Film: Un anno vissuto pericolosamente (1982, Peter Weir)

Quando pensiamo al processo di de-colonizzazione successivo alla Seconda Guerra Mondiale in genere il nostro immaginario ci porta a confrontarci con i paesi dell’Africa e con le loro vicende storiche. Questo probabilmente per la (relativa) vicinanza geografica che li rende più analizzati e più trattati rispetto ai paesi dell’Asia e dell’Oceania. Certo tutti conosciamo il processo dell’indipendenza dell’India mediata in parte da Gandhi, ma poi siamo in grado di fare pochi altri nomi che al pari suo hanno contribuito a questo processo… e quanti sanno poi come si è originato il Pakistan e qualche anno dopo il Bangladesh? Allo stesso modo tutti hanno sentito parlare del Vietnam a causa della grande guerra che coinvolse gli Americani, ma pochi ricordano la guerra d’Indocina combattuta dai Francesi dieci anni prima quando erano ancora i padroni coloniali dell’area. Ci sono poi nazioni delle quali ogni tanto sentiamo dire qualcosa in televisione, ma solo quando avviene una tragedia di qualche tipo: Birmania, Malesia, Indonesia e Filippine… solo per citarne alcune.

Indonesia. Un paese da 255 milioni di abitanti, il quarto in classica per numero di abitanti. Costituito da più di 17.000 isole distribuite tra Asia ed Oceania. Conosciuta dal 1602 al 1949 come Indie Orientali Olandesi. Durante la Seconda Guerra Mondiale venne occupato militarmente dal Giappone e, come in tutte le colonie europee dell’area, le autorità del Sol Levante finanziarono i movimenti indipendentisti anti-europei. L’idea imperiale del Giappone era quella di creare una grande area asiatica di paesi formalmente indipendenti, ma sotto il suo stretto controllo, lontani dalle mire economiche degli Europei che per troppi secoli avevano spadroneggiato in quell’area. A capo di un primo governo provvisorio i Giapponesi misero l’indipendentista Sukarno. Dopo la sconfitta giapponese l’Indonesia si dichiarò indipendente il 17 Agosto 1945, ma ci vollero più di quattro anni di guerra per ottenere la reale indipendenza dall’Olanda. Dopo l’indipendenza il paese finì nel vortice della Guerra Fredda, sballottato tra gli interessi della Nato e quelli dei Comunisti. E il presidente Sukarno sembrava essere un bravo equilibrista in questo sanguinoso gioco delle grandi potenze.

year_of_living_dangerously_the_1983_685x385Siamo nel 1965 e qui inizia il nostro film. Un  giornalista australiano (interpretato da un giovanissimo Mel Gibson) arriva a Giacarta in sostituzione di un collega. Per lui si tratta di una grandissima occasione per fare carriera in quello che in quel momento è il “teatro asiatico più caldo”, mentre i problemi di Saigon sembrano ancora lontani dall’esplodere. Il mondo con cui entra in contatto è fatto di enormi contraddizioni: da un lato c’è l’enorme povertà della popolazione e dall’altro ci sono gli uomini di stato venerati quasi come divinità per la loro capacità di tenere lontani gli occidentali rapaci ormai rappresentati dagli Inglesi e dagli Americani. Il paese è comunque in fermento a causa delle manovre del partito comunista che va riscuotendo un successo crescente e che sembra mirare ad un colpo di stato in chiave anti-occidentale. Sukarno traballa, ma sembra sicuro di se. Il giovane giornalista conosce un fotografo ben inserito nel mondo indonesiano e che lo aiuterà a realizzare molti servizi di successo, questo piccolo uomo (interpretato dall’attrice Linda Hunt, che per questa parte vinse il Premio Oscar) per metà australiano e per metà cinese vive tutte le contraddizioni di un mondo a metà tra le tradizioni asiatiche e sentimenti tipicamente occidentali. Tra i due collaboratori nascerà un contrasto dovuto all’ambizione del primo destinata a scontrarsi con la disperata poetica sofferente del secondo. Il tutto nella Giacarta degli ultimi mesi di governo di Sukarno…. destinato ad essere destituito da un colpo di stato finanziato dalla CIA col quale salirà al potere Suharto. Nell’umido e disperato panorama indonesiano ci sarà posto anche per una sofferta storia d’amore tra il giornalista australiano e una dipendente dell’ambasciata britannica (interpretata da Sigourney Weaver), ma anche questo rapporto rischierà di essere minato dall’ambizione di lui.

