimentari e cercando di prendere un minimo di confidenza con quella ragazza, Fabio si accorse che effettivamente era diversa dalle altre persone. Innanzi tutto aveva un corporatura perfetta e delle movenze eleganti, mentre la maggior parte dei cinesi che vedeva gli davano l’idea di essere un po’ sgraziati. Era certamente una grande lavoratrice perché passava la maggior parte del suo tempo a gestire il negozio in tutti i suoi aspetti, ai suoi ordini c’erano solo degli uomini e questo le dava ancor di più l’aspetto di una antica imperatrice cinese, mentre persone come il ragazzo che trasportava le casse di cibo andavano assumendo l’aria di eunuchi della Città Proibita. Per Fabio era impossibile capire le parole che Xiaozhi scambiava con gli altri Cinesi, ma avvertiva il cambio di tono tra quando parlava con dei clienti a quando parlava con dei suoi subalterni.

Oltre alla moltitudine di clienti che affluivano con costanza nel negozio arrivavano spesso anche delle donne a scambiare delle semplici chiacchiere con Xiaozhi, dando più l’aria di essere lì a confidarsi piuttosto che a comprare dei prodotti. Incuriosito da questo strano fenomeno Fabio si recò dal padre della ragazza a chiedere delucidazioni e tra una grappa di rose e l’altra venne a sapere che la giovane nel suo paese di origine era laureata in medicina tradizionale e le donne che si recavano da lei lo facevano per chiedere alcuni consigli riguardanti la salute dei loro cari; chiaramente quel titolo di studio non poteva avere alcuna valenza in Italia e Xiaozhi si limitava ad esercitare la sua professione di nascosto, come del resto accadeva anche nella maggior parte delle erboristerie.   Il mondo cinese che Fabio andava scoprendo era molto variegato ed ogni giorno imparava nuove usanze e modi di comportarsi tipici della comunità cinese.

Il suo interesse per la bellissima Xiaozhi era ormai puramente didattico, aveva scoperto quasi da subito che la ragazza era già promessa in matrimonio ad un giovane medico cinese figlio di un’altra famiglia benestante di Chinatown e questo matrimonio era stato deciso già da molti anni, lo stesso fatto che lei fosse diventata un medico era stato deciso dai suoi genitori appena era nata: era un modo di concepire la vita totalmente diverso da quello occidentale degli ultimi secoli.

La cosa che ammirava di più di quella comunità era la loro capacità di concentrarsi sia totalmente sul lavoro sia totalmente nella gestione della famiglia e della casa. Ogni famiglia cinese era un grande nucleo nel quale convivevano diverse generazioni e tutti si aiutavano con tutti, la stessa gestione degli anziani veniva fatta internamente, senza il bisogno di badanti esterne o di qualche ausilio statale, bensì erano i più giovani ad occuparsi di loro e lo facevano senza sforzo e con gioia. Il padre di Xiaozhi però ripeteva spesso di aver notato un cambiamento nelle nuove generazioni di Cinesi, i ragazzini nati Italia sembravano più suscettibili al labile fascino della vita occidentale che da molti punti di vista dava la parvenza di essere più agiata; molti iniziavano ad essere preda delle mode e tentavano di condurre uno stile di vita più materialista che spirituale.

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Chinatown: Via Ferrarese angolo Via Arnaud

La vita di Fabio in Bolognina al contatto coi Cinesi fu altamente proficua tanto che alla fine del percorso di laurea triennale si iscrisse ad una specializzazione di filosofie orientali e data la sua esperienza sul campo fece molta strada, ma questa è un’altra storia e forse la racconteremo un altro giorno.

Storie della Bolognina – 2

02 – LA PAPESSA

Su una panchina di Piazza dell’Unità era seduta un’anziana signora di bassa statura, col corpo esile e una lunga chioma di capelli argentati, da anni tutte le mattine si metteva sempre sulla stessa panchina e per alcune ore restava in silenzio ad osservare il mondo che la circondava. Nel quartiere tutti conoscevano, almeno di vista, la signora Elsa dal momento che aveva vissuto in Bolognina sin dal giorno della sua nascita, nel lontano 1921.

Come tutti quelli della sua generazione aveva vissuto la guerra e aveva visto distruggere il mondo della sua infanzia per far posto ad un mondo più frenetico e sempre meno spirituale, nel corso degli anni aveva osservato e catalogato nella sua mente ogni singolo cambiamento non solo del quartiere, ma della città tutta. Sino alla maggiore età aveva vissuto totalmente gli anni del regime fascista, impegnata costantemente tra lo studio ed i rituali imposti dalle autorità agli adolescenti; personalmente il regime le era indifferente e riscontrava lo stesso atteggiamento passivo anche in tutti coloro che la circondavano: non c’era né approvazione totale né osteggiamento totale da parte degli Italiani, ma solo semplice e pacifica passività. In quegli anni le sue riflessioni erano tutte rivolte alla comprensione di quello strano fenomeno, non capiva se tutta quella passività fosse una tara originaria insita nel dna degli Italiani oppure se fosse un qualcosa di istigato subdolamente dal regime tramite la propaganda.

Il suo ragionamento di partenza era molto semplice e logico e partiva da una domanda di facile comprensione: il popolo è d’accordo col regime e con le sue opere? In caso affermativo ci si doveva aspettare un’adesione entusiasta ad ogni aspetto della vita sociale irreggimentata, in caso negativo qualsiasi popolo si sarebbe ribellato al giogo dei propri governanti come già era successo in tanti altri paesi. I ragionamenti della giovane Elsa la portarono a concepire il popolo italiano come un popolo fondamentalmente egoista, tutto incentrato sul proprio orticello ed incapace di una visione unitaria di benessere collettivo, in sostanza ognuno accettava il regime nella misura in cui quest’ultimo non interferiva con i suoi affari personali, se poi capitava che qualcuno finisse nei guai erano affari suoi.

L’arrivo della guerra non fece altro che confermare questo ragionamento. Il gregge popolare che sino ad allora aveva accompagnato il regime si sfaldava innanzi alla povertà, alle bombe, alle macerie, alla morte ed alla sconfitta; se la guerra fosse stata rapida e vittoriosa nessuno si sarebbe lamentato, ma una guerra fatta di sconfitte non poteva essere tollerata. Elsa visse quegli anni di dolore cercando di salvare il salvabile, vedendo il proprio paese sprofondare nella sconfitta, vedendo eserciti invasori affrontarsi nella sua terra, vedendo gli amici tedeschi accanirsi spesso contro la popolazione inerme e vedendo gli amici alleati radere al suolo il suo quartiere per bombardare la stazione di Bologna; iniziò a pensare che nessuno fosse lì davvero per il bene dell’Italia, neppure gli stessi Italiani.

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Il ricordo più bello degli anni della sua gioventù erano legati alla forte coesione spirituale all’interno della famiglia e della comunità, si respirava allora una devozione religiosa ancora genuina fatta di piccoli gesti, di pensieri gentili e di opere oneste; i momenti di preghiera erano tanti e quelli di solitaria riflessione non erano da meno, Elsa si accorgeva che la maggior parte delle persone erano in grado di apprezzare ed interiorizzare le piccole gioie di ogni giorno in modo spontaneo e naturale. Dopo la guerra questo atteggiamento iniziò pian piano a mutare. Gli anni della ricostruzione erano molto frenetici, c’era l’esigenza di recuperare il benessere perduto e di stare al passo con gli altri paesi sviluppati, gli interessi economici in ballo erano tanti sia ad alto che a basso livello. La Bolognina ne era un fulgido esempio nel suo status di quartiere da ricostruire, molti costruttori in quegli anni costruirono la loro ricchezza nelle strette strade del quartiere, intere opere vennero realizzate, case, negozi, fabbriche ed infrastrutture, tutto rinasceva e tutto faceva guadagnare. Elsa e la sua famiglia non rimasero con le mani in mano e parteciparono attivamente alla proliferazione di nuove ricchezze iniziando a gestire un modesto negozio di abbigliamento all’inizio della via Ferrarese ed acquistando un nuovo appartamento ricostruito in via Zampieri.

