Combattenti: Hideki Tōjō

Quando nel 1945 gli Alleati, dopo l’utilizzo delle bombe atomiche, ottennero la resa incondizionata del Giappone e la fine della Seconda Guerra Mondiale sorse un enorme problema politico: come gestire il potere nella nazione appena sconfitta? Le potenze dell’Asse sul suolo europeo da questo punto di vista erano di più semplice gestione. La Germania era stata rasa al suolo e andava realizzandosi una divisione est-ovest già approvata dai vertici Alleati nel 1944, a livello politico ci si poteva affidare alla classe politica moderata che era rimasta silenziosa all’ombra di Hitler, il Processo di Norimberga avrebbe permesso di attribuire le colpe della guerra e delle stragi ai Nazisti cominciando a ripulire l’immagine internazionale del popolo tedesco, che da popolo oppressore assumeva la maschera di popolo oppresso. L’Italia aveva fatto anche di meglio, a metà conflitto si era spostata goffamente dalla parte del futuro vincitore perdendo la faccia a livello di credibilità internazionale, ma evitando alla maggior parte dei suoi vertici di subire processi per gli eventuali crimini commessi durante il conflitto… nessun generale venne processato ad esempio per i crimini in Jugoslavia… l’Italia restava un fantoccio in mano agli Alleati, un cane ubbidiente e prono ai voleri del padrone. E il Giappone? Il Giappone era un problema: era una nazione governata da un Imperatore-Dio venerato e amato dalla popolazione e solo il suo diretto intervento, mediante una registrazione vocale trasmessa via radio, aveva convinto i Giapponesi ad accettare la fine delle ostilità. Il Giappone era stremato dalla guerra e dalle bombe atomiche, ma ad un cenno del proprio imperatore sarebbe stato pronto ad immolarsi in un estremo sacrificio per respingere la marea yankee. Come si poteva gestire un paese del genere? E soprattutto come si potevano processare i suoi vertici sull’esempio di Norimberga?

La soluzione giunse dopo settimane di sofferte riflessioni. L’Imperatore era improcessabile. Metterlo alla sbarra (e peggio ancora condannarlo) avrebbe portato alla rivolta l’intero paese. Per lui venne scelta una pena diversa: avrebbe dovuto dichiarare pubblicamente la sua natura umana, rinunciando per sempre alla prerogativa divina del suo potere. L’Imperatore diventava un uomo normale (almeno nell’immagine pubblica, discorso diverso per il sentito comune del popolo giapponese). Umanizzato l’Imperatore bisognava trovare i colpevoli, ossia coloro che l’avevano costretto a sbagliare, coloro che l’avevano obbligato a lanciarsi in una sanguinosa guerra… i responsabili… o quanto meno coloro che si sarebbero assunti tutte le colpe, anche quelle del loro Imperatore. Se Norimberga si sarebbe rivelata un immenso scaricabarile tra gerarchi tedeschi, il processo di Tokyo al contrario avrebbe visto schiere di ufficiali nipponici prendersi colpe anche non loro.

Hideki Tōjō fu una figura di spicco del tumultuoso ventennio che va dal 1928 al 1948. Figlio di un militare entrò giovanissimo nell’esercito e con i primi incarichi rilevanti cominciò ad interessarsi attivamente alla politica del proprio paese. Ricoprì incarichi al ministero della guerra sino ad ottenere di essere destinato all’armata più importante di tutto l’Impero Giapponese: l’Armata del Kwantung in Manciuria. Qui venne posto a capo del Kempeitai (la polizia militare), forgiando ulteriormente il suo orientamento politico fascista e nazionalista. In quegli anni in Giappone si contrapponevano due fazioni militari: la Kōdōha, che prefigurava un ritorno al Giappone pre-industriale lontano dalle influenze culturali occidentali, e la Tōseiha, più aperta alle innovazioni provenienti dal mondo esterno. Nel 1936 la Kōdōha fallì un tentativo di colpo di stato e venne quasi completamente epurata e Tōjō, da buon esponente del Tōseiha ottenne qualche mese dopo il ruolo di Capo di Stato Maggiore dell’Armata del Kwantung (la carica più ambita di tutto l’esercito nipponico). Sotto il suo comando si riaprirono le ostilità contro la Cina che sfociarono nella Seconda guerra sino-giapponese. In quegli anni si rese protagonista di un’accesa polemica diplomatica con il governo di Berlino per aver concesso aiuto a molti rifugiati ebrei. Nel 1938 venne richiamato a Tokyo per diventare Vice-ministro dell’esercito: fu l’inizio della sua carriera politica.

