Nazioni: Lesotho

welcomeLa terra del popolo che parla Sotho (Lesotho) abitata appunto da coloro che parlano Sotho (Basotho) è un piccolo stato indipendente che costituisce un’enclave all’interno del Sudafrica. I Basotho in realtà occuparono questi territori all’inizio del ‘800 spostandosi dalla loro terra d’origine principalmente a causa dell’espansionismo del regno degli Zulu. L’estrema compattezza etnica permise a questa piccola enclave di mantenere una sostanziale indipendenza amministrativa nei confronti del Sudafrica già in tempi coloniali, nonostante facesse parte del Dominion del Sudafrica. La colonizzazione inglese cessò dopo la Seconda Guerra Mondiale e il Lesotho divenne indipendente alla fine 1966, entrando comunque a far parte del Commonwealth.

L’indipendenza, come spesso è accaduto nella storia delle varie nazioni africane, portò con se una forte instabilità politica dovuta ai ripetuti contrasti tra la Monarchia e le forze armate. Il re del Lesotho e suo padre prima di lui subirono diversi colpi di stato, tra l’altro alternandosi al potere tra il 1990 e il 1996. Questa instabilità politica con tutta probabilità venne favorita dell’ingombrante vicino sudafricano in tutta risposta al fatto che in Lesotho avevano sede le basi armate del ANC di Mandela.

Il Lesotho resta un paese molto sfortunato sotto diversi punti di vista. La prima statistica che balza agli occhi è quella che riguarda il contagio da HIV che coinvolge un terzo della popolazione (stiamo parlando di oltre 700.000 individui su una popolazione di poco più di 2.100.000). L’economia del paese stenta a decollare e si basa quasi esclusivamente sull’estrazione dei diamanti, mentre il terreno coltivabile rappresenta un’inezia in termini percentuali: appena il 10%. La presenza di immensi parchi naturali e di bellezze naturali tra le più apprezzate d’Africa sta portando un discreto indotto di turismo negli ultimi anni. Ma in ogni caso quasi la metà della popolazione vive con meno di 40 dollari al mese; la mortalità infantile è altissima (7,9%) e la speranza di vita media è di appena 52 anni.

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Nazioni: Honduras

Tegucigalpa! Riuscite a ripeterlo tre volte di seguito senza impappinarvi? Io neppure una volta sola ad essere sinceri. Questa città dal nome così esotico si trova nel bel mezzo dell’America Centrale ed è la capitale dello stato del Honduras. Il nome di questa città è di chiara derivazione indigena e pare voglia dire “colline d’argento”, anche se vi è un ampio dibattito su questa definizione dal momento che gli abitanti della zona non conoscevano la reale ricchezza del sito, furono gli Spagnoli ad accorgersene e ad approfittarne. La città venne fondata il 29 Settembre del 1578, praticante 436 anni fa, da dei coloni iberici, ma vi era già presente un insediamento indigeno. Storicamente l’Honduras è la patria originaria del popolo Maya, spostatosi poi più a nord in Messico e Guatemala! Venne esplorata sia da Colombo che da Vespucci. Ad ogni modo gli Spagnoli ne presero completo possesso nel 1537 e il loro dominio sulla regione durò sino al 1821.

La storia del ‘900 di paesi come questo è costellata da un susseguirsi di dittature, colpi di stato ed ingerenze statunitensi. L’influenza delle multinazionali della frutta sul piccolo paese e sui suoi politici raggiunse il picco nel 1974 quando venne coniato per la prima volta l’espressione “repubblica delle banane” proprio per riferirsi al piccolo stato. Nel 1982 la situazione politica del paese prese lentamente la strada della pacificazione e della democrazia, anche se nel 2009 ci fu un colpo di stato che per quattro mesi riportò il paese nel caos.

Nel piccolo stato la popolazione è prevalentemente di origine meticcia (90%), ma non mancano gli immigrati asiatici soprattutto cinesi (ormai sono ovunque) e diverse famiglie palestinesi di religione cristiana attive nell’imprenditoria e denominate “turcos” in tono evidentemente dispregiativo.

