Progetto WW1: 1 Gennaio – 20 Febbraio 1917 – Il telegramma Zimmermann

“Abbiamo intenzione di cominciare il primo di febbraio una guerra sottomarina illimitata. Tenteremo però di far rimanere neutrali gli Stati Uniti d’America. Nel caso non riuscissimo, facciamo una proposta di alleanza al Messico sulle seguenti basi: condurre la guerra comunemente, siglare la pace comunemente, un generoso supporto finanziario e l’accettazione da parte nostra della riconquista messicana dei territori perduti del Texas, del Nuovo Messico e dell’Arizona. La discussione dei dettagli viene lasciata a voi. Informerete il Presidente di quanto sopra riportato nella maniera più segreta, non appena si profili la certezza della guerra contro gli Stati Uniti d’America, aggiungerete suggerimenti su vostra iniziativa, inviterete il Giappone ad un’adesione immediata ed allo stesso tempo farete da mediatore tra il Giappone e voi stessi. Per favore richiami l’attenzione del Presidente sul fatto che l’utilizzo illimitato dei nostri sottomarini ci offre la prospettiva di costringere l’Inghilterra a siglare la pace in pochi mesi. Firmato, Zimmermann.”

Questo è il testo integrale del celebre “telegramma Zimmermann” inviato il 16 Gennaio 1917 dal Ministro degli Esteri tedesco (Zimmermann appunto) al suo ambasciatore a Città del Messico. Il messaggio venne telegrafato in codice, ma gli Inglesi riuscirono a captarlo e a decifrarlo grazie ad un enorme lavoro di Intelligence. Il messaggio venne reso noto al governo degli Stati Uniti solo il 24 Febbraio 1917, dopo che una spia inglese era riuscita a sottrarre una copia cartacea del medesimo anche a Città del Messico. La rivelazione di questo telegramma giungeva in un momento di estrema tensione tra la Germania e gli Stati Uniti. Il 1 Febbraio 1917 le forze navali del Kaiser avevano ripreso la guerra sottomarina indiscriminata contro tutte le navi che facevano rotta verso il Regno Unito, affondando un numero consistente di mercantili americani, due giorni dopo gli Stati Uniti avevano interrotto i rapporti diplomatici con Berlino. Dopo che il telegramma decifrato arrivò sulla scrivania del presidente Wilson la situazione non fece altro che precipitare.

zimmerman_telegram_-_the_temptation

Il Messico, ancora immerso in una profonda instabilità politica, non era particolarmente interessato ad entrare in guerra contro l’ingombrante vicino del nord. C’era una forte tensione tra i due paesi, ma era impensabile per l’esercito messicano impegnarsi in una guerra di riconquista contro un avversario tecnologicamente più avanzato… e difficilmente la Germania avrebbe potuto dare un reale apporto in al di là dell’Atlantico. Se i diplomatici tedeschi avessero analizzato meglio la situazione del Messico si sarebbero risparmiati il dannosissimo telegramma.

Sui campi di battaglia europei si respirava una certa quiete, dopo la fine della Battaglia di Verdun e con l’inverno a farla da padrone.

Sul fronte della Mesopotamia e della Palestina invece c’era un discreto fermento, con l’esercito ottomano sempre più stremato da una guerra che diventava ogni giorno più disperata. Il 9 Gennaio 1917 con la vittoria nella Battaglia di Rafa le truppe dell’Impero Britannico cominciarono a penetrare con decisione proprio in Palestina.

