Viaggiare con la mente 30

CINA

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Combattenti: Hideki Tōjō

Quando nel 1945 gli Alleati, dopo l’utilizzo delle bombe atomiche, ottennero la resa incondizionata del Giappone e la fine della Seconda Guerra Mondiale sorse un enorme problema politico: come gestire il potere nella nazione appena sconfitta? Le potenze dell’Asse sul suolo europeo da questo punto di vista erano di più semplice gestione. La Germania era stata rasa al suolo e andava realizzandosi una divisione est-ovest già approvata dai vertici Alleati nel 1944, a livello politico ci si poteva affidare alla classe politica moderata che era rimasta silenziosa all’ombra di Hitler, il Processo di Norimberga avrebbe permesso di attribuire le colpe della guerra e delle stragi ai Nazisti cominciando a ripulire l’immagine internazionale del popolo tedesco, che da popolo oppressore assumeva la maschera di popolo oppresso. L’Italia aveva fatto anche di meglio, a metà conflitto si era spostata goffamente dalla parte del futuro vincitore perdendo la faccia a livello di credibilità internazionale, ma evitando alla maggior parte dei suoi vertici di subire processi per gli eventuali crimini commessi durante il conflitto… nessun generale venne processato ad esempio per i crimini in Jugoslavia… l’Italia restava un fantoccio in mano agli Alleati, un cane ubbidiente e prono ai voleri del padrone. E il Giappone? Il Giappone era un problema: era una nazione governata da un Imperatore-Dio venerato e amato dalla popolazione e solo il suo diretto intervento, mediante una registrazione vocale trasmessa via radio, aveva convinto i Giapponesi ad accettare la fine delle ostilità. Il Giappone era stremato dalla guerra e dalle bombe atomiche, ma ad un cenno del proprio imperatore sarebbe stato pronto ad immolarsi in un estremo sacrificio per respingere la marea yankee. Come si poteva gestire un paese del genere? E soprattutto come si potevano processare i suoi vertici sull’esempio di Norimberga?

La soluzione giunse dopo settimane di sofferte riflessioni. L’Imperatore era improcessabile. Metterlo alla sbarra (e peggio ancora condannarlo) avrebbe portato alla rivolta l’intero paese. Per lui venne scelta una pena diversa: avrebbe dovuto dichiarare pubblicamente la sua natura umana, rinunciando per sempre alla prerogativa divina del suo potere. L’Imperatore diventava un uomo normale (almeno nell’immagine pubblica, discorso diverso per il sentito comune del popolo giapponese). Umanizzato l’Imperatore bisognava trovare i colpevoli, ossia coloro che l’avevano costretto a sbagliare, coloro che l’avevano obbligato a lanciarsi in una sanguinosa guerra… i responsabili… o quanto meno coloro che si sarebbero assunti tutte le colpe, anche quelle del loro Imperatore. Se Norimberga si sarebbe rivelata un immenso scaricabarile tra gerarchi tedeschi, il processo di Tokyo al contrario avrebbe visto schiere di ufficiali nipponici prendersi colpe anche non loro.

Hideki Tōjō fu una figura di spicco del tumultuoso ventennio che va dal 1928 al 1948. Figlio di un militare entrò giovanissimo nell’esercito e con i primi incarichi rilevanti cominciò ad interessarsi attivamente alla politica del proprio paese. Ricoprì incarichi al ministero della guerra sino ad ottenere di essere destinato all’armata più importante di tutto l’Impero Giapponese: l’Armata del Kwantung in Manciuria. Qui venne posto a capo del Kempeitai (la polizia militare), forgiando ulteriormente il suo orientamento politico fascista e nazionalista. In quegli anni in Giappone si contrapponevano due fazioni militari: la Kōdōha, che prefigurava un ritorno al Giappone pre-industriale lontano dalle influenze culturali occidentali, e la Tōseiha, più aperta alle innovazioni provenienti dal mondo esterno. Nel 1936 la Kōdōha fallì un tentativo di colpo di stato e venne quasi completamente epurata e Tōjō, da buon esponente del Tōseiha ottenne qualche mese dopo il ruolo di Capo di Stato Maggiore dell’Armata del Kwantung (la carica più ambita di tutto l’esercito nipponico). Sotto il suo comando si riaprirono le ostilità contro la Cina che sfociarono nella Seconda guerra sino-giapponese. In quegli anni si rese protagonista di un’accesa polemica diplomatica con il governo di Berlino per aver concesso aiuto a molti rifugiati ebrei. Nel 1938 venne richiamato a Tokyo per diventare Vice-ministro dell’esercito: fu l’inizio della sua carriera politica.