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Purtroppo questo piccolo paese è considerato uno dei più pericolosi di tutta l’area centro-americana, con uno dei tassi d’omicidio volontario più alto del mondo. E di certo la sua economia non aiuta a migliorare la qualità della vita della popolazione dal momento che si tratta quasi principalmente di piantagioni in mano a multinazionali straniere. Non vengono neppure sfruttate le risorse del sottosuolo e la corruzione è una piaga evidente nel sistema del Honduras. Chiaramente buona parte delle importazione e delle esportazioni sono targate Stati Uniti.

Un altro paese povero che stenta a trovare la sua prosperità. Com’è che gli sfruttatori sono sempre gli stessi?

Tomba Maya

Tomba Maya

Viaggiare: Santuario della Madonna di Senales

Se mi dovessero chiedere quale è il mio ricordo principale della della Val Senales in Alto Adige direi sicuramente la neve! Del resto un bambino delle elementari è per forza più attratto dal bianco fenomeno atmosferico che da una serie di visite guidate tra musei e luoghi di culto. Quando arrivai in Val Senales dovevo avere intorno ai 7-8 anni. Era quasi primavera… o meglio… era quasi primavera nella pianura emiliana, ma non in quelle valli a 1500 mt d’altezza. Quella era una delle prime volte che andavo in Trentino-Alto Adige, non conoscevo molto al di fuori della mia regione e anche lì in fondo conoscevo davvero poco. In quella gita parrocchiale ci si concentrava molto sull’Alto-Adige, solo qualche anno dopo saremmo andati a vedere per bene in Trentino. Il programma del giorno prevedeva un giro per alcuni santuari più o meno sperduti e la visita in paesi caratteristici della zona, tipo Merano… dove non mancammo di scontrarci con la “simpatia” altoatesina nei confronti degli Italiani.

Una delle prima tappe di giornata doveva essere il Santuario della Madonna di Senales. Un luogo di culto molto suggestivo edificato a partire dal 1306. Il tutto cominciò con il ritrovamento nel 1304 di una statua di faggio della Madonna con bambino, non si sapeva chi l’avesse abbandonata lì, ma sta di fatto che due anni dopo fu edificata una prima chiesetta in suo onore. Nei decenni successivi ci furono piccoli ampliamenti, ma il luogo divenne famoso per i miracoli che vi avvenivano già intorno al 1360. Si susseguono altri ampliamenti che mischiano lo stile romanico a quello gotico e poi al barocco. La struttura esterna venne terminata col campanile a “cipolla” nel 1797 e un secolo dopo la chiesa venne completamente decorata al suo interno col rappresentazioni di diversi santi.

Vista invernale del santuario

Vista invernale del santuario

Quando uscimmo dall’albergo il cielo era bianco, quasi fastidioso alla vista. Era un cielo che prometteva neve e ne prometteva anche tanta. Non ci mise molto a scendere una fitta neve che rendeva difficile la vista nell’arco di pochi metri, sembrava quasi di essere nel più riuscito dei Natali! Certo alla gioia di un bambino per la neve face da contrappeso la paura degli adulti per la situazione atmosferica proibitiva. A cucci e spintoni e con un certo ritardo arrivammo a Senales. Il paese, quasi completamente di lingua tedesca, si trova molto a nord, non troppo distante sa Similaun e dal confine austriaco. Nelle vicinanze c’è anche il lago di Vernago, dove poi saremmo andati a mangiare quel giorno. Ad ogni modo quando arrivammo a Senales la neve smise di cadere e il paesaggio assunse un aspetto vagamente spettrale. Il cielo era sempre bianco, così come bianco era il paesaggio tutto intorno a noi. In giro non c’era anima viva, esclusi noi della gita, sembrava un paese fantasma. E c’era silenzio… troppo silenzio. C’era talmente tanto silenzio che ci veniva spontaneo parlare a voce bassa per non disturbarlo. La neve a terra era bianchissima, non come quella sporchiccia che si trovava nelle strade di Bologna. Doveva essere freddo perchè ad ogni respiro emettevamo una nube di aria calda, ma sulla pelle non sembrava così tremenda la temperatura. Tutto quel quadro di sensazioni messe insieme mi faceva pensare di essere in un’età antica, forse proprio nel Medioevo. Eravamo saliti sul pullman nel 1990 e ne eravamo scesi nel 1300.