12b339ac48Nel 1940 divenne Ministro dell’esercito, rafforzando l’espansionismo ai danni della Cina e sostenendo attivamente la formazione di un patto con la Germania e con l’Italia. La Seconda Guerra Mondiale stava facendo il suo corso e la sconfitta iniziale della Francia aveva permesso ai Giapponesi di poter occupare le basi in Indocina con l’avvallo del governo francese di Vichy. Ma gli Stati Uniti non erano intenzionati a lasciare l’intera area in mano ai Giapponesi e cominciarono a rafforzare la loro presenza nelle Filippine e nel Pacifico, arrivando infine ad imporre un embargo totale al Giappone sulle esportazioni di petrolio e gasolio (Agosto 1941). Il risultato non poteva che essere uno scontro diretto tra le due nazioni. Furono mesi di incessanti e drammatiche riunioni politiche in seno al governo giapponese. La complessità della situazione portò alle dimissioni il Primo Ministro Konoe, orientato ad una improbabile soluzione pacifica, e nel vuoto di potere creatosi Tōjō sembrò la scelta migliore per tutti. Era la fine di Ottobre del 1941 e per i successivi due mesi si intensificarono i preparativi per la guerra contro gli Stati Uniti, sotto l’attenta egida dell’Imperatore Hiroito. Scoppiò la guerra e dagli iniziali successi si passò poi alle rovinose sconfitte. Alla fine il 18 Luglio 1944 Tōjō dovette dimettersi… pochi giorni dopo la caduta di Saipan. Nel corso di tre anni di governo aveva assunto la carica di diversi ministeri cercando di barcamenarsi nella difficile gestione di un paese in guerra, ma rendendosi anche responsabile di alcuni provvedimenti in termini di eugenetica, come la sterilizzazione dei malati di mente (in voga in Svezia sino al 1976…).

Dopo la resa del Giappone divenne uno degli imputati ideali nel processo di condanna-salvificazione da operare nei confronti del Giappone. Tentò anche di suicidarsi prima di essere catturato, ma il suo tentativo non andò a buon fine e venne quindi catturato, curato, processato, incolpato e giustiziato.

Fece piena assunzione di tutte le colpe di cui venne accusato, liberando completamente la figura dell’Imperatore da ogni possibile accusa: « È naturale che io mi debba assumere la responsabilità della guerra in generale ed è inutile dire che sono preparato a questo. Di conseguenza, ora che la guerra è stata perduta, è presumibilmente necessario che io sia giudicato per assicurare al mondo la pace. Ad ogni modo, con rispetto per il mio processo, è mia intenzione parlare francamente, secondo la mia inclinazione, pur davanti ai vincitori, che hanno su di me potere di vita e di morte, e che io devo accettare. Io intendo attribuire la giusta attenzione alle mie azioni e dare il vero al vero ed il falso al falso. »

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Spunti senza commento: n° 60

Non credo che una guerra combattuta con le bombe atomiche spazzerà via la civiltà. Forse potranno rimanere uccisi due terzi della popolazione della terra. Ma resterebbe un sufficiente numero di uomini capaci di pensare e un sufficiente numero di libri per consentire di ricominciare daccapo e restaurare la civiltà.

(Einstein A.)

Progetto WW1: 31 Ottobre – 5 Novembre 1914

Il 31 Ottobre 1914 ha ufficialmente termine la Battaglia della Vistola dopo un mese di violenti combattimenti tra i Russi e gli Austro-tedeschi. La vittoria delle truppe dello Zar non cambiò molto l’assetto del fronte orientale dove i generali del Kaiser erano comunque decisi a conquistare Varsavia, ci sarebbero stati altri sanguinosi tentativi nei mesi successivi.

In quei giorni si stava muovendo il fronte meridionale dove gli Austriaci il 5 Novembre si cimentavano nella terza invasione della Serbia dall’inizio del conflitto. Ma la situazione era molto calda ancora più a sud. L’Impero Ottomano si era reso responsabile di alcuni atti di guerra contro i Russi pur non avendo dichiarato nessuna ostilità a livello diplomatico. La tensione causata da questi attacchi “a tradimento” portarono la Russia a dichiarare guerra al Sultano il 1 Novembre 1914, seguita dal Montenegro il 3 Novembre e da Francia e Impero Britannico il 5 Novembre. Si trattava di un epilogo inevitabile. Le forza russe passarono immediatamente all’offensiva nella zona del Caucaso  con l’offensiva Bergmann iniziata il 2 Novembre e terminata dopo due settimane con la sostanziale vittoria ottomana.

