Progetto WW1: 21 Giugno – 31 Agosto 1917 – La guerra si espande

Nell’estate 1917 la Grande Guerra sembrava aver raggiunto un nuovo livello di intensità, dopo le grandi manovre del 1914, dopo la guerra di posizione del 1915, dopo gli inutili bagni di sangue del 1916, nella mente di tutte le nazioni in causa il 1917 doveva diventare un anno risolutivo per le sorti del conflitto… e in buona parte questa aspettativa venne rispettata. Gli Americani misero piede in Francia il 25 Giugno 1917 quando le avanguardie del corpo di spedizione (che sarebbe passato da 120.000 uomini a quasi 1 milione nel 1918) vennero sbarcate dalle navi da trasporto. Le truppe americane non sarebbero state impegnate seriamente prima di Ottobre del medesimo anno.

Sul fronte orientale iniziava il 1 Luglio 1917 l’ultima grande offensiva russa: l’offensiva Kerenskij, il gigante russo era in crisi totale per le grandi ondate rivoluzionarie che lo scuotevano dall’interno. l’offensiva prese piede in Galizia. Le nuove disposizioni dei Soviet politici della capitale prevedevano che ogni azione bellica fosse preceduta da un’assemblea dei soldati stessi che ne valutassero l’opportunità, esautorando di fatto il potere degli alti ufficiali di impianto zarista. I primi giorni dell’offensiva furono travolgenti più per le mancanze dell’esercito austro-ungarico che per le reali capacità dei Russi… di fatto si stavano scontrando due imperi di carta destinati a crollare. L’intervento tedesco (19 Luglio 1917) fu determinate per interrompere l’offensiva e per passare al furioso contrattacco che mandò totalmente in rotta l’esercito russo, costretto a ritirarsi per oltre 240 km. Il governo di Kerenskij ne uscì esausto, ormai ovunque si susseguivano le voci di una imminente rivoluzione guidata dai Bolscevichi.

Prigionieri Russi durante la disfatta

Sul fronte dei Balcani la Grecia fu indotta a dichiarare guerra agli Imperi Centrali, soprattutto in chiave anti-bulgara. Nel frattempo un “Comitato Jugoslavo” formatosi sotto l’ala protettrice anglo-francese prese l’impegno politico di formare un futuro Regno dei Serbi, Croati e Sloveni in funzione anti-austriaca, per questo fu approvata il 20 Luglio 1917 la dichiarazione di Corfù. Bosniaci e Montenegrini non furono chiamati in causa su questa questione che li riguardava direttamente. Sul fronte rumeno le disavventure russe in Galizia produssero un forte reazione dell’esercito rumeno che cercò di scacciare gli austro-ungarici dalla Moldavia e di resistere disperatamente alle continue incursioni nemiche, il particolare la Battaglia di Mărășești (6 Agosto – 8 Settembre 1917) fu l’ultima grande vittoria rumena della guerra.

Sul fronte italiano andò in scena l’Undicesima Battaglia dell’Isonzo (17 – 31 Agosto 1917), intrapresa in parte per la paura di una imminente offensiva austro-ungarica (che sarebbe arrivata qualche mese dopo) e in parte per le forti pressioni degli Alleati che volevano disperdere l’attenzione degli Imperi Centrali su più fronti caldi. Nonostante le scarse conquiste territoriali lo scontro dimostrò che le truppe di Vienna erano ormai vicine ad un crollo psico-fisico totale, l’unico fattore in grado di far reggere questo fronte (come quello orientale del resto) poteva essere l’arrivo di truppe tedesche… cosa che poi effettivamente avvenne.

Sul fronte occidentale cominciò il 31 Luglio 1917 la grande offensiva britannica nelle Fiandre che sarebbe passata alla storica come Battaglia di Passchendaele. L’offensiva si svolse a più ondate e di fatto interessò anche altri settori, come quello di Verdun.

Prigionieri tedeschi nelle Fiandre

Sul fronte prossimo alla Palestina le truppe arabe guidate da Lawrence d’Arabia e Awda Abu Tayi sconfissero gli Ottomani nella Battaglia di Aqaba il 6 Luglio 1917.

Altri paesi si unirono agli Alleati contro le forze degli Imperi Centrali: Cina (14 Agosto 1917), Siam (22 luglio 1917) e Liberia (4 Agosto 1917).