Visitammo il Santuario e la bellissima chiesa, il tutto in rigoroso silenzio. Accompagnati da un frate spuntato da non si bene quale secolo della storia dell’umanità. Ci raccontò la storia di quel posto, ci mostrò tutti i luoghi più significativi e la statua della Madonna con bambino, così semplice e povera. All’uscita della chiesa ci ritrovammo di nuovo in mezzo alla neve. Il mio primo istinto fu quello di prendere un poco di neve e di mangiarmela! Non che sapesse di qualcosa in particolare, ma lì in quel momento sembrava dovesse essere la cosa più buona del mondo. Tornammo al pullman, ma sembrava che a tutti dispiacesse staccarsi da quel posto, come se ci fosse una sorta di richiamo ancestrale in quella valle. Era indubbiamente un luogo magico e questo fece passare in secondo piano tutto il resto della giornata.

Lago di Vernago

Lago di Vernago

Viaggiare: San Lazzaro degli Armeni

E’ passato quasi un anno dall’ultimo racconto di viaggio, un anno in cui decisamente mi sono dedicato maggiormente alla storia non c’è dubbio. Chi mi segue già da un pò (e devo dire che non siete pochi e che siete sempre pieni di complimenti) avrà notato che ci sono alcuni “temi” ricorrenti nelle mie dissertazioni… o forse dovrei dire che ci sono dei popoli e culture ricorrenti. Il mio grande amore resta indubbiamente il Sud America con tutta la sua storia e la sua magia, ma ho sempre avuto una forte attrazione verso l’Europa dell’est ed in particolare verso la Romania ed il suo popolo, a prescindere dalle problematiche di questo ultimo decennio dovute all’immigrazione ed al confronto forzato tra culture: tematiche troppo lunghe e complesse da affrontare qui adesso. Un altro popolo che mi ha sempre affascinato è quello Armeno, una simpatia spontanea che ho sin da piccolo!

Ma veniamo al dunque. Io adoro la città di Venezia. In Italia è indubbiamente la città che preferisco e che sento più vicina alla mia personalità. La metto in cima alla lista delle preferenze, ben al di sopra della mia città natale Bologna (che sarebbe bella se solo non fosse diventata un gabinetto a cielo aperto) e della capitale Roma. Non chiedetemi di Firenze, a me non è mai piaciuta, non mi ci trovo mai a mio agio… uno le città se le deve sentire dentro, io Firenze non me la sento. Venezia si.

Venezia è piena di luoghi stupendi da vedere, ogni volta che la giro non faccio altro che scoprire angoli sempre nuovi che non avevo mai notato in precedenza. Il modo migliore di girare per le città è senza la piantina, perchè è giusto perdersi in un agglomerato urbano per coglierne a pieno le sfumature. Troppo semplice seguire i classici itinerari per turisti: alla fine si vedono tre cose in croce (belle per carità) e poco di più. E poi non amo eccessivamente la calca urlante. Avete mai fatto caso a quanto sono chiassosi in genere i turisti? Badate bene: di tutte le nazioni! Non è forse meglio cercare posti meno affollati e più tranquilli. Ci sono angoli di Venezia talmente silenziosi e talmente belli da non sembrare reali. Stai lì fermo e non capisci. Sei fuori dal tempo e dallo spazio e ti trovi perfettamente a tuo agio.

Ma io sto divagando di nuovo. San Lazzaro degli Armeni è un isolotto molto vicino al Lido di Venezia ed un tempo era utilizzato come lebbrosario cittadino, stiamo parlando dei secoli in cui Venezia era una gloriosa repubblica marinara con porti commerciali disseminati lungo tutto l’Adriatico e con diverse interessi in ballo in Grecia e nei possedimenti dell’Impero Ottomano. Nel 1717 l’isola venne donata a dei monaci armeni guidati dal monaco Mechitar (fondatore dell’ordine mechitarista) e ben presto questi ristrutturarono completamente gli ambienti del vecchio lazzaretto e la vecchia chiesetta dando vita al monastero attuale. Nel giro di pochi decenni questo luogo divenne meta sia dei giovani monaci armeni sia delle personalità di tutto europa che potessero vantare origini armene: divenne così un grande ed importante centro culturale in mezzo alla laguna veneziana.

