Progetto WW1: 9 – 31 Marzo 1916

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Naufrago Tedesco

Nell’Oceano Atlantico sin dal 1914 si combatteva una guerra nella guerra tra la marina tedesca e le flotte da rifornimento che facevano la spola tra gli Stati Uniti e l’Inghilterra. Gli Stati Uniti erano un paese giovane ed emergente, guardavano ai fatti europei come ad un qualcosa di lontano e scarsamente interessante dal punto di vista politico, ma dal punto di vista economico portare aiuto agli Inglesi poteva rivelarsi molto vantaggioso. Per questo motivo lo sforzo bellico degli Alleati si reggeva in parte sempre maggiore su questi aiuti. L’unica risposta possibile della marina da guerra tedesca era la caccia ai convogli di rifornimento tramite i sommergibili. Era una guerra spietata e senza quartiere, fatta di ansia e frustrazione proprio come sul fronte di terra. La marina britannica si dava da fare per stanare i sommergibili tedeschi, ma gli Alleati avevano anche un altro problema da risolvere: la marina tedesca partiva per le sue incursioni anche dai porti di alcuni paesi neutrali, dal momento che il Mare del Nord era pesantemente controllato dalla marina di Sua Maestà. Uno di questi paesi era il Portogallo, per cui la diplomazia britannica (e non solo) cominciò un lento lavoro di convincimento nei confronti del governo lusitano che culminò proprio nel marzo del 1916. Le autorità portoghesi, su pressione alleata, avevano deciso di internare alcune navi da guerra tedesche ferme nel porto di Lisbona. La risposta tedesca fu l’immediata dichiarazione di guerra nei confronti del Portogallo del 9 Marzo 1916, seguita il 15 Marzo 1916 da un’identica dichiarazione dell’Austria-Ungheria. Nello stesso mese i rapporti tra gli Stati Uniti e la Germania andarono peggiorando perchè l’opinione pubblica americana si stava mobilitando contro gli affondamenti eseguiti ai danni di navi americane ad opera dei sommergibilisti del Kaiser. In parole povere gli Stati Uniti volevano guadagnare sulla guerra altrui senza pagarne alcun prezzo…

Chi invece pagò un prezzo altissimo fu la Russia dello Zar che il 18 Marzo 1916 decise di scatenare un’offensiva in Bielorussia, nei pressi del lago Naroch, con l’intento di alleggerire la pressione tedesca su Verdun. L’idea era quella di piombare con 370.000 uomini sui 80.000 Tedeschi presenti in quel settore in maniera che i generali del Kaiser si trovassero costretti a togliere truppe preziose dal tritacarne di Verdun. L’offensiva in iniziò con un lunghissimo (ma altrettanto impreciso) bombardamento dell’artiglieria durato più di due giorni. L’offensiva durò un mese, ma non produsse l’effetto sperato. L’esercito russo venne ricacciato indietro con gravissime perdite (oltre 90.000 uomini), mentre i tedeschi non spostarono alcuna unità per supportare i 80.000 uomini presenti nel settore, i quali si fecero valere perdendo circa 30.000 effettivi. Il morale delle truppe dello Zar colò a picco.

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Manifesto Tedesco per l’arruolamento

Sul fronte italiano tra il 9 e il 15 Marzo 1916 si svolse la Quinta Battaglia dell’Isonzo. Anche questa offensiva era volta a distogliere energie preziose dal settore di Verdun. A causa delle pessime condizioni atmosferiche non fu una vera e propria battaglia articolata bensì una serie di scontri, spesso brevi, su tutto il settore dell’Isonzo. E non produsse alcun effetto concreto. L’unico punto caldo rimase la città di Gorizia presso la quale gli scontri continuarono per diversi mesi.

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Gorizia devastata

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Progetto WW1: 6 – 24 Maggio 1915

Il Maggio del 1915 fu un mese estremamente importante per il primo conflitto mondiale. Accadde in primo luogo l’entrata in guerra da parte del Regno d’Italia al fianco degli Alleati con la dichiarazione di guerra all’Austria-Ungheria del 23 Maggio 1915. Il giorno successivo le truppe italiane varcarono il confine nemico in Trentino e Friuli, mentre la marina da guerra di Vienna iniziava un’operazione di bombardamento della costa adriatica colpendo particolarmente la città di Ancona.

