7 – Teoria notturna della rivoluzioni

<< Per abbattere il Terrore dobbiamo usare il Terrore stesso!>>

Guardo il mio interlocutore con aria stupita… ah, quindi ora ci occupiamo di storia anche mentre si dorme, interessante prospettiva. Terrore? Mi guardo intorno e non mi sembre per niente di trovarmi nella Parigi del 1793-94, l’aria che si respira è decisamente più moderna. Arredo moderno, oggetti moderni, vestiti moderni… decisamente non mi trovo nella rivoluzione francese. Bene! Almeno non rischio la ghigliottina, dato che le mie simpatie per i Giacobini tendono incredibilmente allo zero assoluto. Ad ogni modo vedo il mio interlocutore che aspetta un mio cenno per proseguire nella sua infuocata proposta.

<< Prego, continuate pure ad esporre! >>

<< Cos’è mi dai del voi adesso? Non abbiamo tempo per giochi sofisticati. Il tempo è giunto il Comitato di salute pubblica sa che tramiamo alle sue spalle e si prepara a farci arrestare. Dobbiamo agire in fretta. O per noi sarà la fine. La ghigliottina. >>

Come non detto, la ghigliottina c’è lo stesso. E’ evidente che mi ritrovo in una sorta di rivoluzione francese in chiave moderna, temo che sarà un’impresa uscirne vivi. Continuo ad annuire e l’interlocutore mi spiega tutto un ingegnoso piano grazie al quale noi militari (solo ora mi accorgo delle nostre divise da soldati) riusciremo ad attuare un pregevole colpo di stato ai danni dei tiranni che ci governano, dopo di che li processeremo tutti e li decapiteremo tutti. Lodevole intento. Sono mio malgrado protagonista di una rivoluzione nella rivoluzione. Sono bene che le rivoluzioni servono solo a sostituire un gruppo di potere ad un altro, la popolazione al fine ne guadagna alcuni benefici, ma sono quasi sempre velleitari… delle pie illusioni mascherate da grandi conquiste. Ne vorrei sapere qualcosa di più sul Terrore che dobbiamo sconfiggere, ma non penso ci sia il tempo per farlo. Dobbiamo agire.

Insieme al mio sconosciuto interlocutore mi reco in uno splendido castello in riva ad un lago dall’aspetto vagamente lugubre, lì troviamo truppe armate di tutto punto pronte a mettersi in marcia. Altro discorso concitato per caricare gli animi. Poi si parte. In treno. Ma dico io… potremo mai agire di sorpresa se spostiamo un esercito su un treno passeggeri? Chi l’ha studiato il piano d’azione? Il cittadino Topolino? Va beh…

ghigliottinaPassano le ore e questo viaggio sembra sempre più assurdo, ad ogni fermata si aggiungono personaggi improbabili. Prima salgono un gruppo di studentesse della Repubblica Ceca che si mettono a parlare della puzza dei piedi dei nostri soldati. Signore per favore, siamo un’armata rivoluzionaria… un minimo di rispetto. Poi è la volta di una coppia russa che viaggia con un quantità assurda di bottiglie di vodka. E bevono. E bevono. E bevono. E questo viaggio non sembra finire mai. E poi il turno di un gruppo di ragazzini in vacanza e tra loro riconosco i volti da giovani di molti miei amici ed infine scorgo persino me stesso ragazzino. Sono (siamo) in vacanza. Vanno a divertirsi in qualche capitale straniera, controllano gli zaini, i biglietti di viaggio e le buone vecchie lire che si sono portati dietro. Banconote da 100.000 lire, deve proprio essere un sogno. Arriviamo alla capitale. Effetto sorpresa zero. Ma chi l’ha ideata questa rivoluzione scema? E poi per quale motivo? Ormai non c’è più tempo per le domande.