San_Lazzaro_degli_Armeni_JettySapevo da anni dell’esistenza di questo posto, ne avevo letto in diversi libri che parlano del popolo armeno, ma non vi ero mai stato. Così un bel pomeriggio d’estate dell’anno scorso, mentre soggiornavo qualche giorno a Venezia, decisi di andare a visitarlo. Arrivai casualmente all’approdo di partenza in uno degli unici orari che in seguito scoprii essere utili per visitare il monastero. Si vede che era destino! Se adoro Venezia è anche perchè mi piace fare i giri sui traghetti, a volte prendo e ci passo delle ore intere senza scendere girando intorno alla città. Non ero assolutamente preparato allo spettacolo che mi si parò di fronte all’arrivo: il luogo era tanto bello quanto silenzioso e rilassante, gli unici esseri umani in giro sembravamo essere io e gli altri turisti con cui stavo sul traghetto. Senza indugiare mi diressi verso l’entrata e presi il biglietto per fare la visita con la guida in italiano-inglese, l’alternativa era in armeno!

All’interno del monastero ci sono bellissimi giardini e un museo colmo di oggetti antichi di inestimabile valore, senza contare una collezione di manoscritti unica al mondo. I monaci armeni sono di una gentilezza e di una disponibilità unica e si fermano volentieri a parlare con i turisti. Il luogo è chiaramente un luogo sacro e vi si respira una sostanziale pace totale molto bella. Il metodo di vista è anche intelligente perchè prima ti fanno vedere tutte le bellezze interne del monastero raccontandoti tutta la storia di Mechitar e in parte anche del popolo Armeno, poi ti lasciano libero di godere del giardino esterno, della sua bellezza e dei suoi profumi. Diventano tre ore spese davvero bene e alla fine l’unico rimpianto è dover ripartire per tornare alla città. Sembra incredibile detto così. Ma all’interno di Venezia esiste un’isola che pare fuori dal mondo e che ti fa rimpiangere di dover tornare a Venezia stessa. Ma se ve lo dico io che amo quella città mi potete credere.

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Se vi capita di fare una vacanza a Venezia andateci, tanto è facile da raggiungere. Andateci e quando siete lì chiudete gli occhi e respirate i profumi di quei giardini incantati. Penserete di essere giunti nel paradiso terrestre.

Nazioni: Turkmenistan

Il panorama delle nazioni emancipatesi al crollo dell’Unione Sovietica (che nasceva tra l’altro il 30 Dicembre del 1922) è assolutamente variegato soprattutto per la vastità del territorio un tempo egemonizzato dai Russi e in parte per l’estrema differenza tra le popolazioni presenti su questi territori. Troviamo così europei a fianco di asiatici, popolazioni con gli occhi a mandorla accanto ai turcomanni, armeni accanto ai biondissimi nordici e così via. La suddivisione amministrativa della Russia era già estremamente complicata durante l’impero zarista e l’Unione Sovietica di fatto ne ricalcò le istituzioni cambiando solo l’impronta politica delle cose; nacquero così una serie di repubbliche, più o meno grandi, che in ogni caso facevano riferimento a Mosca per le direttive principali della vita socio-economica. Alla caduta dell’Unione Sovietica il panorama cambiò di poco: molte delle repubbliche si resero formalmente indipendenti salvo poi formare la C.S.I. (Comunità Stati Indipendenti) sempre Mosco-centrica.