12b339ac48Nel 1940 divenne Ministro dell’esercito, rafforzando l’espansionismo ai danni della Cina e sostenendo attivamente la formazione di un patto con la Germania e con l’Italia. La Seconda Guerra Mondiale stava facendo il suo corso e la sconfitta iniziale della Francia aveva permesso ai Giapponesi di poter occupare le basi in Indocina con l’avvallo del governo francese di Vichy. Ma gli Stati Uniti non erano intenzionati a lasciare l’intera area in mano ai Giapponesi e cominciarono a rafforzare la loro presenza nelle Filippine e nel Pacifico, arrivando infine ad imporre un embargo totale al Giappone sulle esportazioni di petrolio e gasolio (Agosto 1941). Il risultato non poteva che essere uno scontro diretto tra le due nazioni. Furono mesi di incessanti e drammatiche riunioni politiche in seno al governo giapponese. La complessità della situazione portò alle dimissioni il Primo Ministro Konoe, orientato ad una improbabile soluzione pacifica, e nel vuoto di potere creatosi Tōjō sembrò la scelta migliore per tutti. Era la fine di Ottobre del 1941 e per i successivi due mesi si intensificarono i preparativi per la guerra contro gli Stati Uniti, sotto l’attenta egida dell’Imperatore Hiroito. Scoppiò la guerra e dagli iniziali successi si passò poi alle rovinose sconfitte. Alla fine il 18 Luglio 1944 Tōjō dovette dimettersi… pochi giorni dopo la caduta di Saipan. Nel corso di tre anni di governo aveva assunto la carica di diversi ministeri cercando di barcamenarsi nella difficile gestione di un paese in guerra, ma rendendosi anche responsabile di alcuni provvedimenti in termini di eugenetica, come la sterilizzazione dei malati di mente (in voga in Svezia sino al 1976…).

Dopo la resa del Giappone divenne uno degli imputati ideali nel processo di condanna-salvificazione da operare nei confronti del Giappone. Tentò anche di suicidarsi prima di essere catturato, ma il suo tentativo non andò a buon fine e venne quindi catturato, curato, processato, incolpato e giustiziato.

Fece piena assunzione di tutte le colpe di cui venne accusato, liberando completamente la figura dell’Imperatore da ogni possibile accusa: « È naturale che io mi debba assumere la responsabilità della guerra in generale ed è inutile dire che sono preparato a questo. Di conseguenza, ora che la guerra è stata perduta, è presumibilmente necessario che io sia giudicato per assicurare al mondo la pace. Ad ogni modo, con rispetto per il mio processo, è mia intenzione parlare francamente, secondo la mia inclinazione, pur davanti ai vincitori, che hanno su di me potere di vita e di morte, e che io devo accettare. Io intendo attribuire la giusta attenzione alle mie azioni e dare il vero al vero ed il falso al falso. »

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Film: Un anno vissuto pericolosamente (1982, Peter Weir)

Quando pensiamo al processo di de-colonizzazione successivo alla Seconda Guerra Mondiale in genere il nostro immaginario ci porta a confrontarci con i paesi dell’Africa e con le loro vicende storiche. Questo probabilmente per la (relativa) vicinanza geografica che li rende più analizzati e più trattati rispetto ai paesi dell’Asia e dell’Oceania. Certo tutti conosciamo il processo dell’indipendenza dell’India mediata in parte da Gandhi, ma poi siamo in grado di fare pochi altri nomi che al pari suo hanno contribuito a questo processo… e quanti sanno poi come si è originato il Pakistan e qualche anno dopo il Bangladesh? Allo stesso modo tutti hanno sentito parlare del Vietnam a causa della grande guerra che coinvolse gli Americani, ma pochi ricordano la guerra d’Indocina combattuta dai Francesi dieci anni prima quando erano ancora i padroni coloniali dell’area. Ci sono poi nazioni delle quali ogni tanto sentiamo dire qualcosa in televisione, ma solo quando avviene una tragedia di qualche tipo: Birmania, Malesia, Indonesia e Filippine… solo per citarne alcune.

Indonesia. Un paese da 255 milioni di abitanti, il quarto in classica per numero di abitanti. Costituito da più di 17.000 isole distribuite tra Asia ed Oceania. Conosciuta dal 1602 al 1949 come Indie Orientali Olandesi. Durante la Seconda Guerra Mondiale venne occupato militarmente dal Giappone e, come in tutte le colonie europee dell’area, le autorità del Sol Levante finanziarono i movimenti indipendentisti anti-europei. L’idea imperiale del Giappone era quella di creare una grande area asiatica di paesi formalmente indipendenti, ma sotto il suo stretto controllo, lontani dalle mire economiche degli Europei che per troppi secoli avevano spadroneggiato in quell’area. A capo di un primo governo provvisorio i Giapponesi misero l’indipendentista Sukarno. Dopo la sconfitta giapponese l’Indonesia si dichiarò indipendente il 17 Agosto 1945, ma ci vollero più di quattro anni di guerra per ottenere la reale indipendenza dall’Olanda. Dopo l’indipendenza il paese finì nel vortice della Guerra Fredda, sballottato tra gli interessi della Nato e quelli dei Comunisti. E il presidente Sukarno sembrava essere un bravo equilibrista in questo sanguinoso gioco delle grandi potenze.