Il tempo iniziava ad essere scandito dal denaro e dal bisogno di averne sempre di più, per stare al passo con le spese, per stare al passo con gli altri, per comprare prima l’utile e poi il superfluo. Elsa da ragazza diventava donna, si sposava, aveva dei figli e continuava a costruire la sua stabilità ed il suo futuro sempre all’interno della Bolognina, senza mai smettere di osservarne e catalogarne i cambiamenti, sempre attenta a tutto quello che la circondava.

Le sue riflessioni si spostarono anche sul piano politico, la contrapposizioni elettorale di quegli anni vedeva da un lato la Democrazia Cristiana e dall’altro il Partito Comunista Italiano. La DC governava a livello nazionale e si faceva protettrice di valori spirituali tradizionali e della democrazia parlamentare portata dai liberatori, nel concreto era l’appendice del capitalismo mondiale all’interno della nazione, un partito servo degli interessi economici degli Americani e del Vaticano, ben lontana dalla vera spiritualità e connivente con oscuri potentati criminali. Il PCI governava localmente ed era portavoce ufficiale dell’Impero Sovietico, si riempiva la bocca di belle parole come libertà e diritti, ma il suo vero obiettivo era un altro; era una forza ipocrita che costruiva il suo consenso sul dogma dei partigiani, ma che a livello amministrativo locale sapeva anche creare un certo benessere tramite infrastrutture funzionanti ed accessibili a tutti. Elsa non amava nessuno dei due partiti, le sue riflessioni sulla loro doppia faccia non le permetteva di aderire a cuor leggero a quei colori, indipendentemente dalle riflessioni sul potere e sull’economia vedeva che erano raggruppamenti di persone fondamentalmente materialiste, persone che avevano dimenticato la vera spiritualità dell’uomo.

Nel corso degli anni aveva elaborato una sua visione dell’uomo come un essere composto da due parti essenziali: materia e spirito, entrambe fondamentali nel renderlo unico. Per vivere a pieno la propria vita un essere umano non poteva permettersi di ignora la propria natura e la propria dualità per cui era sbagliato sia l’atteggiamento di chi dava tutto alla parte materiale e così era sbagliato l’atteggiamento di chi coltivava solo la parte spirituale, la virtù stava nel mezzo come sostenevano saggiamente gli antichi. Il problema del mondo moderno era la quantità sempre minore di tempo che si dedicava alla propria parte spirituale, da intendersi non necessariamente come una fervida adesione ad una qualche religione o ad una forma di preghiera, bensì come tempo da dedicare alla propria crescita interiore tramite la riflessione e il contatto con la bellezza del mondo esterno. Quello che la società moderna cercava di trasmettere era l’idea che la cosa più importante fosse il raggiungimento del successo economico come unica misura del valore di un essere umano, come metro di giudizio tra un’esistenza appagante ed una vita sprecata. Tutto ruotava intorno al denaro ed ai mezzi di produzione, non si parlava che di ricchi e di poveri, di borghesi e di proletari, di padroni e di servi, ma ci si dimenticava sempre di parlare di uomini e di umanità.

La Bolognina andava cambiando, erano diversi i suoi abitanti, erano diverse le sue abitudini, tutto era cambiato all’insegna delle esigenze della modernità, il materialismo imperante ledeva l’anima delle persone, il possedere e l’apparire si sostituivano all’essere, tutto diventava uno specchietto per le allodole. Le riflessioni della signora Elsa negli anni iniziarono anche ad occuparsi di aspetti più filosofici legati allo sviluppo e al cambiamento delle città. Argomentava con se stessa che le metropoli tendevano ad essere dei luoghi estremamente dispersivi ancorché interessanti e pieni di vita, potevano essere fulcri di avanguardie culturali e di benessere economico, ma nascondevano anche tanti lati oscuri e degradati; allo stesso modo succedeva sia nelle città più piccole che nei piccoli paesi e che cosa erano in fondo i quartieri se non dei piccoli paesi all’interno di un paese più grande? Nel quartiere si trovavano luoghi simbolo e di aggregazione, c’erano cose che valeva la pena vedere e strade che era meglio evitare, c’erano palazzi belli e palazzi decadenti, ma allo stesso modo esso era anche una comunità di persone con abitudini forse differenti, ma con punti di riferimento identici.

Se la città cambiava era solo perché in primo luogo cambiava il quartiere, che a sua volta andava modificandosi quando cambiavano le strade e gli isolati, il tutto in quel piccolo grande gioco di scatole cinesi che era la vita. Bologna in qualità di città non faceva eccezione a questa regola e la Bolognina in qualità di quartiere non era esente dall’inesorabile passare degli anni, del resto solo gli stolti pensavano che le cose rimanessero sempre uguali. Chi, come Elsa, viveva da una vita all’interno dello stesso spazio era portato a percepire ogni singola modifica come un cambiamento del proprio corpo, a dimostrazione di quanto fosse stretto il rapporto tra esistenza e spazio vitale. Ogni singolo abitante poteva modificare l’ambiente circostante e la sua azione avrebbe inevitabilmente modificato la vita degli altri esseri umani intorno a lui, anche se in modo impercettibile.

Ogni tanto la signora Elsa si fermava sulle panchine di Piazza dell’ Unità a pensare alle infinità di cambiamenti che potevano accadere intorno a lei, si rendeva conto che le variabili con cui quotidianamente aveva a che fare potevano essere infinite, era per questo che non ci sarebbero mai state due giornate uguali alle altre, due ore uguali alle altre o due minuti uguali agli altri. Non era possibile pensare di vivere sotto una campana di vetro lontano da tutto e da tutti, senza dover subire i cambiamenti imposti più o meno volontariamente dagli altri e senza far subire agli altri di rimando; perché nel mondo tutti gli esseri umani erano sia soggetti attivi che passivi.

Dal 1960 in poi la società mutò drasticamente la sua rotta sotto le spinte evolutive provenienti da altri paesi dell’occidente, uno ad uno caddero vecchi tabù e molte delle regole che Elsa aveva sempre conosciuto andarono perdute. Si combattevano battaglie in nome di una meglio precisata libertà, ma quello che lei notava era un costante martellare alla base dell’istituzione fondamentale della società: la famiglia. La famiglia non era più un’entità sacra ed indissolubile, poteva essere spezzata in qualsiasi momento e questo di rimando aveva generato una certa leggerezza nella pratica del contrarre il matrimonio, ci si univa a cuor leggero perché si sapeva di poter interrompere comodamente quel vincolo in qualsiasi momento. La società aveva una visione chiara del futuro solo per quello che riguardava il progresso e lo sfruttamento economico, ma per quello che riguardava il progresso dell’individuo e la sua realizzazione come essere umano non c’era un vero spazio.

La signora Elsa non aveva in simpatia coloro che portavano avanti le eterne battaglie per i diritti, perché sosteneva fossero persone che non si preoccupavano minimamente dei doveri, ma si guardava bene dall’esprimere i suoi giudizi in pubblico perché non voleva passare da reazionario o essere etichettata come una persona di destra, in fondo la sua visione del mondo era talmente lontana dalla politica da non meritare una classificazione così povera di contenuti come quella dei partiti. L’unica cosa di cui era certa nelle sue riflessioni era che il progresso e questa matassa di nuovi diritti non stavano apportando un miglioramento reale alla vita delle persone dal momento che i rapporti umani andavano peggiorando, divisi sempre di più dal distacco e dalla materialità.

L’eterna evoluzione del mondo trasformo ben presto tutto lo scenario internazionale, eventi come il crollo dell’Unione Sovietica, la caduta del muro di Berlino, le nuove guerre nei paesi poveri e lo spostamento degli assi del potere rivoluzionarono la vita anche nella piccola comunità della Bolognina. Il flusso costante di stranieri dal 1990 in poi modificò il tessuto sociale di tutto il paese e di ognuna delle sue città, compreso il capoluogo emiliano; la Bolognina come quartiere con caratteristiche popolari si prestava bene ad accogliere interi nuclei famigliari di stranieri di diverse etnie e culture.

La signora Elsa osservò per anni questo flusso, non senza una certa preoccupazione in quanto sentiva invasi i suoi spazi, ma senza mai agire con ostilità nei confronti di queste persone.