Il Turkmenistan è una di queste repubbliche. E’ una terra di antiche tradizioni la cui popolazione è principalmente di religione musulmana. Posizionata a nord dell’Iran e dell’Afghanistan e con un ampio affaccio ad ovest sul Mar Caspio, in realtà oltre il 70% del suo territorio fa parte del deserto del Karakum. Questo deserto è ricco di giacimenti petroliferi e di gas naturali, proprio da uno di quest’ultimi ha avuto origine la “porta dell’inferno”, un cratere di 60 metri e profondo 20 creatosi durante un incidente in epoca sovietica (1971, senza vittime) a seguito del quale l’enorme deposito di gas naturale venne incendiato per evitare un disastro naturale. Quando venne appiccato il fuoco gli scienziati pensavano che in poche settimane si sarebbe estinto, invece brucia ancora da allora!

La porta dell'inferno

La porta dell’inferno

L’animale più diffuso del paese è il dromedario, tipico animale desertico, ma vi si trovano anche pregevolissime razze equine. I cavalieri turkmeni nel corso dei secoli sono stati sottoposti al dominio arabo, al domino mongolo, al dominio di Tamerlano (https://isoladigiava.wordpress.com/2012/07/15/pionieri-tamerlano/) sino a finire nel 1885 sotto il controllo degli Zar.

Oggi il moderno Turkmenistan è una dittatura monopartitica sotto il controllo dell’ex capo del vecchio sistema sovietico. Il nuovo stato si fonda su un profondo nazionalismo turcomanno-centrico che punta all’assoluta salvaguardia e perpetuazione delle antiche tradizioni di quella terra, questo in tutti i campi della vita (si pensi che sono addirittura vietati certi tagli di capelli e di barba). Il paese è comunque poco industrializzato (esclusa la capitale Asgabat) e l’economia si basa principalmente sulle ricchezze del sottosuolo, mentre una vasta fetta della popolazione vive ancora in maniera semi-nomade, quest’ultimo dato di fatto falsifica il dato sulla disoccupazione che risulta essere al 60%… ad ogni modo rimane un paese formalmente povero e la stessa cosa si può dire della sua popolazione.

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Asgabat

Nazioni: Wallis e Futuna

Osserviamo oggi da vicino un’altra “dipendenza d’oltremare”, ma questa volta andiamo in casa dei Francesi. Wallis e Futuna sono un piccolo insieme di tre antichi regni indigeni ubicati su tre isole maggiori dell’Oceano Pacifico, molto ad est dell’Australia, a cui vanno aggiunte una ventina di isolotti minori e disabitati. Delle isole maggiori solo due sono abitate, mentre la terza (Alofi) non presenta insediamenti umani permanenti. Si racconta che la popolazione di quest’isola si stata sterminata da quella cannibale della vicina isola di Futuna nel ‘800. Oggi è utilizzata dagli abitanti di Futuna per coltivare tabacco ed altre piante.

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Queste isole sono un state un protettorato francese a partire dal 1888 ed erano poste sotto il controllo diretto della colonia della Nuova Caledonia. Il secolo successivo vide gli abitanti delle isole votare il passaggio a “territorio d’oltremare”, affrancandosi così dal controllo della Nuova Caledonia e passando sotto il diretto controllo di un amministratore francese che affianca il presidente locale. E’ un territorio in cui la cultura tradizionale, con le sue leggi e le sue regole, vive a fianco della modernità con tutte le sue sfumature e sfaccettature: per i reati non penali, ad esempio, si applicano ancora le leggi tradizionali tribali.

I tre regni sono ad oggi esistenti e i tre re partecipano attivamente all’amministrazione del territorio.

L’economia di Wallis e Futuna si basa quasi tutta sulla pesca commerciale e sulle concessioni di quest’ultima in favore di Giappone e Corea del Sud. Del resto il territorio, un tempo fittamente boscoso, è stato quasi del tutto spogliato con tutti i problemi di stabilità del terreno immaginabili. Ci sono diversi tipi di coltivazione, ma sono volti alla sussistenza della popolazione locale, che non supera le 15.000 unità.