<< Decapitiamo i decapitatori! >>

Non fa una piega. Marciamo in strade deserte in un città che mi ricorda un posto già visto, ma che non riesco a definire in pieno. Man mano che avanziamo mi sembra che le nostre fila vadano aumentando, da dove arriva questa gente in più? Certo non dalle strade deserte… faccio fatica a capire. Arriviamo infine in una piazza dove spicca un’enorme, gigantesca, ghigliottina. La circondiamo e ci fermiamo. E ora?

<< Abbiamo vinto! >> dice il mio intelocutore.

<< Come abbiamo vinto? >>

<< Si, il nemico è sconfitto. Il Terrore rovesciato ed i potenti decapitati! >>

<< Ma dove? E quando? >>

<< Sei strano oggi… >>

Sarà, ma io in questa rivoluzione non c’ho capito proprio nulla, come poi è normale che sia durante le grandi rivoluzioni. Succede un gran casino, si infervorano gli animi, ma poi alla prova dei fatti sono in pochi ad aver compreso a pieno la portata degli eventi. E’ normale per i contemporanei, solo la storia potrà dire infine che tipo di rivoluzione sia stata. Una rivoluzione di inizio estate a quanto pare…

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6 – Ricordi di vacanze passate

Se nella mente troviamo il luogo “città”, che avvertiamo come la nostra casa all’interno del mondo dei sogni, è altrettanto facile che ci siano dei luoghi di “vacanza”… posti dove nel passato siamo stati e che nel nostro immaginario simboleggiano uno stato di rilassamento psico-fisico. Un sogno in questo contesto non è necesssariamente bello o riposante, ma il luogo ci fa percepire nettamente che non siamo lì né per studiare né per lavorare: siamo lì in vacanza. Nella mia mente questo luogo ha caratteristiche ben definite e non cambia mai nel corso dei sogni, rimanda decisamente ai luoghi estivi della mia infanzia ed è identificabile con la costa romagnola (ma non solo in realtà). La geografia di questo posto è ben delineata. C’è una grande città di mare che si sviluppa lungo due strade parallele: una verso le spiagge l’altra verso l’entroterra. In mezzo ci sono palazzi di modeste dimensioni con alberghi, negozi, sale giochi, bar, ristoranti e pub… insomma la classica località balneare. Nella zona nord della città ci sono le attività maggiori e vi trovo sempre il maggior traffico e molta ressa. Man mano che si va verso sud le strade si svuotano, i colori cambiano e tutto diventa più primitivo e incontaminato. I colori diventano più scuri, talvolta tendenti al blu e al viola. Tra nord e sud cambia anche la spiaggia. Dove c’è la moltitudine la spiaggia è una lunga distesa dritta di bagni organizzati, mentre verso sud si trovano le spiagge libere e un bel promontorio roccioso dove generalmente il mare è in tempesta. Da questa città parte uno stradone sopraelevato enorme percorrendo il quale è possibile giungere in pochissimi minuti in luoghi remoti: un’altra città di vacanze molto più a sud (forse un ricordo di vacanze ad Alba Adriatica) e ancora oltre un posto identificato con la punta estrema della nazione, una città in fondo all’Italia, tutta arroccata su una collina e dalle strutture antiche e suggestive… nella mia mente so che è in Puglia, ma so anche che nella realtà non ci sono mai stato in Puglia!

Mi capita spesso di sognare questi posti, anche questa notte per esempio. Il copione è spesso simile, quasi ripetitivo, come se la mia mente non riuscisse ad uscire da uno schema che mi risulta incontrollabile. Sono lì. In un albergo. Sempre lo stesso albergo. Lo stesso albergo della mia infanzia e della mia adolescenza. Sono sempre lì quando mi sveglio nel sogno. Cambiano solo i miei compagni di viaggio. A volte amici, a volte i nonni e  a volte delle donne.

A volte da solo.