year_of_living_dangerously_the_1983_685x385Siamo nel 1965 e qui inizia il nostro film. Un  giornalista australiano (interpretato da un giovanissimo Mel Gibson) arriva a Giacarta in sostituzione di un collega. Per lui si tratta di una grandissima occasione per fare carriera in quello che in quel momento è il “teatro asiatico più caldo”, mentre i problemi di Saigon sembrano ancora lontani dall’esplodere. Il mondo con cui entra in contatto è fatto di enormi contraddizioni: da un lato c’è l’enorme povertà della popolazione e dall’altro ci sono gli uomini di stato venerati quasi come divinità per la loro capacità di tenere lontani gli occidentali rapaci ormai rappresentati dagli Inglesi e dagli Americani. Il paese è comunque in fermento a causa delle manovre del partito comunista che va riscuotendo un successo crescente e che sembra mirare ad un colpo di stato in chiave anti-occidentale. Sukarno traballa, ma sembra sicuro di se. Il giovane giornalista conosce un fotografo ben inserito nel mondo indonesiano e che lo aiuterà a realizzare molti servizi di successo, questo piccolo uomo (interpretato dall’attrice Linda Hunt, che per questa parte vinse il Premio Oscar) per metà australiano e per metà cinese vive tutte le contraddizioni di un mondo a metà tra le tradizioni asiatiche e sentimenti tipicamente occidentali. Tra i due collaboratori nascerà un contrasto dovuto all’ambizione del primo destinata a scontrarsi con la disperata poetica sofferente del secondo. Il tutto nella Giacarta degli ultimi mesi di governo di Sukarno…. destinato ad essere destituito da un colpo di stato finanziato dalla CIA col quale salirà al potere Suharto. Nell’umido e disperato panorama indonesiano ci sarà posto anche per una sofferta storia d’amore tra il giornalista australiano e una dipendente dell’ambasciata britannica (interpretata da Sigourney Weaver), ma anche questo rapporto rischierà di essere minato dall’ambizione di lui.

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Il tradimento della fiducia degli amici e dell’amata da parte del giornalista (che pur riuscirà a riscattarsi) procederà in parallelo col tradimento della fiducia del suo popolo affamato da parte di Sukarno (che invece non riuscirà a salvare il suo ruolo di potere).

Progetto WW1: 27 Gennaio 1916 – 20 Febbraio 1916

La continua pressione sull’Impero Ottomano nei premi mesi del 1916 ebbe il culmine soprattutto nella zona di attacco delle forze dello Zar di Russia: il Caucaso e di rimando l’Anatolia Orientale. Mentre in tutti gli altri settori i Turchi resistevano e talvolta ricacciavano gli Alleati, in quell’angolo di Asia le problematiche da affrontare erano innumerevoli. La Campagna di Trebisonda cominciata il 5 Febbraio 1916 (e terminata il 15 Aprile dello stesso anno) fu una devastante sinergia di sbarchi e manovre di terra che misero in ginocchio le difese del Sultano.

Sul fronte occidentale intanto la Gran Bretagna il 27 Gennaio 1916 introdusse per la prima volta la coscrizione obbligatoria per gli uomini tra i 18 e i 41 anni (nel 1918 questa età sarebbe salita ai 51 anni), questo per far fronte alla continua carneficina a cui erano state sottoposte le truppe di Sua Maestà nel 1915.

Nelle colonie il 18 Febbraio 1916 le poche truppe tedesche rimaste si arresero nel Camerun. La Germania aveva ormai perso ogni possedimento coloniale.

Progetto WW1: 10 – 26 Gennaio 1916

A metà Gennaio 1916 il fronte occidentale era ancora assopito in una paradossale calma, mentre le grandi battaglie si svolgevano sul fronte dei Balcani nelle terre di Francia si stavano facendo i preparativi per le offensive primaverili. Il 1916 sarebbe stato un anno tremendo sul fronte occidentale, ma in quei freddi giorni di Gennaio ancora nessuno poteva immaginarlo.

Ad oriente l’Impero Ottomano contrastava con successo gli Inglesi, mantenendo in scacco l’esercito di Sua Maestà nell’assedio di Al-Kut (già citato in ). Ogni tentativo di soccorre e/o disimpegnare tale posizione andò incontro ad un fallimento, come ad esempio la Battaglia di Wadi del 13 Gennaio 1916 e la Battaglia di Hanna del 21 Gennaio 1916… oltre 4.000 morti per i Britannici e nulla di fatto.

Se il Sultano poteva sorridere in Mesopotamia altrettanto non si poteva dire nel Caucaso e nell’Anatolia Orientale dove le truppe russe diedero vita alla vittoriosa Offensiva di Erzurum il 10 Gennaio 1916; conclusasi il mese dopo con la conquista dell’importante cittadina ottomana. In questo caso la netta impreparazione dell’esercito del Sultano fu determinante. Del resto le truppe migliori erano ancora di stanza a Gallipoli.

Un trieste epilogo lo ebbe anche l’avventura bellica del piccolo Regno del Montenegro che il 19 Gennaio 1916 fu costretto ad arrendersi in quanto completamente occupato dalle truppe di Vienna.