Spunti senza commento: n° 66

Ci sono due casi in cui l’uomo non deve speculare in borsa: quando non ha i soldi e quando i soldi li ha.

(Twain M.)

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Nazioni: Honduras

Tegucigalpa! Riuscite a ripeterlo tre volte di seguito senza impappinarvi? Io neppure una volta sola ad essere sinceri. Questa città dal nome così esotico si trova nel bel mezzo dell’America Centrale ed è la capitale dello stato del Honduras. Il nome di questa città è di chiara derivazione indigena e pare voglia dire “colline d’argento”, anche se vi è un ampio dibattito su questa definizione dal momento che gli abitanti della zona non conoscevano la reale ricchezza del sito, furono gli Spagnoli ad accorgersene e ad approfittarne. La città venne fondata il 29 Settembre del 1578, praticante 436 anni fa, da dei coloni iberici, ma vi era già presente un insediamento indigeno. Storicamente l’Honduras è la patria originaria del popolo Maya, spostatosi poi più a nord in Messico e Guatemala! Venne esplorata sia da Colombo che da Vespucci. Ad ogni modo gli Spagnoli ne presero completo possesso nel 1537 e il loro dominio sulla regione durò sino al 1821.

La storia del ‘900 di paesi come questo è costellata da un susseguirsi di dittature, colpi di stato ed ingerenze statunitensi. L’influenza delle multinazionali della frutta sul piccolo paese e sui suoi politici raggiunse il picco nel 1974 quando venne coniato per la prima volta l’espressione “repubblica delle banane” proprio per riferirsi al piccolo stato. Nel 1982 la situazione politica del paese prese lentamente la strada della pacificazione e della democrazia, anche se nel 2009 ci fu un colpo di stato che per quattro mesi riportò il paese nel caos.

Nel piccolo stato la popolazione è prevalentemente di origine meticcia (90%), ma non mancano gli immigrati asiatici soprattutto cinesi (ormai sono ovunque) e diverse famiglie palestinesi di religione cristiana attive nell’imprenditoria e denominate “turcos” in tono evidentemente dispregiativo.

Tegucigalpa-15

Purtroppo questo piccolo paese è considerato uno dei più pericolosi di tutta l’area centro-americana, con uno dei tassi d’omicidio volontario più alto del mondo. E di certo la sua economia non aiuta a migliorare la qualità della vita della popolazione dal momento che si tratta quasi principalmente di piantagioni in mano a multinazionali straniere. Non vengono neppure sfruttate le risorse del sottosuolo e la corruzione è una piaga evidente nel sistema del Honduras. Chiaramente buona parte delle importazione e delle esportazioni sono targate Stati Uniti.

Un altro paese povero che stenta a trovare la sua prosperità. Com’è che gli sfruttatori sono sempre gli stessi?

Tomba Maya

Tomba Maya

Storie brevi: IG Farben

Nel 1925 alcune ditte tedesche specializzate in tinture decisero di unirsi per creare una grande multinazionale; la Germania era reduce dalla sconfitta della Prima Guerra Mondiale e l’economia del paese era disastrata a causa dei debiti di guerra e da un’inflazione galoppante, il partito Nazional-Socialista non era ancora potente come all’inizio del decennio successivo, ma il malcontento della popolazione era già pronto a spianargli la strada. Ma torniamo alla nostra multinazionale! Bisogna pensare che prima dello scoppio della Grande Guerra le industrie di tinture tedesche detenevano il monopolio del mercato mondiale e che conseguentemente al conflitto ed alla sconfitta questo patrimonio andò completamente in malora: da qui l’idea di fondere più aziende in un unico grande conglomerato col nome di IG Farben (farben in tedesco vuol dire vernice). Ben presto questa multinazionale cominciò ad occuparsi non solo di vernici, ma anche di chimica diventando nel decennio successivo una dei principali marchi dell’industria del Terzo Reich di Hitler.

Tra le fondatrici della IG Farben possiamo ricordare: Bayer, Agfa, Hoechst e BASF.

Questa multinazionale strinse strettissimi rapporti con altri colossi mondiali, tra i quali vale la pena ricordare la Standard Oil e la DuPont, collaborò con queste ditta sino all’entrata in guerra degli Stati Uniti, anche se alcuni sostengono che i rapporti proseguirono anche durante le fasi belliche. Ma cosa faceva esattamente la IG Farben? Come multinazionale chimica sperimentava diverse tipologie di prodotto a partire dalle medicine sino ad arrivare alle armi chimiche, come molte altre industrie che avevano necessità di sperimentare poté usufruire del materiale umano dei campi di concentramento tedeschi. Fu anche la ditta produttrice del gas Zyklon-B utilizzato nelle camere a gas, un agente tossico sviluppato negli anni ’20 dal chimico ebreo Fritz Haber proprio alle dipendenze della IG Farben. La ditta inventò anche il gas nervino e il metadone!