Alla fine iniziò a socializzare con loro scoprendo che, indipendentemente dal paese d’origine, aveva molto più in comune con queste persone che con i suoi connazionali, di fatto venivano tutti da paesi poveri nei quali non era ancora arrivato lo sviluppo industriale del capitalismo e la ricerca della ricchezza superflua non era spasmodica come in Occidente, anzi quello che loro andavano cercando erano i mezzi per garantirsi una sopravvivenza basilare. La maggior parte di queste persone avevano ancora una spiritualità molto sviluppata anche se inserita in contesti di credenze religiose molto diverse da quella della signora Elsa, erano persone in grado di affrontare tutte le giornate col sorriso pur dovendo affrontare dei sacrifici, avevano un senso della famiglia ancora molto forte e sapevano emozionarsi e gioire per ogni piccola cosa bella incontrata lungo la strada.

Nel corso degli anni la comunità cinese assunse un ruolo primario all’interno del quartiere, diventando economicamente molto forti, acquistando attività commerciali e immobili con costanza e ben presto la signora Elsa si ritrovò a riflettere su un aspetto che sino ad allora aveva sottovalutato: la contaminazione della ricchezza e del capitalismo poteva colpire ogni popolazione vi entrasse a contatto, era un virus letale che andava estendendosi a macchi d’olio modificando i tessuti sociali e le esigenze delle singole persone rendendole alla fine dei semplici numeri.

I primi stranieri che erano arrivati si erano costruiti una nuova vita e prosperavano mantenendo viva la loro originaria semplicità e la loro schietta spiritualità, ma le nuove generazione che arrivavano erano avide ed assetate di denaro, cercavano la ricchezza facile e veloce, contemplavano sempre meno il sacrifico e non davano importanza alla famiglia, in sostanza assomigliavano agli Occidentali.

Bologna - Piazza dell'Unità

Bologna – Piazza dell’Unità

Negli ultimi anni di vita la signora Elsa aveva venduto il suo negozio ad una famiglia di cinesi e passava le sue giornate passeggiando per il quartiere facendo quello che aveva sempre fatto: osservare e riflettere. Vedeva il mondo come un continuo susseguirsi di generazioni, uomini e donne che prendevano il posto di altri esseri umani che li avevano preceduti, evolvendosi o involvendosi a seconda dei punti di vista. La sua teoria era basata tutta sull’involuzione che era inversamente proporzionale al progresso sociale. Partiva dal presupposto che ogni generazione fosse convinta che la generazione successiva fosse peggiore, di fatto ricordava benissimo gli anziani che si lamentavano quando lei era giovane e sentiva già molti adulti lamentarsi dei giovani moderni; questo portava inevitabilmente ad una visione del mondo come in costante peggioramento. Da un lato si facevano passi da gigante con la tecnologia e potenzialmente la qualità della vita di tutti poteva dirsi migliorata in apparenza, ma a questo progresso materiale non corrispondeva un progresso spirituale dell’uomo, ormai ridotto ad una entità di produzione e consumo, racchiuso in una fitta rete di rapporti sociali non appaganti e senza più alcun punto di riferimento interiore. Come amava sempre ripetere la signora Elsa era una società in cui gli uomini camminavano con la testa bassa guardando per terra, non erano più in grado di alzare lo sguardo ed osservare la bellezza del cielo coi suoi colori, erano destinati ad essere sempre più tristi e sempre più disumanizzati.

Su una panchina di Piazza dell’Unità era seduta un’anziana signora di bassa statura, col corpo esile e una lunga chioma di capelli argentati, da anni tutte le mattine si metteva sempre sulla stessa panchina e per alcune ore restava in silenzio ad osservare il mondo che la circondava. Nel quartiere tutti conoscevano la signora Elsa, ma quando morì in quel giorno di Maggio seduta su quella panchina e il suo spirito si librò in cielo non se ne accorse nessuno, perché tutti i presenti erano troppo occupati a guardare per terra. Dei suoi ricordi e dei suoi pensieri non rimase che la lontana eco per le strade della Bolognina, nella sua vita non aveva lasciato segni evidenti e come diceva un grande filosofo si era limitata a guardare le ore che passavano, il che era sempre meglio che cercare di riempirle.

Storie della Bolognina – 1

1 – IL BAGATTO

(da una storia vera) 

Dicono che chiamarsi Leonardo sia una grande responsabilità perché si porta il nome di un grande artista ed inventore, ma per me non è mai stato né un peso né un problema. Forse potrei affermare con una certa tranquillità che non me ne è mai importato nulla. Ad ogni modo posso dire di essere un artista anch’io, ma penso che questo valga anche per tutti gli altri che hanno fatto del tirare a campare uno stile di vita. Come tanti della mia generazione sono partito da zero, non possedevo nulla e avevo un lavoro modesto, poi ho intuito la svolta. Ma andiamo con ordine.

Sono nato a Bologna nel 1951: allora c’era tanta povertà perché la guerra era finita da pochi anni. La ricostruzione faceva diventare ricchi solo i furbi e la mia famiglia non annoverava dei furbi infatti mio padre faceva l’operaio e mia madre faceva i lavori di casa per le signore più ricche. Vivevamo in via Lombardi in uno dei quartieri più popolari della città, ma devo dire che dei primi anni della mia vita ho solo dei bei ricordi: allora ero spensierato e passavo le mie giornate tra la scuola e i giochi pomeridiani con i coetanei. La mia vita ruotava tutta attorno alla Bolognina ed alla sua silenziosa malinconia. Tutti quanti vivevamo nelle stesse condizioni e aspiravamo un giorno ad essere bravi ed onesti come lo erano i nostri padri.

Iniziando a frequentare la parrocchia ci accorgemmo presto che c’era anche un altro mondo al di fuori del nostro: un mondo fatto di gente più ricca che vestiva e mangiava meglio di noi, un mondo di persone che ci squadravano dalla testa ai piedi e ci guardavano sempre con un certo disprezzo. Per molti dei miei amici quello era un motivo di dispetto ed indignazione, a casa ascoltavano spesso i loro padri lamentarsi dei ricchi, dei padroni, e delle angherie che dovevano subire sul posto di lavoro. C’era tanta voglia di rivalsa sociale. Contrariamente ai miei amici io non ce l’avevo con quelle persone e col passare del tempo iniziai a desiderare la ricchezza per me e per la mia famiglia, ma più mi sforzavo di ragionare e meno trovavo modi onesti di guadagnare tanti soldi. In sostanza per uno come me era preclusa la via della ricchezza. Forse aveva ragione mio padre quando diceva che in Italia diventava ricco solo chi lo era già in partenza.

Nel 1967 iniziai a lavorare nella stessa fabbrica in cui lavorava mio padre: guadagnavo i miei primi stipendi e collaboravo alle piccole spese della mia famiglia. I soldi che mi rimanevano li mettevo sul mio piccolo conto in banca, ma il ritmo a cui accumulavo ricchezze era decisamente troppo lento per le mie ambizioni. Dovevo diventare ricco, ma come potevo fare?   Quelli erano anni molto particolari e c’era tanta violenza in giro: la gente si uccideva per la politica, c’erano tante rapine e la polizia era ovunque. Per tutta questa serie di motivi ero consapevole di non poter intraprendere una carriera nella malavita: dovevo trovare una via diversa.

Fu alla fine del 1970 che finalmente si presentò la giusta occasione. All’uscita dalla solita funzione domenicale venni avvicinato da una signora anziana che abitava poco distante da casa mia. La conoscevo molto bene sin da bambino ed era sempre stata molto buona e gentile con tutti i bambini del vicinato; la vita però era stata molto dura con lei e le aveva portato via il marito che ancora era giovane e piena di voglia di vivere: da allora era rimasta sempre da sola. Quella signora anziana mi invitò a casa sua a bere un tè ed io accettai senza indugio perché in fondo non ci vedevo nulla di male. Mi raccontò tutta la sua vita e tutte le sue disgrazie ed io cercai di consolarla come potevo: che pena che mi faceva quella povera creatura piegata dalla cattiveria della vita. E lì ebbi un lampo di genio, tutto nella mia mente si illuminò come se avessi intuito la strada della mia vita: avevo trovato il modo di fare soldi! Non si trattava di rapinare le povere signore anziane che vivevano da sole nel quartiere bensì avrei potuto scambiare qualcosa con loro in cambio di denaro. L’intuizione geniale che aveva colpito il mio giovane cervello mi entusiasmò a tal punto che senza pensarci su presi e baciai appassionatamente quell’anziana signora. Poteva essere un rischio. In fondo quella donna avrebbe anche potuto reagire male, ma fu presto chiaro che mi aveva condotto a casa sua proprio per quel motivo. Iniziai così una sorta di secondo lavoro e di doppia vita: di giorno stavo in fabbrica con mio padre a sudarmi il pane, mentre qualche sera uscivo e andavo dall’anziana signora in cambio di qualche soldo. L’impatto sul mio conto in banca era certamente positivo, ma a breve mi resi conto che anche questa entrata non mi bastava più. Volevo di più. Molto di più.