dee758de_231515191_640

Il tradimento della fiducia degli amici e dell’amata da parte del giornalista (che pur riuscirà a riscattarsi) procederà in parallelo col tradimento della fiducia del suo popolo affamato da parte di Sukarno (che invece non riuscirà a salvare il suo ruolo di potere).

Film: The flowers of war (2011, Zhang Yimou)

Ci sono attriti tra popoli che non possono essere sanati neppure dal lento trascorrere dei secoli. Il mondo occidentale negli ultimi decenni ha prodotto un modello buonista fondato sulla straordinaria utopia dell’ umanità buona, del progresso costante e frenetico come miglioramento e (soprattutto) dell’autocensura mentale dei propri istinti e pensieri… un modello sano di vita sociale secondo tanti, un modello ipocrita per altri. Quello che la nostra società sa fare meglio è mascherare le sue esigenze di dominio sugli altri popoli (e le loro risorse)  con parole suadenti e buoni sentimenti; oggi esportiamo democrazia, aiutiamo i più deboli, accogliamo i rifugiati, interveniamo a sanare i conflitti tramite l’uso dei nostri eserciti, ecc… una volta chiamavamo tutto questo col termine “colonialismo”. Ma oggi non è politicamente corretto e quindi i nostri governanti hanno studiato dei surrogati che permettono a loro di fare i loro comodi come sempre e alla gente comune di vivere col cuore in pace e la coscienza immacolata. Nel frattempo in altre parti del mondo avvengono cose difficilmente spiegabili dal nostro nuovo modello di pensiero unico. Il massacro del Ruanda e gli altri infiniti casi di massacri a sfondo razziale nell’Africa hanno posto l’uomo bianco del 2000 davanti alla sconcertante realtà di non essere l’unico razzista sul pianeta terra, in pochi si sono soffermati a pensare al normale funzionamento di una società dove la “tribalità” è ancora un pilastro fondante. I popoli mediamente si scontrano e fare finta che questa cosa non sia la realtà non renderà certo il mondo un posto migliore; ragionare per utopie è come costruire case sulla sabbia.

Detto questo vorrei spostare l’attenzione su un tema attuale in questi mesi: il confronto tra Giappone, Taiwan e Cina per il controllo delle Isole Senkaku (5 isole disabitate e tre scogli). Non scenderò nel merito della questione né darò un parere su chi possa avere ragione o meno. Quello che vorrei semplicemente sottolineare è che si tratta solamente dell’ennesimo capitolo di una rivalità e di uno scontro tra due popoli che si affrontano da centinaia di anni. Due popoli che nutrono un forte astio l’uno verso l’altro, astio alimentato da reciproci massacri e guerre estenuanti, un massacro che ha attraversato la storia, ma che per noi occidentali ha assunto una certa notorietà solo nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Oggi la Cina è una delle principali potenze del pianeta, ma all’inizio del ‘900 era un paese estremamente povero e diviso al suo interno a causa della caduta del potere imperiale; in quelle condizioni era una facile preda per il Giappone. Quest’ultimo mirava alla creazione di un grande impero coloniale in Asia, la conquista della Cina doveva essere il primo passo di una marcia vittoriosa che aveva in programma anche la conquista dell’intero subcontinente indiano. Secondo alcuni storici la Seconda Guerra Mondiale inizia realmente nel 1937, con la seconda guerra sino-giapponese, quando il Giappone attaccò con un pretesto la Cina conquistando buona parte dei sui territori economicamente sensibili. In questa guerra senza esclusioni di colpi l’esercito imperiale giapponese si rese responsabile di alcuni massacri di inaudita ferocia, primo tra tutti quello di Nanchino. Il dibattito è ancora oggi molto agitato nel tentativo di ricostruire la realtà dei fatti con i Giapponesi che in un qualche modo cercano di ridurre la portata degli eventi ed il numero effettivo delle vittime. Nonostante il dibattito tra storici cinesi e giapponesi il fatto che Nanchino fosse una grande città di fondamentale importanza economica fece si che al momento dell’invasione vi fossero presenti tantissimi Europei, i quali testimoniarono la gravità del massacro commesso ai danni dei civili. Il resoconto scritto dal tedesco John Rabe (che lavorava per la Siemens in Cina ed era un membro del Partito Nazista) può essere considerato a tutti gli effetti imparziale; le stime del massacro che ne risultano parlano di cifre che oscillano dalle 200.000 alle 350.000 vittime (con almeno 20.000 casi di stupro, spesso e volentieri di massa).