Nelle colonie tedesche la situazione diventava sempre più drammatica con la perdita della colonia di Tsigtao ad opera dei Giapponesi. In compenso nell’attuale Tanzania venne combattuta la Battaglia di Tanga tra il 2 e il 5 Novembre risoltasi con una vittoria dei Tedeschi contro gli Inglesi… anche se sarebbe più corretto parlare di vittoria degli Ascari tedeschi contro i soldati Indiani dell’Impero Britannico.

Nel frattempo ci furono due scontri navali di una certa importanza. La Battaglia di Coronel (1 Novembre 1914) al largo delle coste cilene che vide le navi tedesche battere quelle inglesi. A comandare la squadra navale tedesca era il celebre Maximilian Graf von Spee. Inoltre il 3 Novembre 1914 ci fu una prima, inconcludente, incursione tedesca lungo le coste britanniche con il bombardamento di Yarmouth.

Progetto WW1: 24 – 29 Agosto 1914

Il 24 Agosto il successo tedesco sul fronte occidentale era chiaro a tutti e cominciava la “grande ritirata” delle truppe anglo-francesi dai territori del Belgio e della Francia settentrionale. Questo progressivo arretramento del fronte portò i combattimenti sino alla Marna a pochi chilometri da Parigi. Nell’insieme la manovra tedesca stava causando grosse perdite agli avversari sia in termini di uomini che di materiale bellico. Il primo risultato di questa situazione fu che le truppe del Kaiser posero l’assedio alla fortezza francese di Maubeuge, questa piazzaforte cadde il 7 Settembre consegnando ai Tedeschi 40.000 prigionieri e oltre 350 pezzi di artiglieria. Maubeuge rimarrà in mano tedesca sino al 9 Novembre 1918!

Il 25 Agosto si muoveva di nuovo il Giappone che dichiarava guerra anche all’Austria-ungheria e due giorni dopo poneva il blocco al porto cinese di Tsingtao, da tempo colonia tedesca. Sempre lo stesso giorno truppe britanniche invasero il Camerun tedesco passando dalla Nigeria. Come già accennato in precedenza nei territori coloniali la Germania non fu mai in grado di opporre una resistenza continuativa contro gli attacchi dei suoi avversari. Sempre in tema di colonie africane il 26 Agosto cadde definitivamente la colonia del Togoland dopo venti giorni di combattimenti.

Il 26 Agosto fu una delle giornate più “piene” di quel primo mese di furiosi combattimenti, infatti vennero combattute ben tre battaglie importanti e vittoriose per gli Imperi Centrali. Nel complesso della “grande ritirata” venne combattuta la Battaglia di Le Cateau dove gli Inglesi soffrirono pesanti perdite dovendo ritirarsi ulteriormente, ma nonostante questo inflissero gravi danni alle truppe tedesche grazie all’uso dei cannoni campali a fuoco rapido che sparavano shrapnel! Sul fronte orientale gli Austriaci sconfissero i Russi nella Battaglia di Komarów (26 Agosto – 2 Settembre) in Galizia, mentre i Tedeschi li battevano nella Battaglia di Tannenberg (26 Agosto – 1 Settembre). Tutte le debolezze dell’esercito dello Zar furono evidenziate in quelle drammatiche giornate dove si persero 70.ooo mila uomini tra morti e feriti e dove ci furono più di 100.000 prigionieri. I piani del comando congiunto degli Imperi Centrali puntava a costringere i Russi alla ritirata per poter poi marciare rapidamente verso Varsavia.

Prigionieri russi dopo Tannenberg

Prigionieri russi dopo Tannenberg

Il 28 Agosto ci fu anche un primo significativo scontro navale tra le forze britanniche e quelle tedesche. La superiorità marittima di Londra fu un punto focale durante tutta la guerra e che portò la Germania a sviluppare mezzi diversi per la guerra navale, fu enorme lo sviluppo dei sommergibili. La Battaglia di Helgoland, una baia al largo dello Schleswig-Holstein segno le prime perdite per la Kaiserliche Marine: ben 3 incrociatori leggeri affondati insieme a 2 torpediniere, mentre gli Inglesi non subirono affondamenti e solo 3 navi messe fuori uso! Senza la supremazia navale la Germania sarebbe rimasta chiusa in un sostanziale embargo economico senza la possbilità di collegarsi con continuità con le proprie colonie.

Progetto WW1: 16 – 23 Agosto 1914

Sino al 15 Agosto 1914 la guerra si era sviluppata principalmente sul fronte occidentale con le battaglie tra Tedeschi, Francesi e Belgi. Il 16 Agosto, mentre cadeva la determinante fortezza belga di Liegi, gli Austriaci assaltarono la Serbia restando però sconfitti nella tre giorni di battaglia del Cer dimostrando tutti i limiti dell’esercito di Vienna.