Mi diedi da fare. Entro la fine del 1972 facevo visita puntualmente a ben quattro signore sole e avevo impegnato tutte le sere della mia settimana. Accumulavo praticamente un altro stipendio tutti i mesi e questo mi rendeva molto felice ed appagato. Non mi dispiaceva giacere con quelle donne e non mi importava se i loro corpi erano decadenti ed incartapecoriti, mentre il mio era ancora giovane e vitale. In fondo si trattava solo di commercio. Io davo un servizio e loro lo pagavano.

Chiese Cattoliche Parrocchiali Ss. Angeli Custodi

Parrocchia Ss. Angeli Custodi – Via Lombardi

Nel 1975 la prima signora che aveva innescato il mio giro di ricchezza mi rivelò di essere ormai prossima alla dipartita a causa di un brutto male che le aveva cominciato ad attaccare il corpo, me ne rammaricai sinceramente perché in fondo le ero molto affezionato e lo dovevo anche a lei se stavo accumulando tanta ricchezza sul mio conto in banca. Anche in quella occasione si dimostrò una donna eccezionale ed ebbe un’idea che cambiò per sempre il resto della mia vita: mi propose di comprare la nuda proprietà del suo appartamento per una cifra molto bassa. La vedova non aveva che qualche lontano parente odioso e voleva che la sua casa passasse a me in modo sicuro e senza possibilità di rivalse legali da parte dei possibili eredi. Era un’idea geniale e mi aprì un mondo completamente nuovo di ricchezze. Iniziai ad immaginare di possedere tante case, di fare sempre più soldi e di aiutare sempre più donne anziane ad alleviare la loro solitudine.

Fu così che nel 1976 entrai in pieno possesso del mio primo appartamento e lo affittai subito ad un mio caro amico dal momento che preferivo rimanere a vivere insieme ai miei genitori per aiutarli nella loro vita di tutti i giorni. E non dimentichiamoci che non volevo che scoprissero come mi guadagnavo realmente da vivere. Prima della fine dello stesso anno avevo acquistato altre due nude proprietà ed avevo iniziato a frequentare altre signore solitarie. I miei amici mi guardavano e scuotevano la testa perché non approvavano il modo di fare soldi: per alcuni stavo mercificando il mio corpo, per altri me ne stavo approfittando delle disgrazie di povere anziane sole. Dal canto mio cercavo di far notare a tutti che in fondo non stavo facendo del male a nessuno. Non stavo di certo rubando o uccidendo e dare un po’ di piacere alle donne anziane non era di certo vietato dalla legge. Non sentivo neppure il bisogno di confessarmi dal parroco perché sentivo di non star commettendo alcun peccato in quel mio modo di vivere.

Nel 1983 quando i miei genitori morirono in un incidente d’auto ero già proprietario di cinque appartamenti sparsi per la Bolognina. Ora che ero da solo potevo muovermi con più serenità e disinvoltura, senza il timore di essere giudicato per quello che facevo e per come guadagnavo i miei soldi: lasciai il lavoro in fabbrica per dedicarmi giorno e notte alle signore anziane del quartiere. Chi non mi conosceva da vicino mi giudicava un’anima pia, un benefattore che dava sostegno alle persone bisognose aiutandole nelle faccende di casa: ero diventato una persona ricca e rispettabile per tutti gli sconosciuti.

Devo dire che se ripenso ai primi anni dopo la morte dei miei genitori e a quella libertà che finalmente respiravo sento ancora un brivido che mi corre lungo la schiena. A volte ripenso a tutto quello che avevo sino a quel momento e più volte sono giunto alla conclusione che fosse proprio la mia famiglia a frenare le mie possibilità di successo e di ricchezza, loro, così poveri e semplici, destinati a non essere mai nulla di più che semplici operai senza ambizione alcuna. Era un bene che fossero morti lasciando così spazio alle mie capacità.

Festeggiai il 1990 entrando nel mio dodicesimo appartamento. Avevo trentanove anni e mi sentivo invincibile. Non mi aveva mai sfiorato lontanamente l’idea di avere una famiglia tutta mia né tanto meno di avere dei figli con cui condividere le ricchezze che andavo accumulando. Non vivevo nel lusso perché cercavo di accumulare sempre il più possibile. Mi concedevo qualche sfizio ogni tanto: qualche vacanza in posti esotici, qualche vestito nuovo, ogni tanto cambiavo macchina e poco altro. In fondo le mie vecchiette mi amavano perché ero una persona semplice che dava loro le giuste attenzioni. E nel 1990 avevo già smesso da tempo di chiedere soldi in cambio delle mie prestazioni sotto le lenzuola, cari miei, io puntavo direttamente agli appartamenti e quelli me li potevo conquistare solo con la fiducia e la dedizione.

Tornado al fatto che mi chiamo Leonardo concorderete con me che sono un artista, ma non sono un inventore. Porto sempre con me una foto della mia prima vecchietta perché a lei devo tutto. se lei non avesse avuto l’idea della nuda proprietà io oggi non sarei così ricco e fortunato. Pensateci.

Nel 1994 mi si presentò un’altra occasione. Frequentavo una ricca signora che possedeva molti negozi ed appartamenti in giro per la città e mi avrebbe dato la possibilità di triplicare il mio patrimonio immobiliare in un sol colpo. Iniziai a muovermi con cautela perché era circondata da un nugolo di parenti viscidi ed opportunisti che non aspettavano altro che la sua dipartita per potersi spartire l’eredità. Con grande abilità acquistai alcuni dei suoi negozi a prezzi stracciati e mi feci subitaneamente restituire i soldi sottobanco. In fondo lei non voleva lasciare nulla alle sanguisughe che la circondavano. Nei tre anni successi le sue proprietà meno vistose passarono dalle sue mani alle mie, ma per i valori maggiori non potevamo agire in maniera troppo scoperta senza il rischio di un intervento dei potenziali eredi.

bagatto

All’inizio del 1998, sentendo che le forze ormai le venivano meno, la cara signora fece redigere un nuovo testamento nel quale mi nominava suo erede principale, spodestando di fatto buona parte dei suoi parenti ancora in vita. Tranquillo e felice aspettai insieme a lei il momento della sua dipartita, pregustando le ingenti ricchezze che mi stavano per cadere sulla testa. Alla morte della signora iniziò invece un lungo calvario giuridico, di cui beneficiarono solo gli avvocati delle parti, tra i parenti della defunta e il sottoscritto. Dopo alcuni anni di lotte dovetti mollare la presa e salutare per sempre quelle grandi ricchezze che davo già per mie.

Era il 2002 e il peggio era che lo scalpore della battaglia legale aveva messo allo scoperto il mio operato di tutti quegli anni. Ora la gente quando mi guardava per strada vedeva solo un avido opportunista che sfruttava i dolori e la solitudine delle donne anziane per i suoi loschi tornaconti. La mia immagine ne aveva risentito in maniera tremenda: molte donne non vollero più aver niente a che fare con me, persi tante altre possibilità di ricchezza. Certo avevo già tantissime proprietà, ma non mi bastavano. Volevo di più. Meritavo di più.

Per fortuna trovai lo stesso qualche vecchia da soddisfare e pian piano ritrovai il gusto della conquista che avevo avuto nei primi anni in cui mi davo fare in via Lombardi. Ricominciai dalle cose semplici, dai piccoli piaceri della vita, dai piccoli appartamenti e dalle piccole ricchezze, senza mai esagerare e senza uscire più dalla piccola dimensione familiare della Bolognina. Poi un giorno qualcosa cambiò tutto.