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Sul fronte occidentale iniziava la Seconda Battaglia dell’Artois (9 Maggio – 24 Giugno 1915), condotta in contemporanea alla Seconda Battaglia di Ypres e parimenti inconcludente. Ancora una volta la guerra di posizione dimostrava tutti i suoi limiti tattici proprio nei momenti di successo delle offensive: conquistare il territorio nemico richiedeva una certa elasticità e velocità da parte delle truppe nelle retrovie e dei rifornimenti per raggiungere i combattenti impiegati nelle prime linee; laddove questi ricongiungimenti erano lenti ed impacciati le offensive si bloccavano dando tempo al nemico di riorganizzarsi.

Nel frattempo nell’Oceano Atlantico il 7 Maggio 1915 accadeva un fatto increscioso: il transatlantico Lusitania venne affondato dal sommergibile tedesco U-20. Il Lusitania faceva rotta tra gli Stati Uniti e la Gran Bretagna trasportando sia passeggeri che ingenti materiali militari in soccorso degli Alleati. Morirono 1201 persone tra cui 123 cittadini degli Stati Uniti… proprio questo fatto suscitò molto sdegno a Washington e cominciò a far crescere un forte sentimento anti-tedesco nella popolazione.

Tra il 6 il 8 Maggio 1915 ci fu un’ulteriore prova di forza tra gli Alleati e le truppe ottomane nel settore di Gallipoli con la Seconda Battaglia di Krithia conclusasi ancora con una vittoria delle truppe del sultano. Anche in questa zona del fronte emergevano tutti i limiti della guerra di posizione con l’aggravante di un terreno estremamente impervio che rendeva difficile creare zone di riparo e riposo per le truppe esauste dai combattimenti.

Progetto WW1: 7 – 24 Settembre 1914

Causa trasloco siamo rimasti un pò indietro con la nostra rubrica sulla Prima Guerra Mondiale, per cui non ci resta che ripercorrere con passo deciso le giornate andate perdute.

Eravamo rimasti ai primi grandi scontri su tutti i fronti coinvolti, alle prime grandi battaglie di tipo campale non ancora soppiantate dal sistema di trincee e dalla “guerra di logoramento”, eppure già negli ultimi mesi di Settembre del 1914 tutto questo stava per cambiare. Le vecchie battaglie campali tanto care a uomini come Napoleone stavano per restare nei libri di storia, per fare posto alla staticità delle trincee utilizzata con successo dal generale Lee durante la disperata difesa di Richmond nel corso della Guerra Civile Americana.

Partiamo dal fronte orientale. Coma abbiamo già visto  la situazione per le forze degli Imperi Centrali era altalenante. Nella zona sud si fronteggiavano gli “eserciti di disperati” di Russia e Austria e al nord invece i Tedeschi continuavano a dimostrare tutta la loro forza e preparazione tattica. Tra il 7 e il 14 Settembre venne combattuta la Prima Battaglia dei Laghi Masuri che vide trionfare i Tedeschi sui Russi, fu una battaglia vecchio stile, vinta proprio da un tipo di formazione destinata pian piano a sparire nei decenni successivi: la cavalleria. A fronte di quasi 40.000 perdite tedesche se ne contarono oltre 125.000 tra le fila russe. Mentre le truppe del Kaiser trionfavano le truppe di Vienna continuavano la loro progressiva ritirata in Galizia, che sarebbe terminata il 24 Settembre nel momento in cui i Russi posero l’assedio alla fortezza di Przemyśl (sarebbe durato sino alla fine del Marzo 1915, con una “vittoria di Pirro” per i Russi).