Storie brevi: Nouvelle-France

In ogni epoca storica ci sono alcuni eventi che hanno segnato dei veri e propri punti di svolta destinati a cambiare per sempre la storia dell’umanità. Se analizziamo gli ultimi tre secoli di storia il vero punto di svolta è collocato il 10 febbraio 1763 quando la Francia dovette cedere il Canada alla Gran Bretagna, segnando per sempre la fine della Nuova Francia, ossia del colonialismo francese in Nord America. Senza questo passo fondamentale, epilogo della Guerra dei Sette Anni, molte cose non sarebbero accadute. In primo luogo la Rivoluzione Americana del 1776 difficilmente avrebbe avuto corso. La stessa Rivoluzione Francese, figlia della crisi economica patita dopo la sconfitta nel predetto conflitto, non ci sarebbe stata. Il ruolo della Prussia nei territori tedeschi sarebbe rimasto più controllato ancora per qualche decennio, il tutto a favore della corona di Vienna. Il signor Washington sarebbe rimasto un colonnello sconfitto di un esercito sconfitto, rintanato nelle “Tredici Colonie” nella speranza di non essere spazzato via da un esercito francese vittorioso. Qualche decennio dopo il signor Bonaparte sarebbe probabilmente diventato un ufficiale di successo di un esercito francese fedele al re e impegnato in chissà quale fronte coloniale (magari nell’India Francese). Una conclusione differente della Guerra dei Sette Anni avrebbe visto la Gran Bretagna allontanata dall’India e forse il signor Kipling sarebbe nato in Australia e avrebbe scritto pagine memorabili sugli Aborigeni. La volontà di potenza della Prussia sarebbe rimasta esorcizzata ancora per diverso tempo rendendo una unificazione tedesca ai danni di Vienna realizzabile con almeno 50 anni di ritardo. L’Ottocento non sarebbe mai diventato il secolo del Risorgimento e forse ancora oggi ci sarebbero molte più “teste coronate” in giro per l’Europa.

Nuova Francia

Nuova Francia

La Nuova Francia fu un’esperienza coloniale molto diversa rispetto a quella delle altre potenze nello stesso periodo. L’assalto al Nuovo Mondo vide la Spagna e il Portogallo misurarsi con i grandi imperi dell’America centro-meridionale, mentre la Francia, la Gran Bretagna e l’Olanda (in misura significativamente minore) si impegnarono nell’America settentrionale. Al Nord non esistevano né grandi imperi né popolazioni coese e culturalmente complesse, gli Indiani vivevano una vita molto semplice, ma ben radicata nel territorio. La Gran Bretagna insediò subito lungo la costa delle colonie di popolamento entrando in aspro conflitto con le popolazioni locali di cui si cercava di espropriare la terra. La Francia, partendo dal Canada a Nord e da Biloxi nel sud, strutturò invece una grande colonia di sfruttamento commerciale basata su una serie di forti costruiti in mezzo a territori sterminati. La presenza di coloni francesi era limitata e gli scontri con le popolazioni locali erano sensibilmente meno frequenti rispetto a quanto accadeva con gli Inglesi; il governo francese sapeva che per controllare una colonia così vasta non poteva fare a meno dell’apporto delle popolazioni locali, le quali vennero integrate nella struttura sociale della colonia. All’apice della colonizzazione francese più di metà degli attuali Canada e Stati Uniti era sotto il controllo della Francia e dei loro alleati Indiani e molte grandi città del continente furono fondate proprio come forti e stazioni commerciali francesi. Alcuni esempi? Montreal e Quebec, Detroit e Pittsburgh (allora Fort Duquesne), St. Louis e New Orleans, Jacksonville (allora Fort Caroline) e Mobile, Baton-Rouge e Memphis (allora Fort de l’Assimption), Kansas City (allora Fort Cavagnial) e Chicago.

i Francesi lasciano Fort Detroit agli Inglesi

I Francesi lasciano Fort Detroit agli Inglesi

Nonostante l’economia fiorente della Nuova Francia, la disparità di popolamento rispetto alle colonie britanniche avrebbe giocato un ruolo fondamentale durante la Guerra dei Sette Anni. I Francesi e i loro alleati (gli Abenachi e i Mi’kmaq) inizialmente ottennero una serie di vittorie sulle impreparate truppe britanniche, ma dal 1758 il governo di Londra intensificò gli sforzi armati nelle colonie spazzando via un forte dopo l’altro e conquistando le principali città francesi. Nel 1763 tutta la Nuova Francia era caduta sotto il controllo “relativo” della Gran Bretagna. Ancora oggi persistono tracce del passaggio francese in terra americana. Oltre alle città che abbiamo citato prima resta una forte identità francofona in Quebec e nel Nuovo Brunswick,entrambe regioni dell’attuale Canada. Ci sono luoghi e cose che devono il proprio nome ai grandi che servirono in queste terre per conto dei sovrani di Francia, ad esempio:

  • Tontitown in Arkansas prende il nome da Enrico Tonti, Italiano al soldo dei Francesi che fu tra i fondatori di Detroit, morto a Mobile in Alabama nel 1704
  • il lago Champlain negli stati del Vermont e di New York prende il nome da Samuel de Champlain che lo scoprì nel 1609
  • la casa automobilistica Cadillac prende il nome dal celebre esploratore Antoine Laumet de La Mothe signore di Cadillac, che fu governatore della Louisiana
Scena tratta dal film

Scena tratta dal film “L’ultimo dei Mohicani”

Progetto WW1: 20 Novembre – 31 Dicembre 1916

Gli ultimi 42 giorni dell’anno 1916 furono sicuramente tra i più intensi di tutto l’intero conflitto, sia sul piano bellico che su quello politico. Il 1917 avrebbe riservato moltissime sorprese che avrebbero pesato non solo sulla storia del conflitto, come ad esempio la Rivoluzione Russa. Ad ogni modo il 21 Novembre 1916 accadde un qualcosa di imprevisto che avrebbe minato definitamente il vacillante Impero Austro-Ungarico: la morte dell’Imperatore Francesco Giuseppe. La forte leadership del sovrano aveva tenuto insieme i brandelli della gloria viennese negli ultimi decenni, nonostante le infinite crisi che si erano susseguite e diverse tragedie famigliari che l’avevano colpito; la figura di Francesco Giuseppe meriterebbe un articolo a parte, che sicuramente prepareremo a breve. La sua morte destabilizzò tutto l’Impero e il successore designato, Carlo d’Asburgo, non sembrava una figura in grado di reggere l’enorme pressione della situazione politica di quei sanguinosi anni. Il nuovo Imperatore avrebbe dato il via a trattati di pace segreti con la Francia e l’Inghilterra, di nascosto dalla Germania, ma con la strenua opposizione dell’Italia; inoltre avrebbe devoluto un’autonomia sempre maggiore alle minoranze etniche in seno all’Impero innescando la miccia finale della sua dissoluzione. Sarebbero stati gli ultimi due anni di una storia iniziata nell’anno 962…

first-world-war-bucharest-romania-german-occupation-1917

1916 – I Tedeschi a Bucarest

L’instabilità viennese giungeva nel momento più inatteso, proprio quando nei Balcani gli Imperi Centrali conseguivano importanti vittorie ai danni dei Rumeni, sconfitti il 3 Dicembre 1916 nella Battaglia di Bucarest. La “piccola Parigi dell’Est” cadde nelle mani nemiche il 6 Dicembre 1916.

Nel frattempo restava problematica la situazione in Grecia, dove i dissensi tra la monarchia e le forze politiche degenerarono in una sorta di guerra civile al seguito di uno sbarco di truppe anglo-francesi ad Atene, avvenuto tra il 1 e il 3 Dicembre 1916. Il monarca Costantino non voleva più ingerenze degli Alleati sul suo territorio al fine di mantenere la massima neutralità nel conflitto, mentre il navigato politico Venizelos caldeggiava un’ingresso nel conflitto ai danni della Bulgaria e dell’Impero Ottomano. Nei disordini di quei giorni le truppe di Francia e Gran Bretagna si reimbarcarono. Ma la resa dei conti all’interno del Regno di Grecia era solo rimandata all’anno successivo.

Sul fronte del Sinai gli Inglesi riuscirono ad occupare posizione strategicamente rilevanti ai danni delle truppe ottomane  grazie alla vittoria nella Battaglia di Magdhaba del 23 Dicembre 1916. Il 1917 sarebbe stato l’anno buono per puntare all’assalto della Palestina.