 

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Combattenti: Hideki Tōjō

Quando nel 1945 gli Alleati, dopo l’utilizzo delle bombe atomiche, ottennero la resa incondizionata del Giappone e la fine della Seconda Guerra Mondiale sorse un enorme problema politico: come gestire il potere nella nazione appena sconfitta? Le potenze dell’Asse sul suolo europeo da questo punto di vista erano di più semplice gestione. La Germania era stata rasa al suolo e andava realizzandosi una divisione est-ovest già approvata dai vertici Alleati nel 1944, a livello politico ci si poteva affidare alla classe politica moderata che era rimasta silenziosa all’ombra di Hitler, il Processo di Norimberga avrebbe permesso di attribuire le colpe della guerra e delle stragi ai Nazisti cominciando a ripulire l’immagine internazionale del popolo tedesco, che da popolo oppressore assumeva la maschera di popolo oppresso. L’Italia aveva fatto anche di meglio, a metà conflitto si era spostata goffamente dalla parte del futuro vincitore perdendo la faccia a livello di credibilità internazionale, ma evitando alla maggior parte dei suoi vertici di subire processi per gli eventuali crimini commessi durante il conflitto… nessun generale venne processato ad esempio per i crimini in Jugoslavia… l’Italia restava un fantoccio in mano agli Alleati, un cane ubbidiente e prono ai voleri del padrone. E il Giappone? Il Giappone era un problema: era una nazione governata da un Imperatore-Dio venerato e amato dalla popolazione e solo il suo diretto intervento, mediante una registrazione vocale trasmessa via radio, aveva convinto i Giapponesi ad accettare la fine delle ostilità. Il Giappone era stremato dalla guerra e dalle bombe atomiche, ma ad un cenno del proprio imperatore sarebbe stato pronto ad immolarsi in un estremo sacrificio per respingere la marea yankee. Come si poteva gestire un paese del genere? E soprattutto come si potevano processare i suoi vertici sull’esempio di Norimberga?

La soluzione giunse dopo settimane di sofferte riflessioni. L’Imperatore era improcessabile. Metterlo alla sbarra (e peggio ancora condannarlo) avrebbe portato alla rivolta l’intero paese. Per lui venne scelta una pena diversa: avrebbe dovuto dichiarare pubblicamente la sua natura umana, rinunciando per sempre alla prerogativa divina del suo potere. L’Imperatore diventava un uomo normale (almeno nell’immagine pubblica, discorso diverso per il sentito comune del popolo giapponese). Umanizzato l’Imperatore bisognava trovare i colpevoli, ossia coloro che l’avevano costretto a sbagliare, coloro che l’avevano obbligato a lanciarsi in una sanguinosa guerra… i responsabili… o quanto meno coloro che si sarebbero assunti tutte le colpe, anche quelle del loro Imperatore. Se Norimberga si sarebbe rivelata un immenso scaricabarile tra gerarchi tedeschi, il processo di Tokyo al contrario avrebbe visto schiere di ufficiali nipponici prendersi colpe anche non loro.

Hideki Tōjō fu una figura di spicco del tumultuoso ventennio che va dal 1928 al 1948. Figlio di un militare entrò giovanissimo nell’esercito e con i primi incarichi rilevanti cominciò ad interessarsi attivamente alla politica del proprio paese. Ricoprì incarichi al ministero della guerra sino ad ottenere di essere destinato all’armata più importante di tutto l’Impero Giapponese: l’Armata del Kwantung in Manciuria. Qui venne posto a capo del Kempeitai (la polizia militare), forgiando ulteriormente il suo orientamento politico fascista e nazionalista. In quegli anni in Giappone si contrapponevano due fazioni militari: la Kōdōha, che prefigurava un ritorno al Giappone pre-industriale lontano dalle influenze culturali occidentali, e la Tōseiha, più aperta alle innovazioni provenienti dal mondo esterno. Nel 1936 la Kōdōha fallì un tentativo di colpo di stato e venne quasi completamente epurata e Tōjō, da buon esponente del Tōseiha ottenne qualche mese dopo il ruolo di Capo di Stato Maggiore dell’Armata del Kwantung (la carica più ambita di tutto l’esercito nipponico). Sotto il suo comando si riaprirono le ostilità contro la Cina che sfociarono nella Seconda guerra sino-giapponese. In quegli anni si rese protagonista di un’accesa polemica diplomatica con il governo di Berlino per aver concesso aiuto a molti rifugiati ebrei. Nel 1938 venne richiamato a Tokyo per diventare Vice-ministro dell’esercito: fu l’inizio della sua carriera politica.