Il giorno 17 Agosto iniziavano le ostilità anche sul fronte orientale con l’invasione russa della Prussia Orientale. I soldati dello Zar vennero sconfitti nella battaglia di Stallupönen, ma continuarono ad avanzare in territorio tedesco e pochi giorni dopo sconfissero i Tedeschi nella battaglia di Gumbinnen. Come vedremo più avanti questa campagna si concluderà il mese successivo con la sconfitta dei Russi. Mentre i cannoni tuonavano in Prussia il 23 Agosto iniziarono le operazioni militari in Galizia tra gli Austriaci e i Russi con la prima vittoria di Vienna nella battaglia di Kraśnik.

Mappa del fronte orientale nel 1914

Mappa del fronte orientale nel 1914

Come ho accennato prima il 16 Agosto cadde la piazzaforte di Liegi. Il Belgio a questo punto aveva i giorni contati e per questo motivo sia i Francesi che gli Inglesi decisero di intervenire direttamente nel piccolo paese. I Francesi erano già in difficoltà dopo le due fallimentari battaglie in Alsazia e Lorena e tra il 21 e il 23 Agosto persero due importanti battaglie a Charleroi e nelle Ardenne. Tutto questo mentre gli Inglesi affrontavano per la prima volta i Tedeschi nella battaglia di Mons mettendo in seria difficoltà i soldati del Kaiser. In questa occasione si verificò per la prima volta una situazione imbarazzante che sarebbe stata un pò la costante della guerra: le truppe britanniche erano meglio organizzate e meglio comandate di quelle francesi e spesso e volentieri questa disparità portò ad uno sfasamento del fronte, in questo caso specifico gli Inglesi si comportarono egregiamente a Mons, ma furono costretti a ritirarsi per non disassare la linea con i Francesi che invece stavano perdendo a Charleroi. Questa situazione avrebbe causato non pochi guai e dissensi sul fronte occidentale. Avremo modo di parlare meglio nei prossimi giorni di questa ritirata passata alla storia come la “grande ritirata”.

Nel frattempo il 22 Agosto l’Austria-Ungheria aveva dichiarato guerra al Belgio e il 23 Agosto il Giappone dichiarava guerra alla Germania, nella speranza di acquistare influenza e colonie nel Pacifico.

Le origini della Prima Guerra Mondiale

Iniziamo ad occuparci del grande argomento di cui ricorre il centenario. Per comprendere a pieno una guerra così complessa come la Prima Guerra Mondiale occorre capire da dove ha avuto origine, bisogna calarsi nel mondo di 100 e passa anni fa per vedere la complessità degli intrecci diplomatici e delle esigenze che portarono le potenze europee a decidere di scontrarsi in campo aperto. Per fare questa operazione bisogna analizzare in breve tutte le potenze che furono coinvolte nel conflitto.

IMPERI CENTRALI

Addossare tutta la colpa della guerra a questa fazione è stato una decisione infausta presa dalla potenze vincitrici dopo la vittoria del 1918, in realtà furono co-responsabili insieme all’altro schieramento, né più né meno colpevoli. Lasciar sempre ai vincitori l’onore di scrivere la storia può avere esiti negativi e spesso e volentieri danneggia la totalità e la pienezza della memoria storica. Comunque… questa fazione era chiamata in questo modo pechè raggruppava tre grandi imperi di allora e un piccolo regno emergente.

IMPERO TEDESCO – La Germania di inizio secolo era un paese in grande crescita, nonostante avesse raggiunto la piena unione territoriale solo nel 1871. Il primo passo dopo la riunificazione era stato quello di procurarsi colonie in Africa ed in Oceania, questo fatto aveva messo la Germania in conflitto con gli interessi dell’Impero Britannico che non vedeva di buon occhio la crescente potenza marina tedesca. Va poi detto che non erano molti i territori liberi da colonizzare senza andare a guardare nel “giardino” di Inglesi e Francesi. Ad ogni modo la Germania aveva preso le attuali Namibia, Tanzania, Camerun, Togo, Nuova Guinea, Isole Samoa, Isole Salomone ed alcune altre isole in Micronesia. Sul piano europeo gli occhi della Germania erano principalmente rivolti a est con l’idea di conquistare terreni ai danni degli Zar di Russia. A ovest c’era il nemico francese, ma in fondo era già stato sconfitto una volta nella Guerra franco-prussiana che aveva sancito la definitiva riunificazione tedesca… poteva essere quindi sconfitto ancora.