Ci sono però alcuni fatti riguardanti questa multinazionale che non possono lasciare indifferenti coloro che si interessano di storia. La IG Farben aveva diversi siti e fabbriche e costruì la più grande fabbrica chimica dell’epoca proprio accanto al lager di Auschwitz dove producevano petrolio sintetico e gomma impiegando sino ad 83.000 deportati. Secondo un ex agente americano dell’antitrust attivo proprio durante gli anni della guerra, Joseph Borkin, sembra che il colosso tedesco avesse stretto legami con i vertici militari americani tramite gli stretti rapporti con la Standard Oil e la DuPont… in sostanza lo stato maggiore americano era perfettamente al corrente di quello che faceva la IG Farben, ma non solo… aspettava con ansia i risultati dei nuovi prodotti sperimentati! Tutti sappiamo come gli Alleati rasero al suolo la quasi totalità delle infrastrutture industriali (e non solo) tedesche durante i bombardamenti, casualmente il 93% delle fabbriche della IG Farben rimase illesa!

Dopo la guerra i dirigenti della multinazionale vennero processati a Norimberga per crimini contro l’umanità, ma ricevettero pene molto lievi che tra l’altro non scontarono nemmeno uscendo tutti dal carcere nel 1952, grazie alla mediazione dell’ex ministro delle finanze di Hitler, il geniale Hjalmar Schacht. Che fine fecero? Vennero tutti reinseriti in posti di potere nell’economia della Germania Ovest. La multinazionale si sciolse ufficialmente proprio nel 1952 e le quattro ditte principali citate all’inizio acquistarono quelle minori. Di fatto dopo il conflitto la IG Farben collaborò con gli Americani alla creazioni di armi chimiche in Missouri in uno stabilimento dove lavoravano molti chimici tedeschi mai diventati criminali di guerra.

Formalmente la IG Farben è esistita a causa di cavilli legali e di cause con gli ex deportati sino al 2003. E sino ad allora è rimasta quotata alla borsa di Francoforte.

Da segnalare che nel 1967 la Monsanto e la IG Farben entrarono in una join venture…

Riflessioni: l’arte ai tempi della Cina

Benvenuti nel nuovo mondo globalizzato, questo avrebbero dovuto scrivere all’ingresso dei vari padiglioni della Biennale di Venezia di quest’anno. Girando per la città ci si imbatte nei padiglioni nazionali, dove mi sarei aspettato di vedere all’opera gli artisti più rappresentativi di ogni singola nazione (se no perchè dividerli in base agli stati?). Il mio ragionamento era il seguente: se entro nel padiglione della Germania mi aspetto di vedere le opere di autori tedeschi, o quanto meno di autori nati in Germania… al limite poteva andare bene. Ma no! Tutto stravolto. La cosa più tedesca del padiglione germanico erano gli sponsor. Ma come? E girando di padiglione in padiglione mi sono reso conto di alcune cose.

Che senso ha dividere i padiglioni per nazione se poi al loro interno c’è un mix di nazioni differenti? A quanto pare il mondo è in evoluzione (o involuzione), le cose cambiano, la gente gira (o viene costretta a girare), le culture si mischiano e si vanno cancellando progressivamente i tratti identitari di ogni popolo. Quindi che cosa mi rimane di un padiglione nazionale? Cosa mi rappresenta? Il nuovo che avanza? La cultura globalizzata?

La cosa che appare più evidente è che servono gli sponsor giusti per partecipare. Quindi tutto si riconduce sempre al vile denaro. Dove sta l’arte? Il mecenatismo del 2000 puzza un pò troppo di corsa al profitto, non ha quel tocco romantico ed eccentrico che poteva avere sino ai primi anni del ‘900. Dimenticate quello che sapete sull’arte. Sponsor… chi mai avrà i migliori sponsor al giorno d’oggi? I Cinesi senza ombra di dubbio. Cinesi ovunque, in tantissimi padiglioni erano presenti artisti con gli occhi a mandorla pronti a far rotolare in occidente la loro capacità creativa. La biennale cinese avrebbero dovuta chiamarla. Alcuni resistono. Il padiglione della Russia per esempio era una fiera trincea di santa-madre-russia senza se e senza ma. Un popolo fiero di se stesso e poco disposto a rinunciare alla propria identità culturale.

L’arte ai tempi della Cina è un’arte del nuovo mondo. Al centro c’è l’individuo, eretto a grande protagonista smarrito della modernità. L’uomo è diventato un singolo, diviso in categorie sociali sempre più fitte, distinto in una serie di minoranze sempre più minorate, auto referenziate e nevrotiche. L’uomo è solo. Ancora una volta crede di essere al centro dell’universo e si intestardisce a riproporre la propria immagine come una scimmietta davanti ad uno specchio, si guarda e si compiace di quello che vede, ma nel suo dialogare con se stesso in realtà si riscopre solitario… e vuoto di contenuti.

Arte concettuale.