12b339ac48Nel 1940 divenne Ministro dell’esercito, rafforzando l’espansionismo ai danni della Cina e sostenendo attivamente la formazione di un patto con la Germania e con l’Italia. La Seconda Guerra Mondiale stava facendo il suo corso e la sconfitta iniziale della Francia aveva permesso ai Giapponesi di poter occupare le basi in Indocina con l’avvallo del governo francese di Vichy. Ma gli Stati Uniti non erano intenzionati a lasciare l’intera area in mano ai Giapponesi e cominciarono a rafforzare la loro presenza nelle Filippine e nel Pacifico, arrivando infine ad imporre un embargo totale al Giappone sulle esportazioni di petrolio e gasolio (Agosto 1941). Il risultato non poteva che essere uno scontro diretto tra le due nazioni. Furono mesi di incessanti e drammatiche riunioni politiche in seno al governo giapponese. La complessità della situazione portò alle dimissioni il Primo Ministro Konoe, orientato ad una improbabile soluzione pacifica, e nel vuoto di potere creatosi Tōjō sembrò la scelta migliore per tutti. Era la fine di Ottobre del 1941 e per i successivi due mesi si intensificarono i preparativi per la guerra contro gli Stati Uniti, sotto l’attenta egida dell’Imperatore Hiroito. Scoppiò la guerra e dagli iniziali successi si passò poi alle rovinose sconfitte. Alla fine il 18 Luglio 1944 Tōjō dovette dimettersi… pochi giorni dopo la caduta di Saipan. Nel corso di tre anni di governo aveva assunto la carica di diversi ministeri cercando di barcamenarsi nella difficile gestione di un paese in guerra, ma rendendosi anche responsabile di alcuni provvedimenti in termini di eugenetica, come la sterilizzazione dei malati di mente (in voga in Svezia sino al 1976…).

Dopo la resa del Giappone divenne uno degli imputati ideali nel processo di condanna-salvificazione da operare nei confronti del Giappone. Tentò anche di suicidarsi prima di essere catturato, ma il suo tentativo non andò a buon fine e venne quindi catturato, curato, processato, incolpato e giustiziato.

Fece piena assunzione di tutte le colpe di cui venne accusato, liberando completamente la figura dell’Imperatore da ogni possibile accusa: « È naturale che io mi debba assumere la responsabilità della guerra in generale ed è inutile dire che sono preparato a questo. Di conseguenza, ora che la guerra è stata perduta, è presumibilmente necessario che io sia giudicato per assicurare al mondo la pace. Ad ogni modo, con rispetto per il mio processo, è mia intenzione parlare francamente, secondo la mia inclinazione, pur davanti ai vincitori, che hanno su di me potere di vita e di morte, e che io devo accettare. Io intendo attribuire la giusta attenzione alle mie azioni e dare il vero al vero ed il falso al falso. »

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Film: The flowers of war (2011, Zhang Yimou)

Ci sono attriti tra popoli che non possono essere sanati neppure dal lento trascorrere dei secoli. Il mondo occidentale negli ultimi decenni ha prodotto un modello buonista fondato sulla straordinaria utopia dell’ umanità buona, del progresso costante e frenetico come miglioramento e (soprattutto) dell’autocensura mentale dei propri istinti e pensieri… un modello sano di vita sociale secondo tanti, un modello ipocrita per altri. Quello che la nostra società sa fare meglio è mascherare le sue esigenze di dominio sugli altri popoli (e le loro risorse)  con parole suadenti e buoni sentimenti; oggi esportiamo democrazia, aiutiamo i più deboli, accogliamo i rifugiati, interveniamo a sanare i conflitti tramite l’uso dei nostri eserciti, ecc… una volta chiamavamo tutto questo col termine “colonialismo”. Ma oggi non è politicamente corretto e quindi i nostri governanti hanno studiato dei surrogati che permettono a loro di fare i loro comodi come sempre e alla gente comune di vivere col cuore in pace e la coscienza immacolata. Nel frattempo in altre parti del mondo avvengono cose difficilmente spiegabili dal nostro nuovo modello di pensiero unico. Il massacro del Ruanda e gli altri infiniti casi di massacri a sfondo razziale nell’Africa hanno posto l’uomo bianco del 2000 davanti alla sconcertante realtà di non essere l’unico razzista sul pianeta terra, in pochi si sono soffermati a pensare al normale funzionamento di una società dove la “tribalità” è ancora un pilastro fondante. I popoli mediamente si scontrano e fare finta che questa cosa non sia la realtà non renderà certo il mondo un posto migliore; ragionare per utopie è come costruire case sulla sabbia.