Sul fronte occidentale il 1916 era stato un anno estremamente sanguinoso per tutti i contendenti, ma chi aveva patito più di tutti era stato l’esercito francese. Nonostante la conclusione della Battaglia di Verdun, il 19 Dicembre 1916 con la riconquista di molte posizione perse a vantaggio dei Tedeschi, c’era molto fermento delle insanguinate armate francesi. il 13 Dicembre 1916 venne destituito il comandante in capo dell’esercito francese Joseph Joffre, giudicato troppo molle nel comando. Al suo posto venne messo Robert Nivelle, che sarebbe diventato tristemente famoso durante le giornate degli ammutinamenti del 1917.

Storie della Bolognina – 3

3 – L’ IMPERATRICE

Fabio era un giovane inesperto e pieno di curiosità quando si trasferì a Bologna per studiare filosofia all’università, prima di allora aveva sempre vissuto con tutta la sua famiglia a Monzuno nella parte appenninica della provincia, ma per questioni di comodità aveva deciso di scendere a vivere in città. La sua famiglia aveva un’impresa edile ben avviata e col tempo avevano acquistato diversi appartamenti tra la città e la provincia, per questo motivo gli fu messo a disposizione un piccolo bilocale in via di Corticella a due passi da Piazza dell’Unità; era una posizione estremamente comoda perché in pochi minuti ci poteva spostare verso il centro sia con i mezzi pubblici che a piedi o in bicicletta, inoltre nelle vicinanze c’erano tutti i servizi indispensabili. Rispetto ad altri quartieri della città la Bolognina aveva una grande pecca: la quasi totale mancanza di locali notturni, dal momento che il quartiere aveva più l’aria del dormitorio che del luogo di intrattenimento sociale, tanto che di sera e nel fine settimana le sue strade erano vuote e scarsamente trafficate. Le principali attrazioni erano rivolte ad un pubblico di pensionati che potevano infatti godere di diversi centri ricreativi in cui giocare a carte e passare le interminabili ore della giornata a parlare dei bei tempi andati. Per una persona abituata ai grandi spazi verdi c’era un’altra grande pecca rilevante dovuta alla scarsa presenza di aree verdi dal momento che non c’erano grandi parchi in cui poter andare a studiare e prendere il sole con la bella stagione e quel poco che c’era era spesso mal frequentato. Fabio nutriva una forte avversità per la parte del quartiere più vicina alla stazione perché comprendeva una serie infinita di case popolari e l’aria di disagio che vi si respirava non lo allettava molto, inoltre la presenza di spacciatori e male intenzionati non ne rendeva consigliabile l’attraversamento serale.

Si accorse subito che la zona in cui abitava lui era densamente popolata e gestita dalla comunità cinese, definirla Chinatown era un eufemismo. Il primo impatto con quella zona rendeva evidente che le stime del comune sul numero di Cinesi presenti in città dovevano essere completamente sballate e che il giro di immigrazione clandestina doveva essere qualcosa di sbalorditivo, così come il giro di denaro che generava. Le diverse migliaia di Cinesi più o meno nascosti erano divisi per stato sociale e per settori di produzione, come se il quartiere fosse una riproduzione in miniatura dell’intera società cinese. Fabio rimase sconvolto dal numero impressionante di ristoranti cinesi presenti nella sola via Ferrarese e cominciò a domandarsi come potessero sopravvivere così vicini gli uni agli altri; la stessa domanda valeva per i bar e per i negozi di alimentari e di oggettistica. Come era possibile che loro riuscissero a prosperare anche in tempi economici tutt’altro che esaltanti? Di certo comprendeva lo sviluppo del settore dell’abbigliamento dove i Cinesi erano in grado di fornire a prezzi stracciati capi di abbigliamento di qualità certamente inferiore, ma nonostante tutto resistenti.

Il bilocale in cui era andato a vivere era al primo piano di una palazzina abitata quasi esclusivamente da stranieri in affitto, la maggior parte dei quali provenienti dall’est Europa. Di fronte al palazzo c’era un classico esempio di proliferazione cinese. Uno accanto all’altro si trovavano un negozio di alimentari, un bar ed una bottega di barbiere gestite da un’unica famiglia. Nei primi mesi di permanenza nel quartiere Fabio non ebbe modo di interagire con le persone che aveva intorno, essendo molto preso dalla sua nuova vita di universitario che lo portava ad essere più spesso in via Zamboni che in via di Corticella e questo anche di sera. Anche quando doveva studiare si soffermava più volentieri in centro, anche perché sotto le sue finestre durante la settimana il traffico era incessante.