Questa lunga introduzione era inevitabile per introdurre a pieno questo film cinese che tratta proprio di quegli eventi, difficilmente le persone hanno mai sentito parlare del massacro di Nanchino. Il film racconta la storia di un uomo americano, di professione becchino, che nei giorni della conquista giapponese della città si reca in un convento cattolico per seppellire il prete locale appena deceduto. Un lavoro semplice e veloce per un professionista del settore. Ma tutto si complica nel giro di pochi minuti. Nei pressi del convento infuria la battaglia tra l’esercito cinese e quello giapponese e all’interno della struttura cattolica l’uomo scopre esservi ancora rifugiate delle giovani studentesse cinesi. A queste giovani donne si aggiungono nel giro di poche ore anche un gruppo di prostitute in fuga. La situazione è disperata, tutto intorno i Giapponesi sono intenti a massacrare e stuprare e non si intravedono prospettive di salvezza per le occupanti del convento. Il becchino decide di fingersi prete, in un primo momento per salvare se stesso poi per salvare la vita alle giovani cinesi, riuscendo a stringere un accordo con un comandante giapponese che sembra più ragionevole degli altri. Gli eventi però precipitano ancora e quando la vita delle giovani studentesse cattoliche sarà seriamente in pericolo saranno le prostitute a sacrificarsi al posto loro. Il becchino americano porterà in salvo le studentesse al di fuori della città, delle prostitute non si saprà più nulla.

Mi permetto di consigliare la visione del film in lingua originale coi sottotitoli, dal momento che è stato girato in cinese mandarino e in inglese, rendendo la narrazione ancora più coinvolgente.

_MG_2339.jpg

Come argomento correlato ricorderei anche questo articolo di qualche mese fa su Pu Yi:

https://isoladigiava.wordpress.com/2013/08/28/storie-brevi-pu-yi/

Film: A Est di Bucarest (2006, Corneliu Porumboiu)

Vaslui è una piccola città della Romania orientale, nella regione storica della Moldavia. Siamo nel periodo delle feste natalizie, ma per gli abitanti della Romania le giornate festive coincidono con le storiche giornate della rivoluzione che nel 1989 portò alla fine del regime di Ceausescu. Una data in particolare è estremamente importante: il 22 Dicembre, il giorno in cui il dittatore comunista fuggì dal palazzo presidenziale assediato dalla folla; la rivoluzione aveva vinto.

Vaslui in una scena del film

Vaslui in una scena del film

Siamo nel 2005. L’emittente televisiva locale di Vaslui organizza una trasmissione il 22 Dicembre per ricordare i fatti del 1989 e per porre una semplice domanda alla cittadinanza tutta: c’è stata rivoluzione anche a Vaslui come in altre città oppure no? La domanda è quanto mai spinosa. La gente della città è scesa in piazza a protestare prima che Ceausescu abbandonasse il suo palazzo a Bucarest oppure sono scesi tutti in piazza dopo aver visto in televisione le immagini dell’elicottero del dittatore in fuga? E’ una domanda che costringe anche ad un esame di coscienza…

I primi invitati alla trasmissione danno buca e quindi il direttore dell’emittente deve correre ai ripari invitando un alcolizzato professore di storia (che si vanta di essere stato uno dei primi a scendere in piazza quando il dittatore non era ancora in fuga, ma che poi nelle notti da ubriaco canta canzoni del passato regime) e un anziano famoso per essere stato per anni il Babbo Natale nelle feste delle scuole della città (che ammette candidamente di essere sceso in piazza a rivoluzione già fatta, come tutta la città).