Ad occidente la situazione invece iniziava a diventare problematica per la Germania. Il piano di invasione rapida della Francia stava fallendo e la rapida successione di battaglie di quel Settembre 1914 stava rendendo evidente a tutti che le vecchi battaglie campali non sarebbero state in grado di risolvere il conflitto. Cominciò una serie di manovre di accerchiamento da parte di tutti gli eserciti coinvolti che portò a quella che è passata alla storia come “corsa al mare”. Di fatto di manovra in manovra e di battaglia in battaglia si giunse a creare due linee parallele di trincee e fortificazioni che si estendevano dalla neutrale Svizzera sino al Mare del Nord (anche se in alcuni punti il fronte resterà discontinuo sino alla primavera del 1915). Fu così che dopo la Prima Battaglia della Marna si giunse alla Prima Battaglia dell’Aisne alla Battaglia di Flirey e al conseguente avvicinamento dei Tedeschi alla fortezza francese di Verdun. ma per quante battaglie venissero combattute e per quanti uomini morissero la situazione era quasi sempre di stallo; certo le truppe di Berlino erano riuscite a conquistare alcuni avamposti di una certa importanza, ma gli Anglo-francesi resistevano con coraggio e spirito di sacrificio. Il fallimento dell’offensiva lampo in Francia (piano Schlieffen) portò alla destituzione del generale tedesco Helmuth von Moltke in favore del generale Erich von Falkenhayn alla guida delle truppe del Kaiser.

La corsa al mare del 1914

La corsa al mare del 1914

Il 17 Settembre la Germania perdeva completamente la sua colonia della Nuova Guinea Tedesca, conquistata dalle truppe australiane per conto dell’Impero Britannico.

Progetto WW1: l’angolo del modellismo – puntata 1

Nel percorso che ci accompagnerà lungo gli eventi della Prima Guerra Mondiale abbiamo deciso di creare una piccola sezione dedicata al modellismo… ovviamente con a tema la Grande Guerra! A condurci in questo particolare percorso non sarò io, ma il mio amico e grande modellista Matteo Fontana di Bologna. Per esigenze tecniche in questo caso non verrà seguito un preciso ordine cronologico, ma verranno presentati modelli di mezzi utilizzati tra il 1914 e il 1918. Insieme alle informazioni tecnico-storiche di facile reperimento per gli amanti del genere uniremo sempre fotografie dei modellini in questione.

Il primo modello che prenderemo in esame è il MACCHI M5, quello che è unanimamente riconosciuto come l’idrocaccia più veloce della Grande Guerra!

Macchi M5

Il Macchi M.5 fu un idrocaccia monomotore monoposto italiano costruito dalla Società Anonima Nieuport-Macchi, poi Aeronautica Macchi, a Varese. Era estremamente manovrabile ed agile e ha uguagliato gli aerei non idrovolanti nei combattimenti.
Il primo prototipo di un caccia biplano monoposto era il Tipo M che volò la prima volta nel 1917. Costruito dagli ingegneri Carlo Felice Buzio e Luigi Calzavara aveva uno scafo con chiglia a singolo gradino e una cabina di pilotaggio aperta davanti alle ali ed era simile al precedente Macchi M.3. Fu seguito da un altro prototipo con la coda riveduta contrassegnato dalla sigla Ma e da successivi progetti come il M bis e il Ma bis. Il prototipo che ha dato origine alla produzione fu il M.5 e come gli altri prototipi era azionato da un unico motore Isotta Fraschini V.4B. Le forniture per la Regia Marina furono consegnate nel 1917. Produzioni successive erano più potenti, sia perché dotate di un motore Isotta Fraschini V.6 sia perché erano stati ridisegnati i galleggianti, furono chiamate M.5 mod. Macchi produsse 200 aerei e altri 44 furono costruiti dalla Società Aeronautica Italiana.

Macchi M5Motore : Isotta Fraschini V.4B
Potenza : 160 CV
Velocità max : 189 km/h
Autonomia : 3 h e 40 min
Armamento : Mitragliatrici 2 Vickers
calibro 7,7 mm fisse in
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Modello 1:48

Il modello da me costruito della ditta modellistica FLY, rappresenta un MACCHI M5 dell’ Aereonautica Militare Italiana durante la Prima Guerra Mondiale nel teatro del Mediterraneo contro la k.u.k. Kriegsmarine Austriaca.