Nonostante questa scarsa presenza in casa ogni tanto si affacciava alla finestra della cucina e si metteva ad osservare un ragazzo cinese che faceva costantemente la spola tra la vicina via Cignani, dove c’era il magazzino delle merci, ed il negozio di alimentari; quel ragazzo iniziava a spostare la merce con un carrellino verso le otto del mattino e non si fermava mai prima delle otto di sera, sembrava addirittura che non facesse la pausa pranzo, ogni tanto si concedeva una sigaretta senza neppure fermarsi a gustarla. Ad occhio e croce doveva essere un coetaneo di Fabio ed era straordinario vedere la dedizione che metteva in quel semplice atto lavorativo così monotono e continuato.

marseille-tarot-grimaud-paul-marteau-03Un’altra persona che notò quasi subito fu una ragazza cinese più alta delle altre, dal fisico asciutto e dai lineamenti aggraziati, aveva dei lunghi capelli neri che teneva sempre raccolti e lavorava anche lei nel negozio di alimentari, rispetto alle altre persone sembrava avere un portamento più signorile e un atteggiamento molto deciso. Fabio si fermava sempre a fissarla quando la incrociava per caso o quando dalla finestra si accorgeva che lei stava uscendo dal negozio, scherzosamente la chiamava “gioiello d’oriente” in memoria di un personaggio conturbante del film “L’ Ultimo Imperatore” di Bertolucci. Era più un gioco della sua fantasia piuttosto che un reale interessamento nei confronti di quella ragazza, tanto era consapevole che la comunità cinese era da sempre molto chiusa in se stessa, limitando al minimo le sue interazione con l’esterno, era improbabile riuscire a fermare una ragazza cinese e riuscire a strapparle un appuntamento.

Le altre riflessioni di Fabio erano meramente commerciali e riguardavano soprattutto il bar dal momento che partendo da Piazza dell’unità ed arrivando all’Ippodromo si potevano contare almeno sette attività analoghe e quello di fronte a casa sua era sempre il bar più vuoto, non si spiegava come potesse tirare avanti un esercizio commerciale sempre sprovvisto di clienti; era evidente che gli Italiano preferissero andare in locali gestiti da connazionali, ma in quello ci andavano difficilmente anche i Cinesi. La bottega del barbiere invece andava a gonfie vele perché aveva sbaragliato la concorrenza italiana nella strada proponendo prezzi altamente competitivi uniti ad un servizio di qualità, tutte le signore della zona facevano un gran parlare della bravura dei ragazzi cinesi che vi lavoravano. Il negozio di alimentari era di piccole dimensioni, ma il via vai di furgoni che caricavano casse di alimenti era incessante, Fabio cominciò ad ipotizzare che fosse il principale fornitore dei ristoranti cinesi della città.

Col passare del tempo Fabio si rese conto che vivendo in un quartiere come la Bolognina era inevitabile avere dei contatti con le culture straniere e più osservava i Cinesi più si rendeva conto della grande complessità che si nascondeva dietro quell’apparente velo di diffidenza. Una mattina prima di andare in facoltà decise di andare a prendere un caffè nel bar cinese di fronte a casa sua. Entrò in quel posto con aria estremamente tranquilla e per alcuni interminabili secondi si guardò intorno come un bambino che per la prima volta esplorava il mondo. Sembrava un comunissimo bar, le uniche differenze erano la miriade di piccoli oggetti ed arredi tipicamente orientali, in fondo al bar c’era una saletta con delle macchinette da video poker dove due uomini stavano giocando in silenzio, mentre su una parete c’era un grande schermo piatto che trasmetteva programmi in lingua cinese. Il barista era un uomo di mezza età che si rivelò da subito molto cordiale e disponibile a chiacchierare e Fabio ne approfittò per dare finalmente alcune risposte a domande covate per mesi dietro le finestre delle sua cucina.