La trasmissione diventa presto una farsa, i telespettatori che chiamano da casa sono tutti concordi su una questione: la gente è scesa in piazza solo dopo aver visto le immagini di Ceausescu in fuga, non c’è stata rivoluzione a Vaslui, solo gioia per la caduta del regime. Nel corso delle telefonate il professore alcolizzato viene sbugiardato (verrà difeso solo da un negoziante cinese, che però non era presente ai fatti del 1989 e che viene invitato in quanto non Rumeno a farsi gli affari suoi). Emergono racconti di quella giornata e in parte si introduce il problema di chi era colluso col passato regime e che ora ricopre ancora ruoli di potere e ricchezza nella città.

Il vero filo conduttore del film però è la neve. La neve come simbolo delle feste, come simbolo della purezza e del candore che cade sulle città e sulle vite delle persone. La neve che però una volta caduta si trasforma presto in fango e sporcizia. La gente ricorda che in passato le nevicate erano più abbondanti, che suona quasi come un “si stava meglio quando si stava peggio” (sottolineato da un telespettatore che a fine telefonata afferma proprio che si stava meglio con Ceausescu). C’è chi fa notare che a Bucarest la neve diventa subito fango, ossia che la vicinanza col potere corrompe anche l’anima delle persone migliori.

A Vaslui a quanto pare non c’è stata la rivoluzione. Forse perchè la vera rivoluzione parte sempre dal centro del potere e si estende poi alle sue periferie, lo spettro della manipolazione, del predominio della capitale nella vita politica del paese, della candida mancanza di coraggio dell’uomo comune, la voglia di festeggiare la caduta del regime solo quando si ritiene di essere al sicuro e la sensazione che le cose non siano andate come si sperava in un primo momento… del resto anche la decadenza che si respira in ogni fotogramma del film lascia questa idea.

A chiudere il dibattito sarà la telefonata di una donna. Dice che suo figlio è morto a Bucarest nella rivoluzione il 23 Dicembre. Non vuole portare nessun apporto al dibattito in corso vuole solo dire che:

“Fuori nevica, come una volta… siate felici per questa neve, perchè domani sarà di nuovo tutto fango”…

Come nel 1989.

AfostsauNafost

Film: Memories of Murder (2003, Bong Joon-ho)

Ieri sera mi sono messo per caso a curiosare sulla pagina wikipedia relativa a Jack lo squartatore. Non che fosse una storia a me sconosciuta, ma volevo rileggermi tutta la storia delle indagini, delle supposizioni della polizia britannica e le ipotesi sulla personalità del brutale assassino di Whitechapel. Da lì sono finito su altre pagine di serial killer più o meno noti, vedi per esempio Ted Bundy oppure John Wayne Gacy (quello di “Pogo the clown”). Mi sono sempre piaciuti i film sui serial killer, soprattutto per quello che riguarda l’aspetto legato alle indagini della polizia, allo studio della personalità dell’assassino nel tentativo di inquadrarlo ed infine acciuffarlo. Per tanti criminali che sono stati presi altrettanti l’hanno fatto franca. Bundy e Gacy vennero giustiziati, Jack non fu mai preso.

Tutto questo mi ha fatto tornare alla mente un film coreano che racconta  l’agghiacciante storia del primo serial killer della Corea del Sud. Accade tutto a metà anni ’80 in campagna, lontano dai grandi centri urbani: diverse ragazze vengono trovate morte in mezzo ai campi, sui corpi vengono trovate evidenti tracce di violenza sessuale. Però la polizia non è preparata a gestire una situazione come questa sotto tutti i punti di vista, primo tra tutti quello mediatico. Non ci sono mia stati casi del genere nel paese prima di quel momento (non casi conosciuti almeno) e ogni uomo della zona diventa un potenziale sospettato, tutti vengono ascoltati, tutti interrogati e taluni anche picchiati dagli investigatori. L’unico che sembra sapere qualcosa è un ragazzo malato di mente, la cui confessione sembra chiudere le indagini una volta per tutte. Ma non è lui l’assassino. No, lui è stato un semplice testimone, il killer è un altro e continua ad uccidere. Alla fine si troverà un probabile colpevole, ma la mancanza di prove concrete e la morte dell’unico testimone faranno si che non metta mai piede in carcere.