Avevo cominciato a frequentare la casa di una vecchia signora in via Algardi. Passavo molto tempo da lei perché era una compagnia piacevole e parlavamo di una vasta gamma di argomenti e condividevamo tanti interessi. Si può tranquillamente affermare che avessimo un bellissimo rapporto speciale. Purtroppo con l’età non riusciva più a tenere dietro alla sua bellissima casa e così aveva assunto una domestica proveniente dall’est Europa e che abitava insieme a lei. C’era qualcosa di strano in atto in quell’estate del 2005, ma non saprei spiegare bene cosa. So solo che improvvisamente e senza che avessi modo di rendermene conto iniziò uno strano triangolo amoroso all’interno di quella casa. Mi trovai a saltare da un letto all’altro nel corso della stessa notte, sino a che non capitò di trovarci anche tutti e tre nello stesso letto. Non capivamo quello che ci stava accadendo e giorno dopo giorno eravamo sempre più fagocitati da quella strana passione avvolgente. Passavamo le nostre giornate in orge e baccanali ripetuti, tanto che avevo dimenticato le altre signore, avevo dimenticato i miei appartamenti e tutte le mie ricchezze. Ero perso dentro quelle due donne.

Poi l’anziana signora morì all’improvviso in una notte di autunno del 2008. Fu un duro colpo sia per me che per la dolce ragazza che le era stata accanto per tutti quegli anni, eravamo sconvolti e nella nostra disperazione continuammo ad accoppiarci in maniera animalesca giorno dopo giorno. Alla fine lei ebbe un’idea davvero fantastica, potevamo sposarci e vivere per sempre in quella casa, potevamo creare il nostro tempio d’amore e ricordo in via Algardi ed invocare l’amata defunta durante i nostri continui rapporti. L’idea mi sembrava geniale ed accettai.

Dicono che chiamarsi Leonardo sia una grande responsabilità perché si porta il nome di un grande artista ed inventore, ma per me non è mai stato né un peso né un problema, anzi posso dire con una certa tranquillità che non me ne è mai importato nulla. Domani è un giorno importante perché finalmente mi sposo con una donna che ha capito la profondità della mia anima. Una donna che non mi sposa per le mie ricchezze bensì per onorare la memoria di una donna straordinaria che ci ha dato tanto. Da domani ogni giorno sarà una festa e nel nostro tempio di passione potremmo godere di quanto ho accumulato in questi anni di faticoso e dedito lavoro al servizio della terza età. Ho cinquantotto anni e non sono più giovanissimo anch’io per cui credo che sia decisamente meglio sistemarsi una volta per tutte. La morale della mia storia? In tutta onestà non ve la saprei dire, ma è poi così importante?

Storie della Bolognina – 0

0 – IL MATTO

Luca stava seduto di fronte alla finestra di camera sua e come tutti i pomeriggi osservava il cielo mutare colore col passare delle ore, a volte era un cielo azzurro a volte era un cielo grigio, a volte non si intravedevano nuvole a volte pioveva a dirotto, a volte addirittura nevicava. Per anni Luca aveva sempre ripetuto quel rituale con precisione maniacale: non appena finiva di pranzare si chiudeva in camera sua e si metteva lì sino all’ora di cena a riflettere in silenzio. Nei giorni particolarmente soleggiati si metteva talvolta a disegnare su un vecchio blocco di carta che teneva sulla scrivania, nel quale ritraeva sempre e solo il palazzo di fronte al suo. I disegni che considerava più belli li aveva appesi tutti alle pareti della camera. La famiglia di Luca abitava in un appartamento al terzo ed ultimo piano di una palazzina di via Nicolò Dall’Arca all’angolo con via Albani, nella parte più antica del quartiere Bolognina, in una zona   composta di vecchie case basse con caratteristici mattoni a vista di colore rossiccio. Si trattava di abitazioni costruite agli inizi del ‘900 quando la zona era abitata principalmente da famiglie di operai che lavoravano nelle vicine fabbriche, erano tutte case di tre o quattro piani e gli appartamenti all’interno tendevano ad essere tutti uguali nella forma e nella metratura. La casa aveva un piccolo ingresso intorno al quale si sviluppavano gli ambienti: la cucina e la camera dei suoi genitori si affacciavano su via Dall’Arca, il bagno guardava su via Albani, mentre la camera di Luca era l’unica a dare sul retro della palazzina. Era un alloggio modesto acquistato dal nonno di Luca subito dopo la fine della seconda guerra mondiale. Nonno Paolo, in quegli anni, era stato costretto a trasferirsi dalla campagna di Minerbio alla città per motivi di lavoro. Allora, la famiglia era composta dai nonni di Luca e da suo padre ancora in fasce; nonno Paolo aveva da poco iniziato a lavorare per una impresa edile e il lavoro in quegli anni di ricostruzione non gli mancava, mentre nonna Luisa restava ad occuparsi della casa e saltuariamente si dedicava al cucito.

Dalla finestra della camera di Luca si potevano vedere molte cose. La più caratteristica era il mercato di via Albani, uno dei principali punti di ritrovo e di commercio della Bolognina, dove il padre del ragazzo aveva una bancarella di frutta e verdura che gestiva da diversi anni; solo raramente Luca si alzava dalla sedia per osservare i movimenti di suo padre o delle altre persone intorno a lui, essendo molto più interessato alle evoluzioni del cielo che non alla varietà delle persone. Mamma Adele entrava spesso in camera durante i pomeriggi per controllare che tutto fosse a posto e che suo figlio stesse seguendo la sua routine in modo regolare e senza incidenti: era pronta ad ogni evenienza e portava sempre in tasca una scatola di Lorazepam come le aveva consigliato di fare lo psichiatra che da anni seguiva il caso di Luca. Il ragazzo era generalmente innocuo. Troppo perso nei suoi viaggi mentali per provare ad interagire in qualche modo col mondo esterno e con le persone che lo circondavano. Era in grado si svolgere correttamente tutte le funzioni vitali di un qualsiasi essere umano, ma non era interessato all’interazione con gli altri; per esempio mangiava a tavola coi genitori, ma non rivolgeva mai loro la parola. Nessuno sapeva con precisione cosa attirasse così tanto l’attenzione di Luca nel cielo: lo psichiatra sosteneva che si trattasse di fenomeni allucinatori prolungati, come se il ragazzo guardando ad si sopra dei tetti lasciasse libero sfogo alla sua fantasia sino a costruirsi un mondo tutto suo fatto di immagini e personaggi fantastici, ma questa teoria era in contrasto con le decine di disegni che ritraevano perfettamente il palazzo di fronte. Luca dal canto suo non faceva nulla per aiutare gli altri a comprendere meglio la sua passione per il cielo.

Nella zona tutti conoscevano la storia di Luca. Molti se lo ricordavano ancora come era da bambino, altri ancora si ricordavano suo padre Carlo ancora in fasce negli anni della ricostruzione e dei sacrifici; anni che erano passati lentamente e nei quali tutto sembrava possibile, bastava rimboccarsi le maniche e lavorare sodo. Eppure per molti anni la famiglia aveva faticato a trovare una forma redditizia di sostentamento. Quando Carlo aveva deciso di sposarsi con Adele si erano ritrovati a vivere in quattro nel piccolo appartamento di via Nicolò Dall’Arca poiché le due famiglie d’origine non avevano abbastanza soldi per comprare un appartamento alla giovane coppia. Nel 1972 la nascita di Luca coincise con la svolta economica della famiglia: nonno Paolo aveva deciso di prendere in gestione un banco di frutta e verdura nell’adiacente mercato di via Albani ottenendolo ad un prezzo di favore dal signor Ettore, un anziano amico di famiglia rimasto senza eredi a cui trasmettere l’attività portata avanti con dedizione per tanti anni. L’attività commerciale si dimostrò più redditizia del previsto. Erano anni d’oro per il commercio e in pochi mesi padre e figlio riuscirono a creare un ottimo giro di clienti fissi, le entrate economiche erano costanti e in casa tutti cominciavano a pensare in grande. Erano passati tanti anni e molte cose erano cambiate nel mondo, e la Bolognina ne era uno specchio fedele e talvolta impietoso.