Gli raccontò che lui e la sua famiglia erano arrivati dalla Cina quattro anni prima per raggiungere dei parenti che gestivano diversi ristoranti in città, venivano tutti da un posto vicino a Shanghai e dal loro paese di origine si erano portati dietro i fondi per aprire delle attività commerciali, lui e sua moglie gestivano anche altri esercizi commerciali all’interno della Bolognina. Erano una famiglia agiata e nonostante questo lavoravano ogni giorno per migliorare ulteriormente la loro condizione economica. Gli raccontò che la bottega del barbiere l’aveva voluta aprire suo figlio e che in effetti si era dimostrata un’idea vincente nonostante l’iniziale scetticismo del vicinato, mentre il negozio di alimentari era gestito da sua figlia. Fu così che Fabio scoprì l’identità della ragazza cinese che aveva osservato così a lungo.

Nelle settimane successive Fabio tornò spesso in quel bar ed instaurò un buon rapporto col proprietario cinese tanto che ben presto iniziò anche a recarsi dal figlio di questi per tagliarsi i capelli. Un giorno che era al bar entrò proprio la figlia del proprietario e rimase per alcuni minuti a parlare col padre in idioma incomprensibile, alla fine per pura cortesia il gestore presentò a Fabio sua figlia e lo invitò ad andare prima o poi a comprare del cibo nel suo negozio.

La ragazza si chiamava Xiaozhi, un nome cinese che significava “piccolo iris” e non era certo tra i più comuni che si sentivano in Bolognina. Fabio aveva sempre sentito dire che l’antica arte cinese dei nomi era strabiliante, sembrava infatti che possedessero la capacità di guardare un bambino appena nato e di indicare tramite il suo nome le caratteristiche fondamentali che lo avrebbero seguito per il resto della sua via, come se si trattasse di una sorta di benedizione. Agli occhi di un occidentale poteva sembrare assurdo, ma la corrispondenza tra nome e carattere il più delle volte era precisa. Fabio pensava che fosse uno di quei misteri del mondo orientale che nessuno sarebbe mai stato in grado di spiegare del tutto, non tanto per una innata incapacità quanto per la quasi totale dimenticanza delle arti magiche della divinazione da parte occidentale.

005-the-last-emperor-theredlist

Iniziando a frequentare il negozio di alimentari e cercando di prendere un minimo di confidenza con quella ragazza, Fabio si accorse che effettivamente era diversa dalle altre persone. Innanzi tutto aveva un corporatura perfetta e delle movenze eleganti, mentre la maggior parte dei cinesi che vedeva gli davano l’idea di essere un po’ sgraziati. Era certamente una grande lavoratrice perché passava la maggior parte del suo tempo a gestire il negozio in tutti i suoi aspetti, ai suoi ordini c’erano solo degli uomini e questo le dava ancor di più l’aspetto di una antica imperatrice cinese, mentre persone come il ragazzo che trasportava le casse di cibo andavano assumendo l’aria di eunuchi della Città Proibita. Per Fabio era impossibile capire le parole che Xiaozhi scambiava con gli altri Cinesi, ma avvertiva il cambio di tono tra quando parlava con dei clienti a quando parlava con dei suoi subalterni.

Oltre alla moltitudine di clienti che affluivano con costanza nel negozio arrivavano spesso anche delle donne a scambiare delle semplici chiacchiere con Xiaozhi, dando più l’aria di essere lì a confidarsi piuttosto che a comprare dei prodotti. Incuriosito da questo strano fenomeno Fabio si recò dal padre della ragazza a chiedere delucidazioni e tra una grappa di rose e l’altra venne a sapere che la giovane nel suo paese di origine era laureata in medicina tradizionale e le donne che si recavano da lei lo facevano per chiedere alcuni consigli riguardanti la salute dei loro cari; chiaramente quel titolo di studio non poteva avere alcuna valenza in Italia e Xiaozhi si limitava ad esercitare la sua professione di nascosto, come del resto accadeva anche nella maggior parte delle erboristerie.   Il mondo cinese che Fabio andava scoprendo era molto variegato ed ogni giorno imparava nuove usanze e modi di comportarsi tipici della comunità cinese.