Memories of Murder

Il film si chiude con una memorabile quanto beffarda scena finale, lasciando lo spettatore impotente nel presentimento che nulla sia finito… nella Corea del Sud un serial killer si aggira ancora per le strade…

Film: L’ultimo re di Scozia (2006, Kevin Macdonald)

Tra tutti i continenti della terra l’Africa è quello più stravagante e con le maggiori contraddizioni, alterna paesaggi diversissimi tra loro e ospita una moltitudine di etnie quasi sempre in conflitto tra loro. E’ un continente rimasto fermo ad un’epoca per noi lontana e la modernità lo ha sfiorato solo in superficie, ma senza intaccarne il cuore e l’anima più profonda. Ricchezza, povertà, malattie, risorse, potere e guerra. Quale paese africano non conosce queste sei parole? Quale paese africano può vantare una storia lineare e pacifica, libera dalle ingerenze occidentali? Nessuno.

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale i paesi vincitori scoprirono con disappunto che le loro colonie desiderano affrancarsi dai propri dominatori; per paesi come Francia, Gran Bretagna e Portogallo fu un vero colpo. Eppure era prevedibile un epilogo del genere, dopo che si era concessa e sbandierata una certa autonomia alle ex colonie delle potenze dell’Asse. Erano i primi anni ’50 e tutti desideravano la libertà, mentre gli Europei si scervellavano per trovare il modo di mantenere inalterate le loro influenze sul continente africano (ma anche su quello asiatico). Caos, dittature, colpi di stato frequenti, sete di potere e di ricchezze: queste le armi migliori da utilizzare contro le popolazioni africane. Fu così che il processo di indipendenza dei paesi africani fu seguito spesso da tremendi anni di guerre e dittature militari, fomentate e lautamente finanziate dagli ex colonizzatori. Era facile sfruttare le divisioni interne di interi paesi creati a tavolino, ma ancora radicati nelle differenze tribali. Troppo facile. Però ci si accorse presto di un problema non indifferente legato ai dittatori africani: sfuggivano in fretta dal controllo europeo, uscivano in modo inaccettabile dagli schemi andando a colpire l’opinione pubblica mondiale con azioni efferatissime fatte alla luce del sole. I dittatori africani non erano come gli altri dittatori.

E’ in questo contesto che si inserisce la vicenda di Idi Amin Dada, dittatore dell’Uganda tra il 1971 e il 1979. L’Uganda era un paese giovane, indipendente dal 1962, governato in maniera dittatoriale da Milton Obote e influenzato pesantemente dalla Gran Bretagna. Proprio quest’ultima, insieme ad Israele, finanziò il colpo di stato di Amin. Questa scelta si rivelò presto infelice e in parte si ritorse contro questi finanziatori occidentali.

E’ qui che comincia questo film, nell’Uganda del 1971, dove un giovane medico scozzese giunge desideroso di portare aiuto alle povere popolazioni locali. Un incontro fortuito con Amin lo porterà ben presto da un’ospedale sperduto al palazzo presidenziale di Kampala, qui diventerà medico personale e consigliere del dittatore. All’inizio tutto sembra andare bene e il rapporto con Amin è costellato da soddisfazioni e divertimenti, da ricchezza materiale e professionale. Poi però qualcosa cambia: il dittatore comincia a far vedere il suo vero volto autoritario e paranoico e le atrocità dell’Uganda cominciano a venire a galla.

Amin

Amin

Forest Whitaker interpreta Amin in modo magistrale, arrivando giustamente a vincere l’oscar 2007 come miglior attore protagonista. Tutta la storia ruota intorno alla sua figura paranoica e al rapporto con questo giovane dottore scozzese. In realtà la storia, tratta da un romanzo di Foden, prende liberamente ispirazione da un personaggio realmente esistito: Bob Astles a lungo collaboratore e amico del dittatore ugandese, tanto da venire accusato in Gran Bretagna di aver avuto una parte più o meno attiva nelle nefandezze del regime.