Modello : Macchi M5
Matricola : 13041
Motto : Ich son ave

Gli M.5 furono utilizzati da cinque squadroni pattugliatori marittimi come combattenti o come scorta per i convogli, e alcune volte furono imbarcati sulla nave appoggio idrovolanti Giuseppe Miraglia. Verso la fine della prima guerra mondiale, questi idrovolanti furono utilizzati sia dalla United States Navy sia dalla United States Marine Corps. L’aspirante Charles Hazzaline Hammann, che ottenne la prima Medal of Honor data a un aviatore della marina statunitense, prestò servizio su un M.5.

 

Macchi M5

Nel 1923, quando la Regia Aeronautica venne istituita, 65 M.5 erano ancora in servizio, anche se furono tutti demoliti negli anni successivi.

Le origini della Prima Guerra Mondiale

Iniziamo ad occuparci del grande argomento di cui ricorre il centenario. Per comprendere a pieno una guerra così complessa come la Prima Guerra Mondiale occorre capire da dove ha avuto origine, bisogna calarsi nel mondo di 100 e passa anni fa per vedere la complessità degli intrecci diplomatici e delle esigenze che portarono le potenze europee a decidere di scontrarsi in campo aperto. Per fare questa operazione bisogna analizzare in breve tutte le potenze che furono coinvolte nel conflitto.

IMPERI CENTRALI

Addossare tutta la colpa della guerra a questa fazione è stato una decisione infausta presa dalla potenze vincitrici dopo la vittoria del 1918, in realtà furono co-responsabili insieme all’altro schieramento, né più né meno colpevoli. Lasciar sempre ai vincitori l’onore di scrivere la storia può avere esiti negativi e spesso e volentieri danneggia la totalità e la pienezza della memoria storica. Comunque… questa fazione era chiamata in questo modo pechè raggruppava tre grandi imperi di allora e un piccolo regno emergente.

IMPERO TEDESCO – La Germania di inizio secolo era un paese in grande crescita, nonostante avesse raggiunto la piena unione territoriale solo nel 1871. Il primo passo dopo la riunificazione era stato quello di procurarsi colonie in Africa ed in Oceania, questo fatto aveva messo la Germania in conflitto con gli interessi dell’Impero Britannico che non vedeva di buon occhio la crescente potenza marina tedesca. Va poi detto che non erano molti i territori liberi da colonizzare senza andare a guardare nel “giardino” di Inglesi e Francesi. Ad ogni modo la Germania aveva preso le attuali Namibia, Tanzania, Camerun, Togo, Nuova Guinea, Isole Samoa, Isole Salomone ed alcune altre isole in Micronesia. Sul piano europeo gli occhi della Germania erano principalmente rivolti a est con l’idea di conquistare terreni ai danni degli Zar di Russia. A ovest c’era il nemico francese, ma in fondo era già stato sconfitto una volta nella Guerra franco-prussiana che aveva sancito la definitiva riunificazione tedesca… poteva essere quindi sconfitto ancora.

IMPERO AUSTRO-UNGARICO – L’Austria aveva un impero in piena decadenza. Al nord aveva perso i territori che controllava proprio a causa della Germania ed ora sentiva sempre di più l’incombente influenza dei “nuovi” vicini tedeschi. Era un impero multietnico e questo non facilitava il controllo del territorio dal momento che erano molteplici le spinte indipendentiste al suo interno. A sud-ovest c’era il Regno d’Italia che premeva per conquistare territori del Trentino-Alto Adige, del Friuli-Venezia Giulia e i territori litorali dell’Istria e della Dalmazia. A sud-est la polveriera dei Balcani era sempre più difficile da controllare e le due Guerre balcaniche non avevano di certo migliorato la situazione. Ad ogni modo l’Austria puntava a rafforzare il suo controllo proprio nella regione balcanica, senza sospettare questo azzardo avrebbe messo in discussione la sua stessa esistenza.