L’atmosfera è sempre vagamente cupa, ma in realtà sono sereno. Eppure ho sempre la consapevolezza di dover partire in breve tempo… so sempre che dovrò restare lì solo pochi altri giorni, forse addirittura uno solo. Il tempo atmosferico è sempre nuvoloso e quindi non mi permette di andare in spiaggia da bagnante, ci devo andare quasi sempre vestito. Amo passeggiare verso quel promontorio bluastro e violaceo. C’è qualcosa che mi attira in quel freddo angolo di mondo. A volte trovo qualche ramo portato lì dalla marea e me ne rallegro… lo osservo come una reliquia preziosa.

La maggior parte del tempo giro da solo. Le mie interazioni sociali avvengono quasi unicamente in albergo. Le dimensioni dell’albergo cambiano ogni volta e ad ogni porta che apro il mondo si dilata o si restringe per magia. Ci sono poteri all’opera tra quelle mura e non riesco quasi mai a trovare la giusta via se non per sbaglio. Vivo strane avventure tra immensi saloni e grandi ascensori, enormi corridoi che portano a stanze minuscole. E poi persone… persone del passato, volti un tempo familiari che oggi sono dispersi chissà dove.

A fare da guardiani in questo mondo ci sono i miei nonni paterni. Il nonno in genere dà la cadenza al tempo: in un qualche modo mi comunica sempre la data della nostra prossima partenza in modo che io mi possa regolare. La nonno invece spesso mi assegna dei compiti strampalati che spesso e volentieri mi fanno girare a vuoto per ore nell’albergo.

Piove.

Il temporale è sempre un presagio strano. Mi chiama verso il mare come il canto di una sirena. Qualcosa non va, ma come sempre lo devo andare a vedere coi miei occhi. Arrivo sempre puntualmente sulla spiaggia e là trovo sempre tanti altri curiosi. Il mare diventa sempre più mosso e le sue acque diventano di un grigio inquietante. So esattamente cosa sta per succedere. Lo so sempre. Ed ecco che il mare impazzisce del tutto! A volte le acque cominciano ad invadere lentamente la città, innalzandosi sino a mezzo metro e senza fare troppi danni… una sorta di acqua alta a Venezia. Altre volte invece si sente un rombo assordante e il mare si ritrae in pochi istanti per decine e decine di chilometri… in un attimo. E poi una onda enorme comincia la sua corsa verso la spiaggia.

Resto sempre immobile, tra il terrorizzato e l’affascinato. Poi però succede sempre qualcosa. Ci sono volte in cui l’onda anomala pian piano perde forza e dimensione sino a far tornare le acque normali. Ci sono volte in cui il muro d’acqua invece diventa sempre più alto e poi… a pochi metri dalla spiaggia… l’acqua salta in alto e supera la città di un balzo cadendo poi a centinaia di chilometri di distanza. Tutto torna normale, ma con la consapevolezza che nell’entroterra è successo un disastro… forse a casa.

Hono_Tsunami_2dt_w-600x346Follia?

5 – Capodanno in Romania

Ed eccovi catapultati in una strada un pò accidentata dove l’asfalto non ha conosciuto rinnovi da diverse stagioni, tutto intorno sono palazzi popolari dall’aspetto povero e trasandato. Pezzi di intonaco scrostato ovunque. I colori che ci circondano sono pochi e ripetitivi, mentre sembra di guardare uno quei film moderni che vuole simulare l’atmosfera del passato, come se i nostri antenati ci vedessero in maniera diversa rispetto a noi. Bene. Ci siete? Ottimo. Ecco dove mi sono ritrovato in questo sogno: una disastrata strada di periferia di una qualche città rumena, ho come il ricordo che si parlasse di Targoviste.