Il film ha un buon ritmo e tiene letteralmente incollati e coinvolti davanti allo schermo senza mai annoiare o apparire retorico. Permette di conoscere più da vicino un personaggio di cui difficilmente si sente parlare nella vita di tutti i giorni e del quale non si studia nulla nelle nostre scuole, così come non si studia nulla di tutte le porcate occidentali del periodo della “decolonizzazione”. La storia di Amin non è solo la storia dell’Uganda, ma è la storia dell’Africa di ieri e di oggi, basti pensare al recente colpo di stato nel Mali.

Film: Mishima – Una vita in quattro capitoli (1985, Paul Schrader)

Non è facile comprendere a pieno le culture differenti e scoprire la “normalità” di certi gesti e di certi modi di pensare ed elaborare la propria vita. L’ Occidente non è quasi mai in grado di comprendere la bellezza che si nasconde nelle altre parti del pianeta, ossessionato com’è dal desiderio di omologazione costante portata sino alle conseguenze più estreme. La cultura senza la cultura, l’arte senza l’arte, la vita senza la vita… queste le più grandi conquiste dell’Occidente. E di rimando ci portano a credere oggi che tutto è cultura, che tutto è arte e che tutto è vita. Ma è solo una macabra illusione. Ora la passione più grande dell’Occidente è da sempre quella di esportare il proprio modello di vita agli altri popoli, i quali dal canto loro ne farebbero volentieri a meno, e questa prassi va avanti da centinaia d’anni con le scuse più insulse, non da ultima la continua esportazione di democrazia-via-bombe. La prima fase consiste nel prendere il controllo di un paese lontano (mediante guerra o economia) poi si passa alla seconda fase che consiste nel cominciare a minarne le basi sociali e culturali per renderlo una perfetta macchinetta omologata e silenziosa. Così si fanno gli schiavi. Da sempre.

Cosa c’entra questo discorso col film in questione? Oh, c’entra tantissimo. La prima considerazione è che non è facile comprendere a pieno il Mishima scrittore e il mondo di cui ci parla, perchè il Giappone che ci racconta è un mondo per noi sconosciuto dove la vita delle persone si intreccia con considerazioni spesso lontane dal nostro occhio occidentale. Le scelte dei suoi personaggi, i loro pensieri, la loro bellezza e la loro inquietudine non sono sempre facili da “far nostre”. Quindi voler portare sullo schermo uno scorcio della vita e degli scritti di questo autore è un’impresa molto difficile, soprattutto se a farlo è un occidentale.

La storia ruota intorno a quattro elementi, quattro storie di vita, nelle quali si confondono gli scritti di Mishima e quella che è stata la sua vita reale. Ne esce un ritratto complesso di un mondo in cambiamento, di una nazione sconvolta dalle modifiche imposte dall’esterno e del drammatico conflitto interiore che si svolge nelle persone più sensibili. La distruzione e la morte per suicidio sono elementi centrali nella trama. Distruzione di ciò che è bello, di ciò che è tradizione, di ciò che è legame affettivo e di ciò che rappresenta la tradizione di un popolo; distruzione spesso apportata da elementi autoctoni ormai contaminati dal mondo capitalista. La crisi d’identità della generazione di Mishima arriva sino alle più estreme conseguenze. Si comincia con la distruzione simbolica delle tradizioni culturali in “Bellezza” e con quella dei legami uomo-donna in “Arte”. Si scopre che una generazione che prova a ribellarsi in realtà può uscire da uno scontro impari tremendamente sconfitta… questo in “Azione”.