0-Le-Mat

Luca non perdeva mai tempo a ricordare il suo passato, soprattutto quando si metteva a sedere davanti alla finestra pronto a vivere nuove entusiasmanti avventure sulle ali della sua fantasia. Il volo. Ecco cosa aveva sempre affascinato il ragazzo sin dalla più tenera età: la possibilità di poter girare da un posto all’altro solcando i cieli nella più totale libertà e tranquillità. Nelle sue ore silenziose immaginava di volare e di raggiungere posti lontani, il più delle volte sconosciuti, dove poteva apprendere cose nuove senza l’intrusione di altri esseri umani. Si circondava di paesaggi mozzafiato e di animali incuriositi vivendo in armonia con tutte quelle visioni, ma con la consapevolezza di non poter rivelare a nessuno l’esistenza di quei luoghi per mantenerne intatta la purezza. Spesso visitava paesaggi bagnati dal mare e allora nella sua mente si facevano strada alcuni fotogrammi sbiaditi di un passato lontano, istanti di vita immortalati anche da alcune fotografie che erano appese in camera sua: la sua prima vacanza. Il 1975 fu il primo anno in cui la famiglia riuscì a permettersi le vacanze al mare. Tutti insieme avevano trascorso due allegre ed emozionanti settimane a Rimini permettendosi gli agi della vita in albergo e delle spiagge affollate. Luca era un bambino meravigliosamente tranquillo: non faceva i capricci, dormiva la notte e non bagnava il letto, mangiava di tutto senza lamentarsi ed era circondato dall’affetto incondizionato di ogni membro della famiglia. Certo i mari che visitava nelle sue peregrinazioni pomeridiane erano ben altra cosa se paragonati a quello della riviera romagnola. I suoi paesaggi incontaminati parlavano di tropici, di isole sconosciute dei Carabi, di atolli dimenticati della Polinesia e di fortunosi naufragi nell’Oceano Indiano.

I nonni di Luca erano già morti da alcuni anni, ma lui sostanzialmente non se ne era reso conto. Da un giorno all’altro avevano semplicemente smesso di farsi vedere nella sua camera e di loro non erano rimaste che le foto appese ai muri. In realtà nonno Paolo e nonna Luisa non abitavano più in quella casa da molti anni, da quando avevano deciso di comprare una nuova casa per tornare a vivere a Minerbio in modo da lasciare alla giovane famiglia i propri spazi; gli affari andavano talmente bene che nel 1979 i nonni annunciarono al piccolo Luca che presto si sarebbero trasferiti nella loro nuova casa e che quella villetta in provincia un giorno sarebbe stata tutta sua. Il piccolo in cuor suo non avrebbe mai barattato la vicinanza dei nonni con nessun blocco di mattoni ancorché redditizio. Eppure quel pensiero di bambino era ormai sperduto nei meandri della psiche di Luca. Nei suoi viaggi mentali non c’era un posto riservato ai parenti e non era per una qualche ritorsione ingiustificata, ma solo perché sapeva che nessuno avrebbe potuto volare in quel cielo insieme a lui. Luca volava e toccava il cielo con le mani, spostava le nuvole a suo piacimento e talvolta ci giocava costruendo figure di animali; se il tempo era brutto volava in mezzo ai fulmini e alla pioggia battente senza timori perché sapeva che gli elementi erano dalla sua parte e la loro ira era rivolta alla comunità della terra, colpevole di distruggere tutte le bellezze del pianeta.

C’erano dei rarissimi giorni in cui non riusciva a volare e allora si arrabbiava con sé stesso ed iniziava ad urlare e a dimenarsi in modo violento arrivando talvolta a sbattersi la testa contro il muro. In quei casi interveniva mamma Adele a sedarlo con le medicine prescritte dallo psichiatra e lui sprofondava in un sonno senza sogni per il resto della giornata; restava a letto con lo sguardo fisso nel vuoto e la sua mente restava imprigionata in una stanza asettica senza la possibilità di porte o finestre. Per fortuna era un incidente che capitava tre o quattro volte all’anno e non di più. Del resto, le ali di Luca erano robuste e l’esperienza l’aveva portato ad un livello tale da sfidare le peggiori condizioni pur di raggiungere le tanto sognate mete naturali. C’erano infine alcuni giorni in cui decideva deliberatamente di riposarsi e lo faceva generalmente nelle giornate soleggiate, perché aveva paura di rovinarsi le ali esponendole troppo spesso al forte calore del sole: erano le giornate in cui si dedicava al disegno. Il suo unico soggetto era il palazzo di fronte al suo. Era legato sin da piccolo a quell’immagine che evocava in lui sensazioni di sicurezza e tranquillità. Erano rari i momenti di lucidità e consapevolezza nei quali si rendeva conto di essere tra le mura di casa, in un ambiente a lui amico.

Da bambino la giovane vita del piccolo Luca ruotava tutta intorno alla Bolognina, si recava a scuola tutte le mattine in via Di Vincenzo, quando tornava a casa faceva diligentemente i compiti poi correva a fare compagnia a suo padre al mercatino oppure andava con gli amici a giocare in Piazza dell’ Unità o sotto i portici di via Matteotti. Il loro gioco preferito era correre in bicicletta evitando i pedoni e ridendo alle loro giustificate imprecazioni, né papà Carlo né mamma Adele sarebbero stati molto contenti se avessero saputo di questo irriverente passatempo. Erano i primi anni ’80 e tutto il mondo sembrava in costante evoluzione: tutto cambiava con una rapidità assurda a partire dalle mode, ma non facevano eccezione i film, le letture, le idee e le stesse nazioni. C’era grande fermento anche nelle piccole strade della Bolognina e i suoi abitanti sentivano il cambiamento nell’aria. Erano ancora anni buoni per chi commerciava. Giravano tanti soldi e la gente iniziava a spendere in proporzione maggiore rispetto ai decenni precedenti e chi ci guadagnava maggiormente non era chi commerciava nell’essenziale bensì chi commerciava in quello che prima era considerato lusso se non addirittura superfluo: erano i tempi che cambiavano.

L’unica cosa che Luca ricordava di tutti quegli anni era il palazzo di fronte alla sua finestra, tutto il resto era andato perduto. Tutti i luoghi e tutti i volti delle persone amiche erano sprofondati in una voragine nera all’interno della sua memoria. Agli altri questo non era successo. Tutte le persone che l’avevano conosciuto si ricordavano di lui e di quanto fosse un bambino vitale e sorridente. Tutte le persone delle zona sapevano che la sventura si era abbattuta sulla sua famiglia in un lontano pomeriggio di Aprile del 1984. In un soleggiato pomeriggio Luca stava correndo in bicicletta coi suoi amici sotto i portici di via Matteotti in direzione del ponte di Galliera. Arrivati a gran velocità all’incrocio con via Zampieri non si accorsero di alcune signore anziane che stavano svoltando l’angolo proprio in quel momento e dovendole evitare all’ultimo istante sterzarono bruscamente verso la strada. Luca, che era il più esterno del gruppo, venne colpito in pieno da un autobus che transitava proprio in quel momento e cadde rovinosamente a terra sbattendo la testa contro l’asfalto: quello fu il momento in cui il cervello di Luca formattò tutte le informazioni precedentemente acquisite e cominciò a crearne delle nuove a proprio uso e consumo. L’incidente non aveva danneggiato in maniera evidente il cervello nelle sue parti adibite al controllo motorio, ma i danni si erano prodotti in quelle aree coinvolte nel controllo della personalità: ad esempio Luca non aveva perso l’uso della parola, ma aveva deciso di propria iniziativa di non farvi ricorso. Non era impossibilitato a comunicare. Aveva semplicemente scelto di non farlo. I primi tempi furono i più duri per la sua famiglia poiché tentarono di curarlo portandolo da diversi specialisti e provando diverse cure farmacologiche, ma senza mai ottenere i risultati sperati: Luca viveva ormai nel suo universo e nessuno avrebbe mai potuto riportarlo nel mondo comune. L’esasperazione e la rassegnazione alla fine ebbero la meglio. Carlo e Adele si rassegnarono al fatto che il loro unico figlio sarebbe stato per tutta la vita chiuso nel suo limbo, senza la possibilità di riuscire a comunicargli anche le emozioni più tenere che un genitore può nutrire nei confronti di un figlio, avevano davanti un muro impenetrabile.