Cosa ci faccio in Romania? A quanto pare sono arrivato sin qui per passare l’ultimo dell’anno con degli amici del luogo (ma non ho amici di Targoviste), in particolare c’è una signora che di lavoro fa la farmacista che mi scrive spesso delle lettere… lettere a penna, roba d’altri tempi. Dall’ultima lettera mi fa capire che avrà bisogno per preparare la festa, dovrei aiutarla nelle pulizie della casa scelta per la festa. Questa abitazione si trova proprio in uno dei palazzoni che mi circondano, ma è rimasta chiusa per anni e vi sono vistose perdite d’acqua in cucina ed in bagno. Cerco di fare ordine insieme a questa signora rumena, ma più lavoriamo e più il tutto si incasina; anche perchè spesso e volentieri passano degli altri amici a portare oggetti per la festa creando ulteriore casino. Abbastanza disarmante.

Mi concedo un attimo di pausa ed esco in cortile a fumare una sigaretta. Mi lascio incuriosire da un parco pubblico, anch’esso dall’aria decadente e grigia. Tutto sommato mi sento bene qui, ho sempre amato quell’aria un pò decadente dell’est europeo, un qualcosa di tragico e senza tempo che sento molto mio. All’interno del parco trovo una scuola ancora aperta. I muri sono pieni di scritte e tra queste comincio a riconoscere degli interi pezzi della lettere mandatemi dalla signora rumena. La cosa è abbastanza misteriosa, ma non inquietante. Ovunque sento un senso di pace e tranquillità.

Ad ogni modo decido di volerne sapere di più e cerco di entrare nella scuola per parlare con qualcuno. Riesco a trovare una porta aperta in quella che ha tutta l’aria di essere una torre. Entrando scopro che si tratta di una sala insegnanti un pò retrò. Ci sono tanti professori e stanno tutti parlando di arredamento antico, mi siedo in un angolo e resto ad ascoltarli per un tempo indefinito. Qualcosa però attrae la mia attenzione, o meglio qualcuno. Una professoressa anziana mi sembra un volto noto e guardandola meglio mi accorgo che si tratta sempre della signora rumena, solo che qui è invecchiata di almeno vent’anni. Come è possibile? Lei si accorge della mia presenza e mi invita a seguirla all’esterno.

Mi prende per mano e mi porta lungo una strada di campagna senza mai dire una parola. Ora il paesaggio ha assunto colori più vivaci e sembra che in lontananza ci sia una fiera di paese. Targoviste rimane alle nostre spalle. Strada facendo incontriamo un uomo anziano fermo in mezzo alla strada circondato da mobili antichi: sta cercando di venderli e intorno a lui ci sono già dei possibili acquirenti. Ci fermiamo anche noi e osserviamo attentamente la roba esposta. Un oggetto in particolare colpisce la nostra attenzione: un letto meccanico con la “turca”, uno strano affare in grado di spostarsi semplicemente in giro per la stanza o per la strada. Mi avvicino all’anziano e gli offro 30.000 euro. Lui, con mia grande sorpresa, ribatte a 27.000! A quel punto gliene offro 25.000 e troviamo l’accordo. Il letto è nostro, ci verrà consegnato a Targoviste presso la casa della festa.

Con aria soddisfatta riprendiamo la strada verso la festa di paese. Allegri. Felici. Spensierati. Targoviste è alle spalle.

4 – Giornata al parco

Come in ogni città che si rispetti anche nella mia città onirica esiste un grande parco, un enorme polmone verde a ridosso della città. Nei miei sogni esso ha sempre una indefinita collocazione a sud-ovest, forse a simboleggiare un parco abbastanza grande a Casalecchio di Reno, subito fuori da Bologna. Nei miei sogni esso è un luogo molto importante per la città e lo si può raggiungere con ogni mezzo di locomozione… treno? tram? bus? bicicletta? piedi? auto? non fa differenza.