Poi giunge l’estremo sacrificio. Quello che succede nell’ultima parte del film va al di là della finzione cinematografica e letterale, quello che viene riprodotto in “Armonia tra penna e spada” è la reale scelta di morte fatta da Yukio Mishima il 25 Novembre 1970. Non racconterò qui lo svolgimento dei fatti poichè chi conosce il Mishima scrittore ne conosce anche la fine, chi invece non ne sa nulla può cominciare col guardare questo film e con la lettura di alcune sue opere.

mishimaalifeinfourchapters

Film: The Mission (1986, Roland Joffé)

E’ più giusto servire Dio nella preghiera ed accettare mansuetamente le brutalità del mondo che ci circonda nella speranza della vita ultraterrena o è più giusto servire Dio sia nella preghiera che nella lotta (eventualmente violenta) contro le ingiustizie del mondo? Questa resta decisamente una bella domanda a cui è difficile dare una risposta su due piedi ed è la domanda che sorge spontanea in questo capolavoro della cinematografia. E’ un film amaro, a tratti poetico ed a tratti straziante. E’ un film in cui in pochi possono dire di fare una bella figura.

Siamo in Sud America agli inizi del ‘700 e la storia si svolge nei territori tra gli odierni Brasile, Argentina e Paraguay, dove si trovava il confine tra i territori spagnoli e quelli portoghesi. Si parla di Indios, di mercanti di schiavi, di Gesuiti, di politici dalla pance piene e di ecclesiasti in parte impotenti ed in parte complici. Ci sono tutti gli ingredienti per un dramma, ma il dramma vero è che tutto è ispirato da fatti realmente accaduti.

I veri protagonisti del film sono appunto gli Indios e i pochi padri Gesuiti che cercano di convertirli e di tenerli lontani dai mercanti di schiavi. La semplicità e la linearità dei nativi americani fa da contraltare alla mentalità ottusa ed opportunista degli Europei accecati dall’avidità. E’ un mondo crudele dove non c’è scampo per i sentimenti puri, dove a nulla valgono i tentativi di dimostrare che anche gli Indios sono esseri umani, dove la loro attinenza al canto ed alla musica viene addirittura derisa… è mondo reale in cui le storie possono anche avere una fine amara… molto amara. E qui si torna alla domanda iniziale, come si serve meglio Dio?

Film: In nome del Papa Re (1977, Luigi Magni)

Will Durant, filosofo e storico statunitense scomparso nel 1981, sosteneva che una grande civiltà viene conquistata dall’esterno solo quando si è distrutta dall’interno, questo è vero sia per tutti i grandi imperi della storia che per tutti i piccoli staterelli di cui è disseminata la storia del mondo. E in una certa quale misura è stato così anche per lo Stato Pontificio che ha governato il centro dell’ Italia per oltre mille anni sino al 1870. Anche a Roma e nei palazzi del potere papale in pochi erano in grado di capire in tempo i cambiamenti che erano in atto nel mondo esterno, così come era stato qualche decennio prima per i reali di Francia, così come sarebbe stato nel 1923 per Mehmet VI ad Istanbul. Eppure i tempi cambiano e con essi anche le idee e le esigenze delle persone.

Questo film, racconta proprio di questa cecità romana a pochi anni dalla breccia di Porta Pia che porrà fine al dominio temporale dei Papi e porterà il tricolore italiano a sventolare sui tetti di Roma. Si parte con un attentato ai danni delle truppe francesi poste a protezione del Papa da Napoleone III e si prosegue con un processo farsa ai danni dei presunti attentatori. Un magistrale Nino Manfredi fa la parte di un Monsignore inserito nella giuria di tale processo diventandone infine la coscienza critica di fronte alle sorde orecchie dei vertici pontifici incapaci di cogliere l’ essenza del momento storico in atto. Lo stesso Manfredi non ha una ricetta per far sopravvivere lo Stato Pontificio, sa solo che esso è destinato presto o tardi a cadere, anche per le sue stesse incapacità, e vorrebbe solo che gli uomini di fede si ricordassero di essere tali preparandosi con più serenità alla prospettata perdita del potere temporale.

Il film pone anche l’accento sul clima conflittuale esistente all’ interno delle stesse gerarchie pontificie, con la presenza incombente dei Gesuiti contrapposti ad uno schieramento più rinnovatore e modernista (praticamente il contrario di quanto accade oggi). Il processo farsa finirà come da copione con la morte degli imputati, ma da lì a pochi anni Napoleone III terzo dovrà togliere l’appoggio militare al Papa per difendere invano  la Francia nella guerra franco-prussiana del 1870, al che il Regno d’Italia alleato dei Prussiani ne approfitterà per conquistare Roma.