IMPERO AUSTRO-UNGARICO – L’Austria aveva un impero in piena decadenza. Al nord aveva perso i territori che controllava proprio a causa della Germania ed ora sentiva sempre di più l’incombente influenza dei “nuovi” vicini tedeschi. Era un impero multietnico e questo non facilitava il controllo del territorio dal momento che erano molteplici le spinte indipendentiste al suo interno. A sud-ovest c’era il Regno d’Italia che premeva per conquistare territori del Trentino-Alto Adige, del Friuli-Venezia Giulia e i territori litorali dell’Istria e della Dalmazia. A sud-est la polveriera dei Balcani era sempre più difficile da controllare e le due Guerre balcaniche non avevano di certo migliorato la situazione. Ad ogni modo l’Austria puntava a rafforzare il suo controllo proprio nella regione balcanica, senza sospettare questo azzardo avrebbe messo in discussione la sua stessa esistenza.

IMPERO OTTOMANO – Un altro impero in piena decadenza . Gli ottomani nell’ultimo secolo avevano perso importanti pezzi dei loro possedimenti ai danni delle potenze europee. Gli Inglesi ed i Francesi guardavano con avidità ai territori del Medio Oriente e l’Italia con la guerra del 1911 aveva conquistato la Libia e il Dodecanneso dimostrando tutta l’inadeguatezza dell’esercito ottomano alla guerra moderna. Nei Balcani poi la situazione non era delle migliori, tutte i territori un tempo controllati dalla Grande Porta erano diventati indipendenti o erano passati sotto il controllo altrui (come ad esempio la Bosnia Herzegovina in mano agli Austriaci). Quello che teneva a galla l’Impero e in una certa misura fuori dalla portata inglese e francese erano gli storici rapporti diplomatici che legavano Turchi e Tedeschi (rapporti che sono ancora oggi molto solidi) risalenti agli albori della potenza prussiana. Ad ogni modo una guerra in Europa avrebbe inevitabilmente coinvolto anche l’Impero Ottomano.

REGNO DI BULGARIA – Il giovane e piccolo regno di Bulgaria certo non stravedeva per i suoi ex dominatori ottomani, ma rivendicava molti territori che erano controllati da Grecia, Romania e Serbia… tutti paesi alleati dell’Impero Britannico e della Francia. C’erano poi odii e inimicizie legate alle Guerre balcaniche di cui abbiamo abbondantemente parlato nei due articoli a tema di qualche mese fa.

TRIPLICE ALLEANZA E ALTRI “ALLEATI”

IMPERO BRITANNICO – Come già abbiano accennato sopra gli interessi degli Inglesi erano soprattutto di contenimento dell’espansionismo tedesco. Per questo erano state messe a punto una serie di alleanze volte a tenere ingabbiati gli interessi germanici. L’alleanza con le nuove nazioni balcaniche serviva soprattutto in chiave anti-ottomana in attesa di un pretesto per attaccare il decadente impero. L’opportunismo (spregiudicato) britannico fu sicuramente tra le cause della guerra.

FRANCIA – La Francia aveva un grandissimo impero coloniale e doveva in un qualche modo restituire alla Germania lo smacco del 1871. Per questo aveva cercato in tutti i modi di contrastare il colonialismo tedesco per via diplomatica. Nell’Inghilterra e nella Russia aveva trovato due buoni alleati spaventati anch’essi dalle mire tedesche. Anche per la Francia c’era un grande interesse rivolto verso l’Impero Ottomano in decadenza. Tenersi amici i nuovi stati balcanici sarebbe stata la prima mossa per banchettare sulle rovine di Istanbul.

RUSSIA – Il grande (povero) impero degli Zar era un paese ancora arretrato e pieno di conflitti sociali. Aveva però l’esigenza di difendersi dai minacciosi confinanti occidentali di Austria e Germania. Lo Zar sapeva che miravano a sottrargli territori di vitale importanza come l’Ucraina e la Russia Bianca (oggi Bielorussia) e per stare al sicuro non aveva altra scelta che legarsi alla Francia e all’Impero Britannico. Inoltre la Russia guardava con gran simpatia al Regno di Serbia ed agli altri stati balcanici nella segreta speranza di portarli sotto la sua sfera di influenza in chiave anti-ottomana. Anche in questo caso coincidevano pienamente i suoi interessi con quelli dei suoi alleati.

REGNO DI SERBIA – Il piccolo e giovane stato con capitale Belgrado si trovava nella difficile posizione di dover arginare gli interessi Austriaci nell’area balcanica, inoltre progettava un piano di espansione a lungo termine per unificare alcuni degli stati confinanti (la futura Jugoslavia). Aveva ottimi rapporti con la Russia e si era guadagnata l’appoggio di grandi potenze europee. C’era però da capire come si sarebbe mossa l’Austria nei suoi confronti.