Era un pomeriggio di Aprile del 2003 e Luca se ne stava come sempre seduto davanti alla sua finestra fissando il cielo. Quel giorno era particolarmente indeciso sulla meta da raggiungere e la sua testa stava analizzando i pro e i contro delle varie destinazioni. La sera prima in televisione aveva visto un documentario sulle Filippine ed era rimasto colpito nell’apprendere che erano formate da più di settemila isole, un numero impressionante, ed era sicuro che ce ne fossero molte non abitate se non addirittura inesplorate. Poteva essere la meta che faceva al caso suo. Quando finalmente si decise a partire la sua gioia durò poco: si accorse immediatamente di non riuscire a librarsi in cielo con la solita tranquillità, c’era qualcosa che lo teneva inchiodato in quella stanza. Innervosito iniziò a guardarsi intorno e vide le pareti della stanza farsi sempre più cupe. Le foto ed i disegni alle pareti iniziarono a deformarsi trasformandosi in orrende figure sghignazzanti. Cercando la forza di urlare scoprì, per la prima volta in vita sua, che non ne era in grado di farlo e rimase immobile a fissare le pareti cercando dentro di se l’energia per aprire le ali e volare lontano da quel luogo di terrore, ma tutto sembrava vano. Si girò allora verso la finestra e guardò il cielo in cerca di una illuminazione. Colto da un’improvvisa ispirazione aprì la finestra e si lanciò nell’azzurro volando verso le isole delle Filippine.

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Un’ambulanza arrivò in pochi minuti e fu subito chiara la gravità della situazione dal momento che Luca aveva perso molto sangue e non riprendeva conoscenza. Venne portato d’urgenza all’ospedale Maggiore. I genitori erano ancora sotto shock. Adele si era accorta subito di quello che era successo perché non appena aveva sentito aprire la finestra si era precipitata in camera del figlio: Luca non apriva praticamente mai gli infissi della sua stanza   e lei era solita dare aria quando lui era seduto a tavola a mangiare. La vista del figlio in un pozza di sangue nel giardino sottostante l’aveva inorridita al punto che aveva iniziato ad urlare richiamando così l’attenzione di tutto il vicinato, compreso tutto il mercato di via Albani e quindi anche suo marito Carlo.

Luca intanto girava per le isole delle Filippine: esplorava foreste intricate e incontrava animali dalle forme e dai colori mai visti prima, si immergeva nelle acque limpide di alcune spiagge e mangiava frutti sconosciuti. All’improvviso si sentì stanco e si fermò a dormire sotto un albero guardando per un ultima volta il sole tramontare sul mare prima di chiudere gli occhi. Luca non arrivò mai vivo in ospedale.

Storie della Bolognina – Introduzione

mappaLa Bolognina è un quartiere a nord della stazione di Bologna, considerato a buon diritto la Chinatown della città per la folta e storica presenza di cinesi. Storica perché i cinesi arrivarono a Bologna già nei primi vent’anni del ‘900 ed oggi è facile imbattersi nelle quarte generazioni di laboriosi orientali. La Bolognina nacque essenzialmente come quartiere popolare ed operaio, ad eccezione di alcune strade più signorili, e tale è rimasto sino ai giorni nostri aggiungendo a questo tratto caratteristico anche la forte presenza di cittadini stranieri più o meno regolari (spesso meno che più).

2946862661Non vi è però mescolanza etnica. La mescolanza, tanto osannata di questi tempi, si traduce in genere con la creazione di veri e propri ghetti all’interno delle aree urbane dove si trovano a vivere popolazioni molto diverse da loro e che non hanno poi tutta questa voglia di dialogare e collaborare tra loro. I Cinesi fanno gruppo per conto loro e occupano la parte settentrionale del quartiere, in particolare via Ferrarese è la loro strada. Nella parte meridionale del quartiere sono i cittadini di provenienza africana ad essere la maggioranza. Disposti a macchia di leopardo troviamo abitanti del Bangladesh e del Pakistan, che ricambiano cortesemente lo scarso amore delle altre comunità nei loro confronti. Gli abitanti del est europa in buona parte si sono spostati verso altri quartieri della città. Il dislivello tra il lato nord e quello sud della Bolognina, in termini di vivibilità, è molto netto… come diceva il saggio: in via Ferrarese non si muove una foglia che Pechino non voglia. In genere in Cinesi non amano attirare l’attenzione delle forze dell’ordine e fanno si che il loro territorio sia maggiormente tranquillo rispetto agli altri… poi è chiaro che ogni tanto qualcosa capita lo stesso. Il lato meridionale del quartiere negli ultimi anni ospita anche il nuovo complesso (orribile) del Comune di Bologna e sul lato ovest si è tentato un progetto di riqualificazione urbana non ancora terminato.

In questo quartiere (dove visse mio nonno da bambino) ho lavorato per 4 anni come agente immobiliare, vivendo a stretto contatto con le varie realtà del quartiere e addentrandomi a fondo proprio nella zona cinese. Da questa esperienza (2007-2011) nel 2013 ha preso corpo una raccolta di racconti ispirati a luoghi e personaggi incontrati durante le giornate passate in Bolognina. 22 racconti. Ognuno legato ad un Arcano Maggiore dei Tarocchi. Nel corso dei prossimi mesi ve li proporrò su questo blog. Nella speranza che vi trasmettano sensazioni ed emozioni da quel popolare angolo di Bologna. 

La pittrice del mare – parte III

Per intere settimane la giovane donna si recò in quel luogo di buon ora con le sue tele bianche, tornando a casa ogni sera con quadri bellissimi. Nelle sue tele c’era tutto il mondo del mare. Le bellissime navi antiche che solcavano spavalde i mari più pericolosi, creature misteriose degli abissi, dolci sirene cantanti e terribili mostri vendicativi, porti lontani e spiagge esotiche, scene di pesca e di giubilo, scene di naufragi e di morti. Tutto il mare era nelle sue tele, tutte le storie di quegli uomini anziani, la stessa storia del porto-canale e delle sue infinite barche colorate. Giorno dopo giorno quei vecchi pescatori si ritrovavano tra loro nei pressi del canale, scegliendo sempre lo stesso posto, dove si riunivano intorno al tavolo a bere un cordiale tra un racconto di avventura ed una partita a carte. Non badavano alla giovane donna così indaffarata nel dipingere, non si accorgevano della sua spasmodica attenzione nei loro confronti. Loro erano lontani: erano in mare. E lei? Lei cosa era in realtà? Non era la stessa donna di prima, qualcosa nel suo animo si era modificato, qualcosa le aveva aperto le porte della percezione verso un mondo nuovo, una serie di luoghi infiniti che ora le erano diventati familiari.

Una mattina infine si svegliò e per la prima volta dopo settimane sentì che non doveva tornare a Cesenatico. Rimase in casa a riordinare i suoi quadri: erano centinaia. Cosa fare? Dove metterli? Non sapeva bene neppure lei come comportarsi. Mentre era assorta in questi pensieri ricevette una telefonata inaspettata da parte degli organizzatori della mostra “luoghi di mare”: sembrava che la sua opera fosse risultata così bella da meritare un premio speciale. Ma quale fotografia aveva spedito? Non lo sapeva. Tutto sembrava così lontano, non ricordava neppure di aver partecipato a quel concorso, non ricordava nulla se non le intere settimane trascorse a guardare quegli anziani pescatori, nulla se non i suoi quadri. Si recò quindi a Ravenna per ricevere quel premio, mossa più dalla curiosità che dal desiderio dell’affermazione personale. Non aveva idea di ciò che l’attendeva.

Stupore. Meraviglia. Sconcerto. Paura. Magia.