E’ esattamente lì che decido di recarmi in un bel mattino di primavera con il nobile scopo di dedicarmi alla lettura. Per l’occorrenza porto con me un quotidiano, alcuni libri di psicoanalisi e il mio libro di letteratura italiana delle medie. Arrivo a piedi in al parco e comincio ad inoltrarmi sempre più nel profondo della tranquillità verdeggiante, mi fermo infine vicino ad una serie di campi da tennis dove si tengono gli allenamenti di giovani promesse (o presunte tali) della racchetta. L’insegnate di questi ragazzi è una vecchia megera rinsecchita dai capelli ricci rossi e non sembra gradire la mia presenza intorno al campo, dopo alcuni battibecchi decido quindi di allontanarmi dai campi da tennis. Nel mio peregrinare incontro un mio amico (tale Fabio) che mi invita a lasciare il parco per tornare verso la città a bere un qualcosa di fresco, forse una birra. Accetto l’invito e mi incammino con lui. Arriviamo così sino ad uno strano ponte d’acciaio dall’aria fredda e tetra. A metà ponte mi accorgo di una cosa: non ho più i libri con me!

Saluto il mio amico e mi affretto verso il parco… e nel mentre cerco anche di ricordarmi dove ho infilato quei libri. Già… dove? Per scendere più velocemente prendo un trenino a vapore che casualmente ha la sua fermata poco distante dal ponte. Appena salgo non posso non notare una ragazzina che mi sembra di conoscere, però lì mi appare molto giovane, mentre io sono quasi certo di conoscerla come una mia coetanea. Mi avvicino e le rivolgo qualche domanda, cercando di non sembrare assolutamente un pervertito che ci vuole provare con una ragazzina. Questa molto tranquillamente mi dice solo che sa dove ho lasciato i miei libri e che mi aiuterà a ritrovarli dal momento che non ci vorrà molto. Mi rivela di avere 17 anni, ma non mi vuole spiegare altro.

Scesi dal trenino mi prende per mano e mi trascina per il parco con fare sicuro. Mi porta in un grande spiazzo dove ci sono alcune panchine e ne indica una: sopra ci sono i miei libri e il mio quotidiano. Appena mi siedo sulla panchina il mondo intorno a me cambia totalmente. Quella porzione di parco si trasforma in una immensa cattedrale gotica, silenziosa ed austera, dove la mia panchina diventa una delle tante panche rivolte verso l’altare. La ragazzina attira la mia attenzione e mi fa cenno di raggiungerla. In un angolo accanto a lei c’è una gatta che sta partorendo. Assistiamo a tutto il parto da cui nascono 9 gattini… ma 2 nascono morti e in pochi istanti si dissolvono come per magia. Restiamo lì a coccolare e guardare questa cucciolata che nel frattempo sembra crescere oltre ogni legge della natura: in pochi minuti i gattini diventano delle vivaci bestioline di circa un mese.

All’improvviso tutto diventa buio e dal nulla appare un enorme robot che ci assale con l’intento di uccidere l’intera cucciolata… senza fornire una spiegazione. Dico alla ragazzina di mettersi in salvo coi gattini e ingaggio una lotta furente con questo robot, ma lui è nettamente più forte di me e prendo botte sempre più forti minuto dopo minuto… ma almeno lo tengo occupato e distratto.

E il mio piano funziona: la ragazzina scappa inosservata con l’intera cucciolata dentro una scatola.

Il robot continua a menarmi per qualche minuto, poi si accorge che qualcosa non va. Si ferma. Si guarda in giro. Niente più gatti… con aria malinconica mi guarda e poi se ne va per la usa strada.

Io resto insanguinato attaccato ad una panca della cattedrale. Non male per una tranquilla giornata al parco. Con calma riprendo i miei libri e me ne vado. C’è il tramonto.

3 – Un bicchiere di vetro

Spesso e volentieri sogno un luogo legato agli anni della mia adolescenza: il vecchio liceo dove ho trascorso anni di studio (si fa per dire) e di bagordi (questi tanti). A volte sono percorsi legati ad esperienze realmente vissute tra quelle mura, con la ripetizione di sensazioni e situazioni tipiche di quegli anni: interrogazioni fetenti, insegnati cattivissimi, fughe e non fughe, cotte giovanili e similari. Altre volte restano solo le mura e quello che accade all’interno diventa totalmente avulso dal reale contesto… è allora che il liceo diventa un luogo di passaggio misterioso e polimorfo.