Detto questo vorrei spostare l’attenzione su un tema attuale in questi mesi: il confronto tra Giappone, Taiwan e Cina per il controllo delle Isole Senkaku (5 isole disabitate e tre scogli). Non scenderò nel merito della questione né darò un parere su chi possa avere ragione o meno. Quello che vorrei semplicemente sottolineare è che si tratta solamente dell’ennesimo capitolo di una rivalità e di uno scontro tra due popoli che si affrontano da centinaia di anni. Due popoli che nutrono un forte astio l’uno verso l’altro, astio alimentato da reciproci massacri e guerre estenuanti, un massacro che ha attraversato la storia, ma che per noi occidentali ha assunto una certa notorietà solo nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Oggi la Cina è una delle principali potenze del pianeta, ma all’inizio del ‘900 era un paese estremamente povero e diviso al suo interno a causa della caduta del potere imperiale; in quelle condizioni era una facile preda per il Giappone. Quest’ultimo mirava alla creazione di un grande impero coloniale in Asia, la conquista della Cina doveva essere il primo passo di una marcia vittoriosa che aveva in programma anche la conquista dell’intero subcontinente indiano. Secondo alcuni storici la Seconda Guerra Mondiale inizia realmente nel 1937, con la seconda guerra sino-giapponese, quando il Giappone attaccò con un pretesto la Cina conquistando buona parte dei sui territori economicamente sensibili. In questa guerra senza esclusioni di colpi l’esercito imperiale giapponese si rese responsabile di alcuni massacri di inaudita ferocia, primo tra tutti quello di Nanchino. Il dibattito è ancora oggi molto agitato nel tentativo di ricostruire la realtà dei fatti con i Giapponesi che in un qualche modo cercano di ridurre la portata degli eventi ed il numero effettivo delle vittime. Nonostante il dibattito tra storici cinesi e giapponesi il fatto che Nanchino fosse una grande città di fondamentale importanza economica fece si che al momento dell’invasione vi fossero presenti tantissimi Europei, i quali testimoniarono la gravità del massacro commesso ai danni dei civili. Il resoconto scritto dal tedesco John Rabe (che lavorava per la Siemens in Cina ed era un membro del Partito Nazista) può essere considerato a tutti gli effetti imparziale; le stime del massacro che ne risultano parlano di cifre che oscillano dalle 200.000 alle 350.000 vittime (con almeno 20.000 casi di stupro, spesso e volentieri di massa).

Questa lunga introduzione era inevitabile per introdurre a pieno questo film cinese che tratta proprio di quegli eventi, difficilmente le persone hanno mai sentito parlare del massacro di Nanchino. Il film racconta la storia di un uomo americano, di professione becchino, che nei giorni della conquista giapponese della città si reca in un convento cattolico per seppellire il prete locale appena deceduto. Un lavoro semplice e veloce per un professionista del settore. Ma tutto si complica nel giro di pochi minuti. Nei pressi del convento infuria la battaglia tra l’esercito cinese e quello giapponese e all’interno della struttura cattolica l’uomo scopre esservi ancora rifugiate delle giovani studentesse cinesi. A queste giovani donne si aggiungono nel giro di poche ore anche un gruppo di prostitute in fuga. La situazione è disperata, tutto intorno i Giapponesi sono intenti a massacrare e stuprare e non si intravedono prospettive di salvezza per le occupanti del convento. Il becchino decide di fingersi prete, in un primo momento per salvare se stesso poi per salvare la vita alle giovani cinesi, riuscendo a stringere un accordo con un comandante giapponese che sembra più ragionevole degli altri. Gli eventi però precipitano ancora e quando la vita delle giovani studentesse cattoliche sarà seriamente in pericolo saranno le prostitute a sacrificarsi al posto loro. Il becchino americano porterà in salvo le studentesse al di fuori della città, delle prostitute non si saprà più nulla.

Mi permetto di consigliare la visione del film in lingua originale coi sottotitoli, dal momento che è stato girato in cinese mandarino e in inglese, rendendo la narrazione ancora più coinvolgente.

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Come argomento correlato ricorderei anche questo articolo di qualche mese fa su Pu Yi:

https://isoladigiava.wordpress.com/2013/08/28/storie-brevi-pu-yi/

Sovrani: Pu Yi

Una delle figure storiche che mi ha sempre incuriosito molto è quella dell’ultimo imperatore della Cina, sarà perchè sin da piccolo il mio film preferito è stato proprio “L’ultimo Imperatore” (1987) di Bertolucci che ne racconta la vita.