IMPERO GIAPPONESE – Il Giappone era una nazione emergente nel panorama asiatico e guardava con interesse alle colonie delle potenze europee, sapeva però di dover aspettare un grande conflitto nel vecchio continente per poter inserirsi e conquistare territori. Il governo giapponese però non era composto da stupidi e sapeva benissimo che non era il caso di schierarsi contro l’Impero Britannico ed i suoi alleati… per cui la sua bramosia era principalmente rivolta alle colonie insulari tedesche.

REGNO DEL MONTENEGRO – Il piccolo regno nato con la protezione anglo-francese guardava con estrema attenzione e timore agli interessi austriaci nell’area. In caso di conflitto non poteva che schierarsi contro Vienna.

BELGIO – Il Belgio era un piccolo stato che controllava l’enorme colonia del Congo, ma a parte questo non era particolarmente attivo sul piano europeo anche se sapeva di essere potenzialmente in pericolo in caso di conflitto tra Francia e Germania, per questo motivo si manteneva vicino agli interessi francesi.

ROMANIA – Anche questo giovane stato balcanico aveva interesse nel mantenere la propria indipendenza nel panorama inquieto che portò alla guerra. La Romania sapeva di doversi guardare dalla Bulgaria, ma bramava anche il controllo di alcune delle sue regioni costiere. Doveva attendere e vedere cosa sarebbe successo.

REGNO D’ITALIA – L’Italia in origine era alleata di Germania ed Austria, ma era fuori da ogni dubbio che i suoi interessi non combaciassero per niente soprattutto con quelli di Vienna… c’era ancora da risolvere la questione dell’unità nazionale e questo significava quanto meno trattare con gli Austriaci. In realtà questo primo punto sarebbe anche stato facile da elaborare, soprattutto con la mediazione tedesca, ma c’era dell’altro. L’Italia mirava ai Balcani ed osservava con estrema attenzione a quello che accadeva, se ci fosse stata una possibilità di inserirsi nella partita forse l’avrebbe colta al balzo. L’alleanza con Germania ed Austria non era quindi destinata a durare.

PORTOGALLO – Anche il Portogallo aveva un buon impero coloniale e mirava ad espanderlo ai danni dell’avversario più “semplice” da affrontare e con il quale confinava su più fronti soprattutto in Africa: la Germania.

STATI UNITI – Il governo di Washington non aveva ancora pressanti interessi in chiave europea, ma manteneva buoni rapporti commerciali con l’Impero Britannico e con la Francia (amica di vecchia data). Inoltre guardava con interesse ad espandere i suoi possedimenti nel Pacifico, per questo occorreva inserirsi nel gioco europeo di controllo delle isole. Va poi sottolineato che dal 1913 gli Stati Uniti controllavano a pieno le Filippine e puntavano al controllo della Nuova Guinea.

Parteciparono con gli “Alleati” anche altri paesi: Siam, Brasile, Grecia, Cuba, Panama, Liberia, Repubblica di Cina, Guatemala, Nicaragua, Costa Rica, Honduras, Haiti e Andorra.

Film: The flowers of war (2011, Zhang Yimou)

Ci sono attriti tra popoli che non possono essere sanati neppure dal lento trascorrere dei secoli. Il mondo occidentale negli ultimi decenni ha prodotto un modello buonista fondato sulla straordinaria utopia dell’ umanità buona, del progresso costante e frenetico come miglioramento e (soprattutto) dell’autocensura mentale dei propri istinti e pensieri… un modello sano di vita sociale secondo tanti, un modello ipocrita per altri. Quello che la nostra società sa fare meglio è mascherare le sue esigenze di dominio sugli altri popoli (e le loro risorse)  con parole suadenti e buoni sentimenti; oggi esportiamo democrazia, aiutiamo i più deboli, accogliamo i rifugiati, interveniamo a sanare i conflitti tramite l’uso dei nostri eserciti, ecc… una volta chiamavamo tutto questo col termine “colonialismo”. Ma oggi non è politicamente corretto e quindi i nostri governanti hanno studiato dei surrogati che permettono a loro di fare i loro comodi come sempre e alla gente comune di vivere col cuore in pace e la coscienza immacolata. Nel frattempo in altre parti del mondo avvengono cose difficilmente spiegabili dal nostro nuovo modello di pensiero unico. Il massacro del Ruanda e gli altri infiniti casi di massacri a sfondo razziale nell’Africa hanno posto l’uomo bianco del 2000 davanti alla sconcertante realtà di non essere l’unico razzista sul pianeta terra, in pochi si sono soffermati a pensare al normale funzionamento di una società dove la “tribalità” è ancora un pilastro fondante. I popoli mediamente si scontrano e fare finta che questa cosa non sia la realtà non renderà certo il mondo un posto migliore; ragionare per utopie è come costruire case sulla sabbia.