Capita ad esempio di cominciare a sognare in modo strano. Sogno. Sogno di essere un soldato che ha disertato e di dover cercare una via sicura per andare a casa, ma vengo catturato e so per certo che presto o tardi mi fucileranno. Il problema è che più mi addentro in questo sogno e in quell’angoscia e più il tutto si complica… a tratti mi vedo dall’esterno come se stessi guardando un film… e allora in dubbio mi viene: sto sognando di essere un disertore o sto sognando di guardare un film su un disertore? Non è chiaro. Sono le sensazioni che mi fregano, ma anche la vista: a volte vedo con gli occhi del disertore a volte guardo il disertore dall’esterno.

Cosa ci azzecca questo col liceo? Beh capita che ad un certo punto invece di guardare questo disertore decido di entrare dentro un casolare. Apro la porta e magicamente mi ritrovo nel bel mezzo di un corridoio del liceo… ma la cosa divertente è che non ne sono affatto sorpreso, anzi mi muovo che se nulla fosse. E sempre misteriosamente sento di essere un ragazzino e non un adulto: sono tornato studente. E non solo: devo pure andare a lezione! Mi dirigo con sicurezza verso una classe fuori della quale intravedo i miei compagni in attesa, a quanto pare dobbiamo entrare in un aula dove sta facendo lezione un’altra scolaresca e dobbiamo aspettare che loro abbiano finito, sono una classe decisamente più giovane della nostra, forse sono dei “primini”. Attendiamo. Si ripetono discorsi e risate dei vecchi tempi, cose ormai lontane e chiuse in chissà quale angolo della mia mente.

Finisce l’ora e suona la campanella. Escono i piccoli per far posto ai grandi. Mi rendo conto che sto cercando qualcuno in mezzo a quella marea urlante di ragazzini in uscita: sto cercando una ragazzina, ma non la vedo. Qualcuno mi dice che non è venuta a scuola perchè non sta bene, ma che mi saluta. Tutto nella norma a quanto pare. Entro nella classe e mi siedo in un banco. Lezione di matematica: un classico della disattenzione scolastica! Mi metto a sognare ad occhi aperti all’interno del sogno. Sono in un’altra aula che parlo di storia con una ragazzina esile, capelli biondi e tratti delicati, sembra sapere un sacco di cose per la sua età e i temi affrontati diventano via via più complessi ed articolati. Mi pare evidente che si tratta della persona che stavo cercando in precedenza. Poi qualcosa mi “sveglia”: un particolare su un muro dell’aula sembra colpirmi. Guardo meglio, mi concentro, ma il muro sembra bianco. Eppure c’è qualcosa di strano. Mi alzo e come se nulla fosse spengo la luce dell’aula. La lezione continua lo stesso ed io avvicinandomi al muro posso assistere con calma alla magia: una scritta fluorescente è comparsa proprio dove stavo guardando prima: “per conquistarla regalale un bicchiere di vetro fatto a mano”.

Semplice… palese direi.

Accendo la luce ed esco dall’aula lasciando dietro di me la noiosissima lezione di matematica ed i compagni assorti. Mi metto alla ricerca del mio professore di inglese, l’unico in grado di aiutarmi (perchè poi?). Lo trovo e gli spiego la situazione, lui  mi conduce in un aula dove saremo in grado di creare quel bicchiere di vetro così importante (manco ci fosse una fucina dentro il liceo).

Peccato che ci abbia pensato la sveglia ad interrompere questa improbabile missione. Non saprò mai come doveva essere fatto quel bicchiere di vetro.