IMPERO OTTOMANO – Un altro impero in piena decadenza . Gli ottomani nell’ultimo secolo avevano perso importanti pezzi dei loro possedimenti ai danni delle potenze europee. Gli Inglesi ed i Francesi guardavano con avidità ai territori del Medio Oriente e l’Italia con la guerra del 1911 aveva conquistato la Libia e il Dodecanneso dimostrando tutta l’inadeguatezza dell’esercito ottomano alla guerra moderna. Nei Balcani poi la situazione non era delle migliori, tutte i territori un tempo controllati dalla Grande Porta erano diventati indipendenti o erano passati sotto il controllo altrui (come ad esempio la Bosnia Herzegovina in mano agli Austriaci). Quello che teneva a galla l’Impero e in una certa misura fuori dalla portata inglese e francese erano gli storici rapporti diplomatici che legavano Turchi e Tedeschi (rapporti che sono ancora oggi molto solidi) risalenti agli albori della potenza prussiana. Ad ogni modo una guerra in Europa avrebbe inevitabilmente coinvolto anche l’Impero Ottomano.

REGNO DI BULGARIA – Il giovane e piccolo regno di Bulgaria certo non stravedeva per i suoi ex dominatori ottomani, ma rivendicava molti territori che erano controllati da Grecia, Romania e Serbia… tutti paesi alleati dell’Impero Britannico e della Francia. C’erano poi odii e inimicizie legate alle Guerre balcaniche di cui abbiamo abbondantemente parlato nei due articoli a tema di qualche mese fa.

TRIPLICE ALLEANZA E ALTRI “ALLEATI”

IMPERO BRITANNICO – Come già abbiano accennato sopra gli interessi degli Inglesi erano soprattutto di contenimento dell’espansionismo tedesco. Per questo erano state messe a punto una serie di alleanze volte a tenere ingabbiati gli interessi germanici. L’alleanza con le nuove nazioni balcaniche serviva soprattutto in chiave anti-ottomana in attesa di un pretesto per attaccare il decadente impero. L’opportunismo (spregiudicato) britannico fu sicuramente tra le cause della guerra.

FRANCIA – La Francia aveva un grandissimo impero coloniale e doveva in un qualche modo restituire alla Germania lo smacco del 1871. Per questo aveva cercato in tutti i modi di contrastare il colonialismo tedesco per via diplomatica. Nell’Inghilterra e nella Russia aveva trovato due buoni alleati spaventati anch’essi dalle mire tedesche. Anche per la Francia c’era un grande interesse rivolto verso l’Impero Ottomano in decadenza. Tenersi amici i nuovi stati balcanici sarebbe stata la prima mossa per banchettare sulle rovine di Istanbul.

RUSSIA – Il grande (povero) impero degli Zar era un paese ancora arretrato e pieno di conflitti sociali. Aveva però l’esigenza di difendersi dai minacciosi confinanti occidentali di Austria e Germania. Lo Zar sapeva che miravano a sottrargli territori di vitale importanza come l’Ucraina e la Russia Bianca (oggi Bielorussia) e per stare al sicuro non aveva altra scelta che legarsi alla Francia e all’Impero Britannico. Inoltre la Russia guardava con gran simpatia al Regno di Serbia ed agli altri stati balcanici nella segreta speranza di portarli sotto la sua sfera di influenza in chiave anti-ottomana. Anche in questo caso coincidevano pienamente i suoi interessi con quelli dei suoi alleati.

REGNO DI SERBIA – Il piccolo e giovane stato con capitale Belgrado si trovava nella difficile posizione di dover arginare gli interessi Austriaci nell’area balcanica, inoltre progettava un piano di espansione a lungo termine per unificare alcuni degli stati confinanti (la futura Jugoslavia). Aveva ottimi rapporti con la Russia e si era guadagnata l’appoggio di grandi potenze europee. C’era però da capire come si sarebbe mossa l’Austria nei suoi confronti.