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La “capitale” Mata-Utu

Viaggiare: Belluno

Tanti anni fa mi capitò di fare una gita in Trentino e Veneto, doveva essere un percorso tra lo spirituale e il culinario in mezzo alle bellezze ed alla semplicità di quelle terre. Fu un viaggio interessante e per la prima volta presi contatto con una realtà geograficamente legata all’Italia, ma storicamente e culturalmente impregnata di profumi austro-ungarici. Era un paese nel paese. Erano diverse le case, erano diverse le chiese, era diverso il cibo, la gente parlava come noi (non tutti in realtà), ma ovunque si sentiva la portata della storia che aveva attraversato quei luoghi. Erano state zone di guerra negli anni tra il 1915 e il 1918, erano state oggetto di conquista o di liberazione, a seconda delle diverse ottiche. Avevo da poco visto “Uomini contro” e in quella gita avevamo proprio attraversato l’Altopiano di Asiago, una terra bellissima, piena di profumi e di colori incantevoli. Eravamo nella fase finale, mancava solo una ultima tappa prima di rientrare verso Bologna.

Dopo un pranzo a base di funghi e formaggi (ho ancora quei sapori nel palato ogni volta che ci penso) il nostro pullman prese una strada di montagna in mezzo ad un enorme bosco di conifere… dico enorme perché era fitto fitto e non sembrava avere mai fine. Io me ne stavo incollato al vetro nella speranza di intravedere qualche animale: impresa impossibile in mezzo a quel fittume di rami! La strada prima andò in salita e dopo si fece in discesa. Bosco, strada, curve, bosco, strada, curve, bosco, strada, curve… per quanto sarà durato? Forse una trentina di minuti, se non di più. Poi finì la discesa e con essa il bosco, si aprì una valle luminosa e verde con le sue case e i suoi paesini. Eravamo passati dalla natura alla civiltà, anche se la presenza dell’uomo non sembrava troppo pressante. Arrivammo infine in una piccola città: Belluno.

E’ piccola Belluno, è quasi più un grande paese che una piccola città. Non ci fermammo molte ore e ci fu concesso di vagare liberamente per il centro storico. Piccola e meravigliosa. Una bellezza dopo l’altra, ogni palazzo era curato nel minimo dettaglio e l’architettura portava i segni del passaggio di tante popolazioni diverse nel corso della storia. Belluno me la ricordo come un posto tranquillo, poco rumoroso e modestamente popolato (in effetti siamo nell’ordine dei 35.000 abitanti). Ho un ottimo ricordo di P.zza dei Martiri e della breve sosta in un bar a bere una bibita.

Belluno - P.zza dei Martiri

Belluno – P.zza dei Martiri

Come complesso urbano dava molto l’idea di essere a misura d’uomo, come se ogni pietra fosse stata posata dopo un’attenta ponderazione. Lo stesso accesso alla P.zza del Duomo era una piccola strada che immetteva direttamente nella piccola piazza, mentre mi sarei aspettato un qualcosa di più grande, di più ampio… eppure tutto era bello, curato e ben tenuto.

Tante cose ho scoperto negli anni successivi su quella città. In primo luogo la sua vicinanza a Longarone, paese distrutto dal disastro del Vajont e posto a soli 18 Km dal capoluogo. Durante la Prima Guerra Mondiale venne invasa dagli Austriaci dopo la rotta di Caporetto, nel corso della guerra morirono 5.000 civili per varie cause a Belluno, un vero dramma nel dramma. Ricordo anche di essere passato sotto il monumento ai caduti di quella guerra che non poteva che essere in P.zza Cesare Battisti. Lo stesso aeroporto di Belluno è dedicato ad un pilota italiano di quella guerra: Arturo dell’Oro.

Curiosità: a Belluno (o limitrofe) sono nati Dino Buzzati e il poeta Ugo Fasolo.

Belluno

Belluno

Sarà che mi piacciono i luoghi a ridosso delle Alpi, ma ne ho sempre un pò di nostalgia… come se mi mancasse l’atmosfera di quei paesaggi che l’uomo non può riuscire del tutto a contaminare (per fortuna).