2 – Badanti e immobili

Ci sono luoghi ricorrenti nei sogni, posti riconoscibili da alcuni dettagli oppure che ci danno la piena consapevolezza di starci in mezzo. Io ho una città, una città senza un nome, enorme, con tanti quartieri diversi e tanti luoghi diversi. Assomiglia a tante città tutte insieme: ci sono luoghi di Bologna, di Roma, di Praga, di Milano, di Torino, ecc… e poi tanti altri sconosciuti, ma presenti nella mia mente. Non ha un nome ed è catalogata semplicemente come “la città”. L’aspetto curioso di questa città è la sua collocazione geografica, infatti è vicina al mare, alle montagne, alla pianura, ai boschi, alla campagna… oh, non manca nulla.

In questa città si trova un simpatico quartiere in stile liberty. E’ composto sia da palazzine che da piccole villette, i vialetti sono tutti belli alberati e spaziosi, ma soprattutto non ci sono quasi mai delle macchine in giro. Un vero paradiso. Ma chi ci abita? Ricconi? Artisti fantasiosi? Nononononono… solo anziani. Un intero quartiere abitato solo da pensionati, la maggior parte dei quali accompagnati da badanti provenienti dall’Est Europa.

Ed è così che tutto comincia: dalle badanti. Mi trovo ad un incrocio proprio nel mezzo del quartiere. Sono al telefono con una badante che mi dice di aver trovato la persona che stavo cercando da tanto tempo (?) e mi invita a recarmi il prima possibile nella casa dove presta servizio. Nel corso di questa telefonata intuisco che sono a capo di una società che ha il compito di trovare badanti agli anziani, una sorta di società di intermediazione. Chiudo la telefonata e mi metto in marcia. E qui comincio a scoprire altri dettagli: non intermedio solo in badanti, ma anche in immobile. Sono una specie di doppio agente dal fare ambiguo. L’equazione diventa molto semplice: anziano con casa che necessita di badante, io gliela procuro, quando lui morirà lei mi avvertirà ed io intermedierò la vendita della casa ad un altro anziano. Un circolo perfetto ed infinito… un piano diabolico. Ma una cosa resta oscura: perché sto cercando quell’anziano in particolare?

Arrivo a destinazione e la badante (una signora Ucraina con cui effettivamente ho avuto a che fare in passato) mi accoglie tutta circospetta, come se temesse di essere spiata da qualcuno. Mi fa accomodare in cucina e mi spiega che nella casa accanto a quella abita l’uomo che stavo cercando. Ma c’è qualcosa di ancora più sensazionale: da quella cucina esiste una piccola porta nascosta che porta in casa di quell’anziano! Senza pensarci due volte vi entro e come se nulla fosse mi metto a cercare l’anziano insieme alla badante. Lo troviamo. E qui il mistero si infittisce perché non ci rivolgiamo una parola per tantissimi minuti, io mi limito a girare per la sua casa cercando di cogliere dei particolari importanti: sto cercando qualcosa, ma non so bene neanche io cosa. Poi improvvisamente mi accorgo che l’anziano guarda con insistenza al di fuori della finestra, sta fissando un punto del giardino in particolare. Capisco che è una siepe vicino al cancello d’entrata del palazzo, ma faccio finta di nulla per non allarmarlo. Faccio un cenno alla badante e ce ne usciamo dalla porta d’ingresso della casa, non usiamo più quella segreta nella cucina.

Mi reco con decisione nel cortile! Vado nel punto che osservava l’anziano e mi sento vicino alla meta.

So che lui mi sta guardando dalla finestra. Ma non mi interessa.

Allungo la mano sotto il cespuglio ed ecco che lo trovo.

Un accendino.

Ora guardo l’anziano con la coda dell’occhio: è rassegnato. Prendo una sigaretta da un pacchetto che ho nella giacca e l’accendo usando quell’accendino. Apro il cancello e me ne vado via. Ho trovato quello che stavo cercando.