“Il concetto di colpa e di innocenza che c’hanno loro, ormai è diverso dal nostro. Noi crediamo ancora nell’obbedienza, e loro credono nelle bombe. È certo che c’hanno torto, ma mica è detto che per questo c’ avemo ragione noi.” (citazione dal film)

Film: Indocina (1992, Régis Wargnier)

Nella storia del colonialismo europeo si può osservare uno strano fenomeno, ogni paese colonizzatore ha mantenuto nel suo immaginario collettivo un legame “sentimentale” con almeno una delle sue ex colonie, non riuscendo quasi a superare l’ idea che le due entità statali ormai siano separate e che i loro destini siano indipendenti gli uni dagli altri. Resta una forte traccia quasi romantica che a livello culturale trova sfogo spesso e volentieri nella produzione di film storici in costume, ma anche di film ambientati ai giorni nostri. Prendendo per esempio l’ Inghilterra risulta evidente ancora oggi il forte legame passionale con l’ India… se pensiamo all’ Italia come non pensare subito alla Libia, oppure anche l’ Angola per il Portogallo, sino ad arrivare alla Francia e alle sue tormentate storie con l’ Algeria e l’ Indocina francese (oggi Laos, Vietnam e Cambogia).

Indocina, film ovviamente francese, si svolge appunto nell’omonima colonia tra gli anni ’20 e gli anni ’50, ripercorrendo così gli ultimi anni di dominio coloniale prima della divisione della nascita dei due Vietnam. In realtà il contesto storico fa da sfondo a due storie d’amore molto diverse tra loro, accomunate da una disperazione di fondo e dall’impossibilità di giungere ad una conclusione felice… un pò come la storia d’amore tra la Francia e l’ Indocina.

Due cose colpiscono del film. La prima è l’ impatto visivo dell’ Indocina che appare sempre come un mondo incantato, con paesaggi di una bellezza commovente. La seconda è l’ immagine impotente e sempre in balia della corrente che si respira intorno alla Francia ed ai suoi coloni… quasi che fosse l’ Indocina ad aver colonizzato e dominato la Francia e non viceversa.

Assolutamente da vedere.

(Catherine Deneuve in un fotogramma del film)

“Forse la giovinezza non è altro che credere che il mondo sia fatto di cose inseparabili: gli uomini e le donne, le montagne e le pianure, gli esseri umani e gli dèi, l’Indocina e la Francia.” 

Film: Aguirre, furore di Dio (1972, Werner Herzog)

Completamente fuori dal mondo e dalla ragione, immagino che si dovessero sentire così gli Europei che per primi si inoltrarono nel selvaggio mondo americano durante le grandi esplorazioni. Ed è così che ce li racconta anche Herzog in quest’ opera semplice e lineare, dove la fa da padrona l’ alienazione dell’ uomo “civilizzato” inserito in un contesto ancora vergine e crudelmente bello.

La storia narra di un gruppo di conquistadores al seguito del fratello di Pizarro che discendono il Rio delle Amazzoni guidati appunto da Lope de Aguirre (di origine basca), il loro viaggio alla ricerca di cibo e della posizione di El Dorado diventa presto un dramma umano e della coscienza che porterà il protagonista ad un delirio di onnipotenza sempre maggiore. Chiaramente fanno da sfondo a tutto questo il difficile rapporto coi compagni di viaggio che degenererà spesso in violenza così come il rapporto con gli indigeni locali (che nel film non si vedono mai, ma che agiscono e uccidono all’improvviso), il tutto condito con un paesaggio ostile dove lo scudo della Bibbia fallisce costantemente le sue aspettative.

Chiaramente il ruolo principale di questo film non poteva che essere interpretato da un eccelso Klaus Kinski calato perfettamente nella parte dell’ uomo accecato dalla propria supposta onnipotenza che arriva appunto ad affermare di essere “il furore di Dio”, mentre il realtà tutto intorno a lui lo portando verso una misera fine. Indubbiamente un film su dei veri pionieri…