Ricordando Cesare Battisti suggerisco di rileggere:

https://isoladigiava.wordpress.com/2012/02/02/viaggiare-trento/

Nazioni: Isole Cayman

In realtà la dicitura “nazione” è impropria per le Isole Cayman in quanto si tratta di una “dipendenza d’oltremare” del Regno Unito, per cui ha come capo di stato Sua Maestà Elisabetta II ed è amministrata da un governatore. Questo piccolo possedimento è composto da tre isole abitate da circa 60.000 persone ed è un “paradiso fiscale” famoso in tutto il mondo, ma a noi questo importa poco. Le Cayman vengono scoperte nel 1503 da Cristoforo Colombo, il quale rimane talmente colpito dalla presenza di tartarughe sulle isole da chiamarle Las Tortugas, ma questi simpatici animali marini non erano gli unici a popolare le acque intorno a queste isole: i coccodrilli marini erano molto diffusi e fu proprio da loro che derivò il nome Cayman in uso sin dal 1530.

Coccodrillo Marino

Coccodrillo Marino

Le isole furono abitate principalmente da pirati per molti decenni, furono visitate anche da Sir Francis Drake e passarono sotto controllo britannico dopo la caduta della Giamaica in mano inglese nel 1655. Erano isole disabitate prima dell’arrivo degli Europei e coloro che vi si insediarono erano per la maggior parte soldati e veterani. La vita negli insediamenti non fu facile a causa delle frequenti scorrerie dei corsari spagnoli e delle continue scaramucce per il controllo delle acque intorno alla Giamaica e Cuba (a nord delle isole). E’ noto che il primo vero insediamento stabile nacque intorno al 1730, ma la prima assemblea legislativa fu solo del 1831: del resto le isole furono sempre molto legate alla Giamaica e di fatto controllate dal suo governatore. Nel 1962 la Giamaica ottenne l’indipendenza dal Regno Unito e a quel punto le isole Cayman cessarono qualsiasi rapporto amministrativo con l’isola e divennero una dipendenza diretta di Sua Maestà.

Superfluo dire che le Cayman sono un paradiso turistico con spiagge bianchissime, acqua azzurra e pace assoluta.

George Town

George Town

Nazioni: Bolivia

Solo due paesi del Sud America non hanno uno sbocco sul mare, due paesi che in passato hanno combattuto una sanguinosa guerra per il controllo di una fascia di terra praticamente disabitata dove si pensava ci fosse il petrolio (che in realtà non c’era), queste nazioni sono il Paraguay e la Bolivia. Oggi ci occupiamo di chi perse quella guerra, che per chi non lo sapesse è la guerra del Chaco combattuta tra il 1932 e il 1935, ossia della Bolivia. In realtà la Bolivia in origine aveva uno sbocco sul mare abbastanza ampio nella regione della città di Antofagasta, persa però nel 1884 in seguito alla guerra del Pacifico combattuta a fianco del Perù contro il Cile, con la vittoria di quest’ultimo entrambe le rivali persero territori in riva al mare, per la Bolivia si trattò dell’isolamento totale dal commercio marittimo. I rapporti col Perù però sono da sempre buoni e il governo di Lima nel 2010 ha concesso ai suoi vicini il porto di Ilo (nel sud del paese) ad uso commerciale per 99 anni.

Come è facile intuire la Bolivia deve il suo nome a suo “liberatore” Simon Bolivar, attivissimo nei primi anni del ‘800 nel contrastare la dominazione spagnola nel continente sudamericano. La formale indipendenza arriva nel 1825 e nei successivi centodieci anni la Bolivia perse via via molti dei territori che la componevano inizialmente, sia a causa delle guerre (Cile e Paraguay) sia per semplici vendite di territorio (principalmente in favore di Perù, Argentina e Brasile). Come tutto il continente latino in origine era abitata dagli Indios e la Bolivia fu spesso teatro di sanguinosi scontri e rivolte, quasi a rappresentare lo zoccolo duro della resistenza autoctona contro gli Europei. Famosissima fu la sfortunata rivolta capeggiata da Tupac Amaru II (discendente dell’antico re Inca) in seguito alla quale egli venne ucciso per squartamento.

La Bolivia è stata teatro di diversi colpi di stato militari, così come tutti i paesi vicini, nella seconda metà del ‘900 ed è stata governata dalla dittatura sino al 1982. Sul suo territorio venne giustiziato Che Guevara da un commando della CIA nel 1967, il guerrigliero argentino non aveva fatto i conti con la diffidenza di un popolo molto isolato come quello boliviano, un popolo che per molto tempo ha visto i suoi guerriglieri più come degli invasori che come un aiuto, tanto che sino al 2006 non ci sono quasi mai stata pubbliche cerimonie in sua memoria nel piccolo villaggio in cui venne ucciso (La Higuera).