L’apoteosi dell’inutilità da Warhol in poi. Ogni singola boiata può diventare arte, ogni sputo su un muro può racchiudere un concetto. Cosa avrà voluto dire l’artista? L’artista… ecco la vera inflazione del 2000, l’inflazione degli artisti. Ogni tre passi ci si inciampa in novelli artisti, grandi scrittori in erba, futuri fotografi da operetta e musicisti sperimentali da Barcellona-Berlino. L’apoteosi del trionfo del nulla in classico stile Yoko Ono. Ribrezzo.

Pessimismo e fastidio.

E poi capisci che in fondo quello che conta è il denaro e il parere di qualche critico che campa di vane parole. Si può vivere mangiando aria? A quanto pare si… niente di più concettuale.

Ed è a questo punto che mi torna alla mente il buon Mao Tse Tung: “Nel mondo attuale ogni cultura, ogni letteratura, ogni arte appartengono a una classe ben determinata e sono quindi vincolate a una determinata politica. L’arte per l’arte, l’arte al di sopra delle classi, l’arte al di fuori della politica e indipendente da essa in realtà non esiste.”

Temo che i Cinesi abbiano capito come soggiogare sin troppo bene le eccelse menti occidentali, pronte ad abboccare ad ogni schizzetto artistico post-scuola-materna… mala tempora currunt.

Film: Mishima – Una vita in quattro capitoli (1985, Paul Schrader)

Non è facile comprendere a pieno le culture differenti e scoprire la “normalità” di certi gesti e di certi modi di pensare ed elaborare la propria vita. L’ Occidente non è quasi mai in grado di comprendere la bellezza che si nasconde nelle altre parti del pianeta, ossessionato com’è dal desiderio di omologazione costante portata sino alle conseguenze più estreme. La cultura senza la cultura, l’arte senza l’arte, la vita senza la vita… queste le più grandi conquiste dell’Occidente. E di rimando ci portano a credere oggi che tutto è cultura, che tutto è arte e che tutto è vita. Ma è solo una macabra illusione. Ora la passione più grande dell’Occidente è da sempre quella di esportare il proprio modello di vita agli altri popoli, i quali dal canto loro ne farebbero volentieri a meno, e questa prassi va avanti da centinaia d’anni con le scuse più insulse, non da ultima la continua esportazione di democrazia-via-bombe. La prima fase consiste nel prendere il controllo di un paese lontano (mediante guerra o economia) poi si passa alla seconda fase che consiste nel cominciare a minarne le basi sociali e culturali per renderlo una perfetta macchinetta omologata e silenziosa. Così si fanno gli schiavi. Da sempre.

Cosa c’entra questo discorso col film in questione? Oh, c’entra tantissimo. La prima considerazione è che non è facile comprendere a pieno il Mishima scrittore e il mondo di cui ci parla, perchè il Giappone che ci racconta è un mondo per noi sconosciuto dove la vita delle persone si intreccia con considerazioni spesso lontane dal nostro occhio occidentale. Le scelte dei suoi personaggi, i loro pensieri, la loro bellezza e la loro inquietudine non sono sempre facili da “far nostre”. Quindi voler portare sullo schermo uno scorcio della vita e degli scritti di questo autore è un’impresa molto difficile, soprattutto se a farlo è un occidentale.

La storia ruota intorno a quattro elementi, quattro storie di vita, nelle quali si confondono gli scritti di Mishima e quella che è stata la sua vita reale. Ne esce un ritratto complesso di un mondo in cambiamento, di una nazione sconvolta dalle modifiche imposte dall’esterno e del drammatico conflitto interiore che si svolge nelle persone più sensibili. La distruzione e la morte per suicidio sono elementi centrali nella trama. Distruzione di ciò che è bello, di ciò che è tradizione, di ciò che è legame affettivo e di ciò che rappresenta la tradizione di un popolo; distruzione spesso apportata da elementi autoctoni ormai contaminati dal mondo capitalista. La crisi d’identità della generazione di Mishima arriva sino alle più estreme conseguenze. Si comincia con la distruzione simbolica delle tradizioni culturali in “Bellezza” e con quella dei legami uomo-donna in “Arte”. Si scopre che una generazione che prova a ribellarsi in realtà può uscire da uno scontro impari tremendamente sconfitta… questo in “Azione”.

Poi giunge l’estremo sacrificio. Quello che succede nell’ultima parte del film va al di là della finzione cinematografica e letterale, quello che viene riprodotto in “Armonia tra penna e spada” è la reale scelta di morte fatta da Yukio Mishima il 25 Novembre 1970. Non racconterò qui lo svolgimento dei fatti poichè chi conosce il Mishima scrittore ne conosce anche la fine, chi invece non ne sa nulla può cominciare col guardare questo film e con la lettura di alcune sue opere.

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Spunti senza commento: n° 3

Bisogna pensare a modelli diversi di società rispetto al capitalismo. Non è accettabile che nel XXI secolo alcuni paesi e multinazionali continuino a provocare l’umanità e cerchino di conquistare l’egemonia sul pianeta. Sono arrivato alla conclusione che il capitalismo è il peggior nemico dell’umanità perché crea egoismo, individualismo, guerre mentre è interesse dell’umanità lottare per cambiare la situazione sociale ed ecologica del mondo. (Morales E.)