La giovane donna si ritrovò davanti ad una foto che era sicura di non aver scattato. Era impossibile anche solo pensare che l’avesse spedita il giorno stesso in cui avrebbe dovuto scattarla. Era assurdo. Eppure la stavano premiando per una foto scattata sul porto-canale di Cesenatico, un’immagine che ritraeva quattro anziani di spalle, seduti ad un tavolino intenti a parlare e bere un cordiale. Non era possibile. Non aveva mai scattato quella foto. Ricordava bene di essere arrivata a casa e di aver preso un’immagine a caso tra quelle scattate ben prima di andare a Cesenatico, come era possibile?
La giovane donna non capiva. Ascoltava le persone intorno a lei che si complimentavano e annuiva meccanicamente, mentre nella sua testa cercava di fare ordine in mezzo ai ricordi, ma non ci riusciva. L’unica cosa che riuscì a cogliere di tutta quella giornata fu una parte di discorso pronunciata da uno degli organizzatori della mostra: << La casualità di questi ritrovi è solo apparente, ovunque si siedano questi uomini del mare in realtà è possibile scorgere il loro elemento naturale a breve distanza, quasi che volessero controllarne costantemente lo stato, come se non si fidassero a lasciare l’acqua da sola. Diventa così una specie di rapporto tra nonno e nipote, dove il primo trascorre le giornate con gli amici di una vita mantenendo sempre un occhio su quello che fa il suo piccolo erede, mentre il mare continua il suo eterno gioco di onde senza curarsi dello sguardo benevolo che migliaia di anni si posa su di lui. >>

Quella era l’essenza di tutte le settimane che aveva passato a dipingere delle storie di mare. La giovane donna aveva vissuto una storia di mare e come tutte le storie di mare non possono essere spiegate sino in fondo agli uomini della terra.

La pittrice del mare – parte II

Una serie di pensieri e di sensazioni le si accavallarono nella mente, dimenticò la mostra che l’aveva portata sin lì, dimenticò l’idea di cogliere un particolare “nuovo” in foto, si dimenticò del tempo e dello spazio e sentì solo il fortissimo impulso di disegnare e dipingere. Come preda di un incantesimo si alzò e se ritornò verso casa sua con l’idea di tornare il giorno successivo con tutto l’armamentario adatto alla pittura. Si fermò a comprare tutto ciò che le sarebbe servito, prese una foto a caso tra quelle che aveva scattato e la inviò alla mostra “luoghi di mare” dopo di che si mise a dormire come se non avesse riposato da anni.

Si svegliò di buon ora e si diresse con tutta la sua attrezzatura a Cesenatico. Si sistemò vicino al canale in prossimità del bar del giorno prima e con grande gioia vide arrivare gli stessi quattro uomini anziani che le avevano ispirato il primo disegno. Come per magia avvertì di nuovo quella strana sensazione alle mani e cominciò a dipingere senza prestare troppa attenzione alle linee che andava tracciando con velocità impressionante. Ascoltava i racconti di quegli uomini e i suoi pensieri navigavano insieme, viveva decine di avventure e le ritraeva tutte una dopo l’altra, ma senza rendersene realmente conto. Nella sua testa si facevano strada riflessioni nuove. Capiva che le vite trascorse in mare non se ne distaccano mai e che, anche quando il sole inizia a declinare verso l’orizzonte dell’esistenza, ogni sogno ed ogni pensiero non può che fluttuare verso quel mondo misterioso. Cominciava a capire quei pescatori. Essi erano vissuti col mare, non si erano limitati a sfruttarne le risorse e non si erano accontentati di esplorarne i segreti, no, loro avevano voluto essere qualcosa di più sino ad arrivare a credere di essere delle creature marine. Forse erano giunti sino al punto di credere di essere essi stessi il mare. Quegli anziani non trovavano pace sulla terra ferma perché ne percepivano tutti i limiti, la vivevano come una prigione senza sbarre dove non era concesso loro di capire le scelte degli uomini, si sentivano estranei in mezzo agli altri e il loro unico pensiero era quello di tornare sulla barca e riprendere il mare aperto.

Sarebbe stato stupendo sentirsi finalmente liberi e lontani da affanni per loro insensati.
E di nuovo il tempo si era fermato per la giovane donna. Riusciva a fare in pochi minuti il lavoro di intere ore, produceva un quadro dietro l’altro con una velocità incredibile e la sua bravura ne rivelava una dote innata, un dono che sino al giorno prima le era rimasto nascosto. Come poteva essere? Come poteva aver vissuto tanti anni nell’errata convinzione di non saper disegnare? O forse era solo la magia di quel luogo che l’aveva ammaliata e ne aveva modificato le propensioni? Erano forse quei pescatori degli antichi maghi dei tempi passati? Vecchi stregoni del mare, antichi sacerdoti del dio Nettuno. L’anzianità li aveva resi inadatti alla navigazione e da uomini del mare avevano cominciato ad assomigliare agli uomini della terra, ma ogni loro discorso era un ricordo del loro passato, delle loro gesta e della loro vanità. Vivere lontano dalla terra ferma non li aveva resi immuni dal passare del tempo, perché le leggi della natura non potevano essere aggirate da semplici sotterfugi: alla fine anche il trascorrere degli anni si era presentato a chiedere il conto, esigeva il suo pegno dal pescatore come da tutti gli esseri viventi.

[FINE SECONDA PARTE]

La pittrice del mare – parte I

Vi propongo un racconto breve scritto l’anno scorso di questi tempi, lo dividerò in tre parti e il seguito lo pubblicherò nei prossimi giorni. Buona lettura.

LA PITTRICE DEL MARE

Una giovane donna passeggiava lungo il porto-canale di Cesenatico alla ricerca di qualche particolare interessante da poter catturare con la sua nuova macchina fotografica, desiderava infatti partecipare ad una mostra locale dal tema “luoghi di mare”. Aveva girato in lungo e in largo per i paesi della costa romagnola, ma non era riuscita a produrre nessuno scatto che la rendesse pienamente soddisfatta, era come se mancasse sempre un qualcosa per raggiungere la perfezione. Si era convinta di trovare qualcosa di diverso a Cesenatico in forza della peculiarità del porto-canale, rarissimo porticciolo rimasto pressoché originale nonostante il trascorrere del tempo e la scriteriata edilizia dell’uomo. Forse in quell’angolo di Romagna poteva trovare la soluzione al suo problema. La parola d’ordine era “originalità”: il porto-canale nel corso degli anni era stato fotografato in lungo e in largo da turisti, ristoratori, fotografi professionisti e presunti tali, non sarebbe stato semplice trovare qualcosa di “nuovo” o mai ritratto prima.

Arrivata di buon ora a Cesenatico cominciò a spostarsi lungo il canale fermandosi ad osservare ogni singolo palazzo ed ogni barca, grande o piccola, ormeggiata a pochi passi da lei. Col passare dei minuti le sembrò che il tempo si fosse fermato in quel luogo; respirando l’aria coglieva fragranze di un mondo antico e di tempi lontani, meno inquinati e frenetici. Girava e cercava, ma non trovava. A metà mattina si fermò in un bar e si sedette nei tavolini all’aperto ordinando un caffè. Era stanca di camminare e si guardava intorno con aria sconsolata poiché non aveva ancora colto nulla di “nuovo” da fotografare. Cominciò a domandarsi se il vero problema non fosse dentro di lei, in fondo aveva già tantissime foto della costa e forse in mezzo a quelle c’era già quella adatta per partecipare alla mostra, magari quella ricerca spasmodica della perfezione era solo un freno che il suo inconscio le stava ponendo, un freno insensato che andava aggirato.

Improvvisamente i suoi occhi si soffermarono su un tavolo dello stesso bar dove erano seduti quattro uomini anziani che chiacchieravano guardando le barche nel canale, cercando di capire di cosa stessero parlando si rese conto che raccontavano storie di pesca dei tempi passati; evidentemente erano pescatori in pensione che evocavano con nostalgia le loro imprese passate. Dalla postazione nella quale era seduta si poteva scattare una bellissima foto di quegli uomini rivolti verso il porto-canale. Non poteva che uscirne un capolavoro romantico. Eppure c’era qualcosa che la frenava, sentiva qualcosa dentro di lei cominciare a muoversi e le sue mani sembravano vibrare per un qualche inspiegabile fenomeno fisico. Entrò nel bar e chiese un foglio ed una penna, tornò a sedersi davanti al suo caffè e lasciò che la sua mano cominciasse a tracciare segni sul foglio, mentre ancora guardava quei quattro anziani. In pochi minuti fece un bellissimo disegno di una barca ormeggiata nel porto-canale in una giornata di pioggia. La giovane donna rimase stupita, in primo luogo l’imbarcazione da lei riportata sul foglio non era affatto presente nel canale, in secondo lei non aveva mai disegnato così bene in vita sua, tanto che sin da piccola si era progressivamente disinteressata al mondo della pittura, preferendo la fotografia come modo di ritrarre il mondo.

[FINE PRIMA PARTE]