1 – Vivere in un bar

Un paesaggio montano. Un paese attraversato da una sola immensa e lunghissima strada. Deserta. Tutta l’azione si svolge principalmente lungo questa strada, quei pochi personaggi che incontro fanno parte di questa comunità non meglio precisata: è un luogo che non conosco, ma che mi è familiare… ed è un luogo quasi sempre buio. La prima scoperta è anche la più disarmante: vivo dentro un bar! Un bar che assomiglia molto ad uno in cui sono stato di recente in centro a Bologna, ma il cui personale è composta da persone che ho conosciuto in passato in altri bar che ho frequentato. E vivo lì. Mangio lì e uso il bagno del bar, anche se nel sogno non mi lavo mai (e dove ti potresti mai lavare in un bar?). Scopro anche che dormo seduto ad un tavolo, non è certamente un modo comodo per dormire, ma meglio che niente.

Ma cosa ci faccio lì? Non è chiaro, si capisce solo che ho un insolita sensazione di felicità perché ho appena trovato un lavoro: mi dovrò occupare delle pulizie in un capannone del paese, un posto che però non si trova in quella lunga strada principale bensì in un misterioso stradone interno. In realtà per tutto il sogno non sarà mai chiaro lo spostamento che compirò dal bar per andare al lavoro, come nella miglior tradizione dei sogni, dove i viaggi solitamente non vengono mai rivelati.

Situazioni curiose. Incontro tanti personaggi su quella strada e in quel bar. In primo luogo una coppia di vecchietti che mi fermano in mezzo allo stradone principale e mi invitano a sedermi lì in mezzo a parlare di storia e di politica… in mezzo alla strada, di notte, illuminati solo dalle piccole vetrate dei negozi… e parliamo a quanto pare per ore prima che entrambi spariscano nel nulla, senza una parola di commiato, senza una spiegazione.

Senza una spiegazione come la mia continua ricerca di una bottiglia di Schweppes tonica che alla fine mi porta sempre solo a trovare quella iper-dolce al pompelmo e a berne dei bicchieri interi. Mangio panini al bar. A volte sembro quasi più un arredo del bar che una persona reale. Vedo passare le vite degli altri davanti e scambio poche battute con tutti, mentre resto concentrato sul mio nuovo lavoro e sulle possibilità che questo può darmi… anche se non sono affatto chiare.

Tra un intermezzo e l’altro la scena si sposta sul mio luogo di lavoro dove incontro ogni tanto il proprietario del capannone che sto pulendo meticolosamente. Di solito lo trovo negli uffici intento a guardare foto sbiadite e sfuocate, parla tra sé e sé in maniera incomprensibile. Poi un giorno mi ferma e inizia ad interrogarmi, mi fa domande sulla fisica e sui grandi nomi della storia di questa materia, ma io non conosco le risposte a queste domande e faccio scena muta ad ogni quesito. Lui non batte ciglio, sembra quasi che si senta rassicurato dalla mia totale ignoranza della materia, come se la cosa lo rincuorasse in un qualche modo. All’ennesima domanda gli rispondo che non posso essergli di aiuto in alcun modo sulla fisica, gli spiego che la persona giusta a cui poter fare delle domande a riguardo potrebbe essere mio nonno e che forse potrei fare in modo di farli incontrare. Lui annuisce interessato.

L’attesa dell’arrivo di mio nonno è estenuante, dura ore, forse giorni interi. Non trova la strada o forse la sbaglia, mentre io continuo la mia vita nel bar: dormo nel mio tavolo e mangio i miei panini. Sempre immerso nel buio e sempre senza sapere dove mi trovo. Infine tornando al capannone trovo mio nonno e il proprietario che sono in un ufficio a parlare di fisica. Provo un poco ad ascoltare, ma è come se parlassero infinite lingue straniere tutte insieme. Non capisco e torno a fare le mie pulizie.

Torno al bar. Ordino una Schweppes tonica.

<< Mi dispiace c’è solo quella al pompelmo.>>

<< Dammi quella allora! >>