La sua storia comincia in una Cina sconvolta dalle rivolte, dalle ingerenze occidentali, dalle cospirazioni di palazzo, dalle idee rivoluzionarie e dalla vicinanza con Giappone. Il potere degli imperatori ormai è stato esautorato e la fine ingloriosa della Rivolta dei Boxer (1897-1901) ne ha decretato la fase calante. Quando Pu Yi viene designato come futuro imperatore ha soli due anni, il suo predecessore è rimasto quasi certamente vittima degli intrighi di palazzo e l’imperatrice vedova Cixi nella sua follia decide di dare un ultimo colpo di spalla a quel che resta dell’impero. La scelta di un bambino obbliga alla presenza di un reggente (il padre di Pu Yi), ma l’idea che si percepisce dall’esterno è quella di un vuoto di potere assoluto: cosa potrebbe mai fare un bambino di due anni contro una eventuale rivoluzione? E contro un eventuale attacco dall’esterno? Ed ecco accadere l’inevitabile. Un moto rivoluzionario nazionalista del 1911 porta alla nascita della Repubblica Cinese. L’impero è finito. A Pu Yi ed alla famiglia reale viene concesso di abitare nella Città Proibita, tanto sono considerati come dei relitti di un’epoca passata, rispettati ancora da una parte del popolo, ma totalmente inutili sul piano politico. La Cina però è fortemente instabile e le lotte per il potere sfociano presto in veri e propri conflitti armati. Nel 1917 una rivolta militare riporta al potere la casa imperiale, Pu Yi è di nuovo imperatore per soli 12 giorni!

Nel 1924 le truppe del Kuomintang occupano Pechino e Pu Yi è costretto a rifugiarsi da un’altra parte. Cercando in fretta una scappatoia chiede aiuto agli unici che sembrano disposti ad ascoltarlo: i Giapponesi della legazione di Tientsin (a pochi metri dalla legazione italiana tra l’altro). Per i Giapponesi è una manna. Lo trattengono a Tientsin in mezzo agli agi ed alla bambagia, mentre nel frattempo pianificano una invasione ben organizzata della Cina. Quando nel 1931 invadono la Manciuria a nordne offrono la corona proprio a Pu Yi, in modo da poter legittimare agli occhi internazionali il loro intervento militare nell’area. Pu Yi accetta illudendosi di poter cominciare a governare sul suo popolo: nasce il Manchukuo. Questo stato viene formalmente riconosciuto solo da 23 nazioni sulle 80 esistenti allora, tra queste ci saranno tutte le nazioni dell’Asse.

Ambasciatore del Manchukuo con Mussolini (1944)

Ambasciatore del Manchukuo con Mussolini (1944)

Le speranze di Pu Yi vengono presto infrante e risulta palese che i veri capi del nuovo stato sono i Giapponesi, che ne sfruttano le risorse e ne dominano brutalmente la popolazione. In Manchukuo opererà anche la famigerata Unità 731 dedita agli esperimenti sugli esseri umani ed ancora oggi fonte di dissensi tra Cina e Giappone. La vita di Pu Yi si trasforma in una sorta di gabbia dorata dalla quale non può fuggire e il senso di impotenza verso tutto quello che lo circonda diventerà via via più forte; di fatto ancora una volta non sarà lui ad avere il controllo della sua vita. La sua stessa vita famigliare è uno sfacelo, falliscono tutti i suoi matrimoni e la sua impossibilità di avere figli diventa la barzelletta dell’intera Cina e dello stesso Giappone. La Seconda Guerra Mondiale pone fine a questa situazione e lo stato fantoccio viene invaso nell’agosto del 1945 dai Sovietici, per Pu Yi comincia la prigionia.

Nel 1950 viene consegnato alle autorità della nuova Cina comunista, i Sovietici non hanno interesse a mantenere come prigioniero un ex imperatore di  uno stato decaduto. Il nuovo governo lo processa come traditore della patria e criminale di guerra e lo condanna a 9 anni di carcere rieducativo. Saranno per lui anni fondamentali per ripercorrere le tappe della sua vita, analizzarle e trascriverle in un libro di memorie. Verrà liberato nel 1959 e divenne un funzionario del comitato per la conservazione del materiale storico, in oltre come tanti altri nobili decaduti venne inserito in una specie di consiglio speciale molto simile ad un senato.