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Al di là di questi semplici cenni storici stiamo parlando di un paese bellissimo che al suo interno racchiude paesaggi e terre diversissime tra loro. Si pensi ad esempio al grande lago Titicaca diviso a metà col Perù ed alla maestosità delle montagne andine, si pensi all’enorme deserto salato del Salar de Uyuni… ma anche alle foreste tropicali ai confini col Brasile e alla grande foresta tropicale secca nel Chaco. Sicuramente un paese in cui non mancano le bellezze architettoniche tipiche delle città coloniali spagnole ammirabili a La Paz e Sucre, ma anche a Cochabamba e Santa Cruz. In Bolivia convivono più di quaranta etnie diverse, alcune delle quali molto isolate.

Simon Bolivar

Simon Bolivar

Su Simon Bolivar presto scriveremo su queste pagine, per ora mi limito a rimandarvi a questo link di qualche mese fa: https://isoladigiava.wordpress.com/2012/04/03/storie-brevi-grande-colombia/

Nazioni: Mali

In questi giorni si parla molto del Mali e del discusso intervento francese per contrastare le “solite” forze di Al-Qaeda, senza stare troppo a discutere di geopolitica ci siamo chiesti: ma che paese è il Mali? Cosa sappiamo noi del Mali? A parte il fatto che sta in Africa intendo. Innanzi tutto ci troviamo in Africa occidentale e stiamo parlando di un paese senza sbocchi sul mare, circondato da molti altri stati più conosciuti, come il Senegal e la Costa d’Avorio. E’ un paese estremamente povero anche a causa di un clima totalmente arido e di una morfologia ambientale spietata che divide il paese tra deserto a nord e savana al sud, le caratteristiche tipiche del Mali non predispongono né facilitano alla vita.

Mali mapBassa speranza di vita attestata intorno ai 54 anni, mortalità infantile oltre il 12%, condizioni sanitarie spaventose e tasso di analfabetismo a livello 81%. Un paese poverissimo. Eppure allo stesso tempo un paese ricco… ricco di risorse importantissime. Facciamo giusto un paio di nomi Oro e Uranio. La maggior parte dei giacimenti minerari sono mal sfruttati e quelli ben utilizzati sono generalmente in mano a compagnie europee (francesi). L’industria è quasi inesistente e il passaggio del fiume Niger è utilizzato soprattutto per la pesca atta al consumo interno del pesce.

A livello agricolo la produzione è molto varia e spazia dal mais al cotone, dal riso alla canna da zucchero… varia, ma non produttiva a livelli ottimali, nonostante impegni la maggior parte della popolazione le caratteristiche del clima e del territorio non rendono la vita facile ai coltivatori del Mali.

Storicamente nel Mali si sono susseguiti tre imperi prima che i Francesi cominciassero a colonizzare il paese nella seconda metà del ‘800. Congiuntamente al Senegal il paese ottenne la formale indipendenza nel 1960, dopo di che divenne teatro di colpi di stato dal 1968 al 1991. Da quella data e per quasi vent’anni c’è stato un periodo di relativa calma e stabilità nel paese, con governi che hanno varato diverse riforme per migliorare le condizioni di vita della popolazione. Poi nel 2012 qualcosa è cambiato. Un colpo di stato militare ha soppresso molte delle libertà del paese con la scusa di fronteggiare più efficacemente i ribelli tuareg delle zone desertiche del nord del paese, a questi ribelli si sarebbero aggiunte poi alcune fazioni estremiste islamiche generando così una guerra civile molto sanguinosa. E proprio in questo contesto la Francia ha deciso di intervenire attivamente per supportare i militati golpisti contro i ribelli, con il chiaro intento di proteggere i propri interessi economici in quell’area… come spesso e volentieri è capitato in Africa dal 1950 in poi.

Mali mercato