Detto questo vorrei spostare l’attenzione su un tema attuale in questi mesi: il confronto tra Giappone, Taiwan e Cina per il controllo delle Isole Senkaku (5 isole disabitate e tre scogli). Non scenderò nel merito della questione né darò un parere su chi possa avere ragione o meno. Quello che vorrei semplicemente sottolineare è che si tratta solamente dell’ennesimo capitolo di una rivalità e di uno scontro tra due popoli che si affrontano da centinaia di anni. Due popoli che nutrono un forte astio l’uno verso l’altro, astio alimentato da reciproci massacri e guerre estenuanti, un massacro che ha attraversato la storia, ma che per noi occidentali ha assunto una certa notorietà solo nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Oggi la Cina è una delle principali potenze del pianeta, ma all’inizio del ‘900 era un paese estremamente povero e diviso al suo interno a causa della caduta del potere imperiale; in quelle condizioni era una facile preda per il Giappone. Quest’ultimo mirava alla creazione di un grande impero coloniale in Asia, la conquista della Cina doveva essere il primo passo di una marcia vittoriosa che aveva in programma anche la conquista dell’intero subcontinente indiano. Secondo alcuni storici la Seconda Guerra Mondiale inizia realmente nel 1937, con la seconda guerra sino-giapponese, quando il Giappone attaccò con un pretesto la Cina conquistando buona parte dei sui territori economicamente sensibili. In questa guerra senza esclusioni di colpi l’esercito imperiale giapponese si rese responsabile di alcuni massacri di inaudita ferocia, primo tra tutti quello di Nanchino. Il dibattito è ancora oggi molto agitato nel tentativo di ricostruire la realtà dei fatti con i Giapponesi che in un qualche modo cercano di ridurre la portata degli eventi ed il numero effettivo delle vittime. Nonostante il dibattito tra storici cinesi e giapponesi il fatto che Nanchino fosse una grande città di fondamentale importanza economica fece si che al momento dell’invasione vi fossero presenti tantissimi Europei, i quali testimoniarono la gravità del massacro commesso ai danni dei civili. Il resoconto scritto dal tedesco John Rabe (che lavorava per la Siemens in Cina ed era un membro del Partito Nazista) può essere considerato a tutti gli effetti imparziale; le stime del massacro che ne risultano parlano di cifre che oscillano dalle 200.000 alle 350.000 vittime (con almeno 20.000 casi di stupro, spesso e volentieri di massa).

Questa lunga introduzione era inevitabile per introdurre a pieno questo film cinese che tratta proprio di quegli eventi, difficilmente le persone hanno mai sentito parlare del massacro di Nanchino. Il film racconta la storia di un uomo americano, di professione becchino, che nei giorni della conquista giapponese della città si reca in un convento cattolico per seppellire il prete locale appena deceduto. Un lavoro semplice e veloce per un professionista del settore. Ma tutto si complica nel giro di pochi minuti. Nei pressi del convento infuria la battaglia tra l’esercito cinese e quello giapponese e all’interno della struttura cattolica l’uomo scopre esservi ancora rifugiate delle giovani studentesse cinesi. A queste giovani donne si aggiungono nel giro di poche ore anche un gruppo di prostitute in fuga. La situazione è disperata, tutto intorno i Giapponesi sono intenti a massacrare e stuprare e non si intravedono prospettive di salvezza per le occupanti del convento. Il becchino decide di fingersi prete, in un primo momento per salvare se stesso poi per salvare la vita alle giovani cinesi, riuscendo a stringere un accordo con un comandante giapponese che sembra più ragionevole degli altri. Gli eventi però precipitano ancora e quando la vita delle giovani studentesse cattoliche sarà seriamente in pericolo saranno le prostitute a sacrificarsi al posto loro. Il becchino americano porterà in salvo le studentesse al di fuori della città, delle prostitute non si saprà più nulla.

Mi permetto di consigliare la visione del film in lingua originale coi sottotitoli, dal momento che è stato girato in cinese mandarino e in inglese, rendendo la narrazione ancora più coinvolgente.

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Come argomento correlato ricorderei anche questo articolo di qualche mese fa su Pu Yi:

https://isoladigiava.wordpress.com/2013/08/28/storie-brevi-pu-yi/

Sovrani: Pu Yi

Una delle figure storiche che mi ha sempre incuriosito molto è quella dell’ultimo imperatore della Cina, sarà perchè sin da piccolo il mio film preferito è stato proprio “L’ultimo Imperatore” (1987) di Bertolucci che ne racconta la vita.