Morì nel 1967, all’inizio della Rivoluzione Culturale, per un tumore. Probabilmente non sarebbe sopravvissuto comunque alla nuova fase rivoluzionaria della Cina, dove andavano sparendo vecchi funzionari e dove i privilegi delle vecchie classi dirigenti venivano ribaltati, nella nuova Cina non c’era posto per i relitti del vecchio impero.

Pu Yi

Pu Yi

Riflessioni: l’arte ai tempi della Cina

Benvenuti nel nuovo mondo globalizzato, questo avrebbero dovuto scrivere all’ingresso dei vari padiglioni della Biennale di Venezia di quest’anno. Girando per la città ci si imbatte nei padiglioni nazionali, dove mi sarei aspettato di vedere all’opera gli artisti più rappresentativi di ogni singola nazione (se no perchè dividerli in base agli stati?). Il mio ragionamento era il seguente: se entro nel padiglione della Germania mi aspetto di vedere le opere di autori tedeschi, o quanto meno di autori nati in Germania… al limite poteva andare bene. Ma no! Tutto stravolto. La cosa più tedesca del padiglione germanico erano gli sponsor. Ma come? E girando di padiglione in padiglione mi sono reso conto di alcune cose.

Che senso ha dividere i padiglioni per nazione se poi al loro interno c’è un mix di nazioni differenti? A quanto pare il mondo è in evoluzione (o involuzione), le cose cambiano, la gente gira (o viene costretta a girare), le culture si mischiano e si vanno cancellando progressivamente i tratti identitari di ogni popolo. Quindi che cosa mi rimane di un padiglione nazionale? Cosa mi rappresenta? Il nuovo che avanza? La cultura globalizzata?

La cosa che appare più evidente è che servono gli sponsor giusti per partecipare. Quindi tutto si riconduce sempre al vile denaro. Dove sta l’arte? Il mecenatismo del 2000 puzza un pò troppo di corsa al profitto, non ha quel tocco romantico ed eccentrico che poteva avere sino ai primi anni del ‘900. Dimenticate quello che sapete sull’arte. Sponsor… chi mai avrà i migliori sponsor al giorno d’oggi? I Cinesi senza ombra di dubbio. Cinesi ovunque, in tantissimi padiglioni erano presenti artisti con gli occhi a mandorla pronti a far rotolare in occidente la loro capacità creativa. La biennale cinese avrebbero dovuta chiamarla. Alcuni resistono. Il padiglione della Russia per esempio era una fiera trincea di santa-madre-russia senza se e senza ma. Un popolo fiero di se stesso e poco disposto a rinunciare alla propria identità culturale.

L’arte ai tempi della Cina è un’arte del nuovo mondo. Al centro c’è l’individuo, eretto a grande protagonista smarrito della modernità. L’uomo è diventato un singolo, diviso in categorie sociali sempre più fitte, distinto in una serie di minoranze sempre più minorate, auto referenziate e nevrotiche. L’uomo è solo. Ancora una volta crede di essere al centro dell’universo e si intestardisce a riproporre la propria immagine come una scimmietta davanti ad uno specchio, si guarda e si compiace di quello che vede, ma nel suo dialogare con se stesso in realtà si riscopre solitario… e vuoto di contenuti.

Arte concettuale.

L’apoteosi dell’inutilità da Warhol in poi. Ogni singola boiata può diventare arte, ogni sputo su un muro può racchiudere un concetto. Cosa avrà voluto dire l’artista? L’artista… ecco la vera inflazione del 2000, l’inflazione degli artisti. Ogni tre passi ci si inciampa in novelli artisti, grandi scrittori in erba, futuri fotografi da operetta e musicisti sperimentali da Barcellona-Berlino. L’apoteosi del trionfo del nulla in classico stile Yoko Ono. Ribrezzo.

Pessimismo e fastidio.

E poi capisci che in fondo quello che conta è il denaro e il parere di qualche critico che campa di vane parole. Si può vivere mangiando aria? A quanto pare si… niente di più concettuale.

Ed è a questo punto che mi torna alla mente il buon Mao Tse Tung: “Nel mondo attuale ogni cultura, ogni letteratura, ogni arte appartengono a una classe ben determinata e sono quindi vincolate a una determinata politica. L’arte per l’arte, l’arte al di sopra delle classi, l’arte al di fuori della politica e indipendente da essa in realtà non esiste.”

Temo che i Cinesi abbiano capito come soggiogare sin troppo bene le eccelse menti occidentali, pronte ad abboccare ad ogni schizzetto artistico post-scuola-materna… mala tempora currunt.