Il suo interesse per la bellissima Xiaozhi era ormai puramente didattico, aveva scoperto quasi da subito che la ragazza era già promessa in matrimonio ad un giovane medico cinese figlio di un’altra famiglia benestante di Chinatown e questo matrimonio era stato deciso già da molti anni, lo stesso fatto che lei fosse diventata un medico era stato deciso dai suoi genitori appena era nata: era un modo di concepire la vita totalmente diverso da quello occidentale degli ultimi secoli.

La cosa che ammirava di più di quella comunità era la loro capacità di concentrarsi sia totalmente sul lavoro sia totalmente nella gestione della famiglia e della casa. Ogni famiglia cinese era un grande nucleo nel quale convivevano diverse generazioni e tutti si aiutavano con tutti, la stessa gestione degli anziani veniva fatta internamente, senza il bisogno di badanti esterne o di qualche ausilio statale, bensì erano i più giovani ad occuparsi di loro e lo facevano senza sforzo e con gioia. Il padre di Xiaozhi però ripeteva spesso di aver notato un cambiamento nelle nuove generazioni di Cinesi, i ragazzini nati Italia sembravano più suscettibili al labile fascino della vita occidentale che da molti punti di vista dava la parvenza di essere più agiata; molti iniziavano ad essere preda delle mode e tentavano di condurre uno stile di vita più materialista che spirituale.

264660_236687093026632_2163850_n

Chinatown: Via Ferrarese angolo Via Arnaud

La vita di Fabio in Bolognina al contatto coi Cinesi fu altamente proficua tanto che alla fine del percorso di laurea triennale si iscrisse ad una specializzazione di filosofie orientali e data la sua esperienza sul campo fece molta strada, ma questa è un’altra storia e forse la racconteremo un altro giorno.

Progetto WW1: 13 Ottobre – 19 Novembre 1916 – Somme ultimo atto

Tra la fine dell’Ottobre e il mese di Novembre 1916 la situazione sul fronte occidentale cominciò ad assumere un aspetto meno tetro per le potenze Alleate. Un primo duro colpo alle aspettative tedesche arrivò dalla riconquista di Fort Douaumont (caduto il 25 Febbraio 1916) il 24 ottobre 1916, da parte di soldati marocchini inquadrati nell’esercito francese come truppe coloniali. Il 2 Novembre 1916 un altro forte tornò in mano ai Francesi: Fort Vaux.

Nel frattempo gli Inglesi si preparavano a sferrare l’ennesima offensiva nella zona della Somme, che poi sarebbe passata alla storia come l’ultima battaglia decisiva della serie di scontri iniziati il 1 Luglio 1916. Il culmine fu la Battaglia di Ancre, combattuta dal 13 al 18 Novembre 1916. L’intera operazione, durata cinque mesi risultò un importante successo strategico per gli Alleati, che avevano in questo modo allentato la pressione tedesca su Verdun. Nei fatti si trattò di una delle più sanguinose operazioni di tutta la storia bellica mondiale… basti pensare che nei lunghi mesi di scontri si ebbero più di 630.000 perdite per parte, per un totale di oltre 1.200.000 uomini morti, feriti e/o dispersi. Secondo le stime degli storici ogni centimetro di terreno conquistato durante gli scontri costò la vita ad un soldato.

A German photograph featuring scene after the battle at Ancre on the Somme during World War One, circa 1917. (Photo by Popperfoto/Getty Images)

Nel frattempo sul fronte rumeno si consumò la seconda, decisiva, Battaglia di Cobadin tra il 19 e il 25 Ottobre 1916. Questa volta le truppe di Bucarest, aiutate dai Russi, non riuscirono a reggere l’urto degli Imperi Centrali. La città di Costanza cadde in mano nemica e così anche la fondamentale ferrovia che viaggiava verso l’interno della Dobrugia. Ora la minaccia al delta del Danubio diventava pressante. Quanto a lungo avrebbe retto la Romania contro la potenza spropositata dei suoi avversari?

Nel frattempo sul fronte italiano si consumava la Nona Battaglia dell’Isonzo, la quale si risolse in un velleitario avanzamento di 5 Km in 5 giorni di battaglia, dal 31 Ottobre al 4 Novembre 1916.