La sua storia comincia in una Cina sconvolta dalle rivolte, dalle ingerenze occidentali, dalle cospirazioni di palazzo, dalle idee rivoluzionarie e dalla vicinanza con Giappone. Il potere degli imperatori ormai è stato esautorato e la fine ingloriosa della Rivolta dei Boxer (1897-1901) ne ha decretato la fase calante. Quando Pu Yi viene designato come futuro imperatore ha soli due anni, il suo predecessore è rimasto quasi certamente vittima degli intrighi di palazzo e l’imperatrice vedova Cixi nella sua follia decide di dare un ultimo colpo di spalla a quel che resta dell’impero. La scelta di un bambino obbliga alla presenza di un reggente (il padre di Pu Yi), ma l’idea che si percepisce dall’esterno è quella di un vuoto di potere assoluto: cosa potrebbe mai fare un bambino di due anni contro una eventuale rivoluzione? E contro un eventuale attacco dall’esterno? Ed ecco accadere l’inevitabile. Un moto rivoluzionario nazionalista del 1911 porta alla nascita della Repubblica Cinese. L’impero è finito. A Pu Yi ed alla famiglia reale viene concesso di abitare nella Città Proibita, tanto sono considerati come dei relitti di un’epoca passata, rispettati ancora da una parte del popolo, ma totalmente inutili sul piano politico. La Cina però è fortemente instabile e le lotte per il potere sfociano presto in veri e propri conflitti armati. Nel 1917 una rivolta militare riporta al potere la casa imperiale, Pu Yi è di nuovo imperatore per soli 12 giorni!

Nel 1924 le truppe del Kuomintang occupano Pechino e Pu Yi è costretto a rifugiarsi da un’altra parte. Cercando in fretta una scappatoia chiede aiuto agli unici che sembrano disposti ad ascoltarlo: i Giapponesi della legazione di Tientsin (a pochi metri dalla legazione italiana tra l’altro). Per i Giapponesi è una manna. Lo trattengono a Tientsin in mezzo agli agi ed alla bambagia, mentre nel frattempo pianificano una invasione ben organizzata della Cina. Quando nel 1931 invadono la Manciuria a nordne offrono la corona proprio a Pu Yi, in modo da poter legittimare agli occhi internazionali il loro intervento militare nell’area. Pu Yi accetta illudendosi di poter cominciare a governare sul suo popolo: nasce il Manchukuo. Questo stato viene formalmente riconosciuto solo da 23 nazioni sulle 80 esistenti allora, tra queste ci saranno tutte le nazioni dell’Asse.

Ambasciatore del Manchukuo con Mussolini (1944)

Ambasciatore del Manchukuo con Mussolini (1944)

Le speranze di Pu Yi vengono presto infrante e risulta palese che i veri capi del nuovo stato sono i Giapponesi, che ne sfruttano le risorse e ne dominano brutalmente la popolazione. In Manchukuo opererà anche la famigerata Unità 731 dedita agli esperimenti sugli esseri umani ed ancora oggi fonte di dissensi tra Cina e Giappone. La vita di Pu Yi si trasforma in una sorta di gabbia dorata dalla quale non può fuggire e il senso di impotenza verso tutto quello che lo circonda diventerà via via più forte; di fatto ancora una volta non sarà lui ad avere il controllo della sua vita. La sua stessa vita famigliare è uno sfacelo, falliscono tutti i suoi matrimoni e la sua impossibilità di avere figli diventa la barzelletta dell’intera Cina e dello stesso Giappone. La Seconda Guerra Mondiale pone fine a questa situazione e lo stato fantoccio viene invaso nell’agosto del 1945 dai Sovietici, per Pu Yi comincia la prigionia.

Nel 1950 viene consegnato alle autorità della nuova Cina comunista, i Sovietici non hanno interesse a mantenere come prigioniero un ex imperatore di  uno stato decaduto. Il nuovo governo lo processa come traditore della patria e criminale di guerra e lo condanna a 9 anni di carcere rieducativo. Saranno per lui anni fondamentali per ripercorrere le tappe della sua vita, analizzarle e trascriverle in un libro di memorie. Verrà liberato nel 1959 e divenne un funzionario del comitato per la conservazione del materiale storico, in oltre come tanti altri nobili decaduti venne inserito in una specie di consiglio speciale molto simile ad un senato.

Morì nel 1967, all’inizio della Rivoluzione Culturale, per un tumore. Probabilmente non sarebbe sopravvissuto comunque alla nuova fase rivoluzionaria della Cina, dove andavano sparendo vecchi funzionari e dove i privilegi delle vecchie classi dirigenti venivano ribaltati, nella nuova Cina non c’era posto per i relitti del vecchio impero.

Pu Yi

Pu Yi