IMPERO GIAPPONESE – Il Giappone era una nazione emergente nel panorama asiatico e guardava con interesse alle colonie delle potenze europee, sapeva però di dover aspettare un grande conflitto nel vecchio continente per poter inserirsi e conquistare territori. Il governo giapponese però non era composto da stupidi e sapeva benissimo che non era il caso di schierarsi contro l’Impero Britannico ed i suoi alleati… per cui la sua bramosia era principalmente rivolta alle colonie insulari tedesche.

REGNO DEL MONTENEGRO – Il piccolo regno nato con la protezione anglo-francese guardava con estrema attenzione e timore agli interessi austriaci nell’area. In caso di conflitto non poteva che schierarsi contro Vienna.

BELGIO – Il Belgio era un piccolo stato che controllava l’enorme colonia del Congo, ma a parte questo non era particolarmente attivo sul piano europeo anche se sapeva di essere potenzialmente in pericolo in caso di conflitto tra Francia e Germania, per questo motivo si manteneva vicino agli interessi francesi.

ROMANIA – Anche questo giovane stato balcanico aveva interesse nel mantenere la propria indipendenza nel panorama inquieto che portò alla guerra. La Romania sapeva di doversi guardare dalla Bulgaria, ma bramava anche il controllo di alcune delle sue regioni costiere. Doveva attendere e vedere cosa sarebbe successo.

REGNO D’ITALIA – L’Italia in origine era alleata di Germania ed Austria, ma era fuori da ogni dubbio che i suoi interessi non combaciassero per niente soprattutto con quelli di Vienna… c’era ancora da risolvere la questione dell’unità nazionale e questo significava quanto meno trattare con gli Austriaci. In realtà questo primo punto sarebbe anche stato facile da elaborare, soprattutto con la mediazione tedesca, ma c’era dell’altro. L’Italia mirava ai Balcani ed osservava con estrema attenzione a quello che accadeva, se ci fosse stata una possibilità di inserirsi nella partita forse l’avrebbe colta al balzo. L’alleanza con Germania ed Austria non era quindi destinata a durare.

PORTOGALLO – Anche il Portogallo aveva un buon impero coloniale e mirava ad espanderlo ai danni dell’avversario più “semplice” da affrontare e con il quale confinava su più fronti soprattutto in Africa: la Germania.

STATI UNITI – Il governo di Washington non aveva ancora pressanti interessi in chiave europea, ma manteneva buoni rapporti commerciali con l’Impero Britannico e con la Francia (amica di vecchia data). Inoltre guardava con interesse ad espandere i suoi possedimenti nel Pacifico, per questo occorreva inserirsi nel gioco europeo di controllo delle isole. Va poi sottolineato che dal 1913 gli Stati Uniti controllavano a pieno le Filippine e puntavano al controllo della Nuova Guinea.

Parteciparono con gli “Alleati” anche altri paesi: Siam, Brasile, Grecia, Cuba, Panama, Liberia, Repubblica di Cina, Guatemala, Nicaragua, Costa Rica, Honduras, Haiti e Andorra.

Combattenti: Simon Bolivar

La vita di alcuni uomini resta impressa in modo indelebile nelle pagine della storia. Alcuni con le loro gesta sono riusciti ad entrare nell’immaginario collettivo di entere nazioni e talvolta di interi continenti. Certo è facile quando si parla di nomi come Napoleone, Hitler, Stalin, Giulio Cesare, ecc… questi sono nomi che tutti conoscono e di cui si studia abbondantemente a scuola. E’ vero anche che nelle scuole di ogni singola nazione si studia la storia con particolare attenzione alle vicessitudini della propria terra e buona parte dei manuali europei sono appunto costellati di enormi capitoli sulle grandi potenze coloniali e poco o nulla ci dicono della storia delle colonie. Pensateci. La storia dell’America: arriva Cristoforo Colombo nel 1492, arrivano poco dopo i Conquistadores e la popolazione indigena viene sterminata, non si sa bene come si passa alla Guerra di Indipendenza Americana (i più fortunati leggono due righe sulla Guerra dei sette anni nelle americhe), poi a per quasi un secolo è buio totale con qualche accenno collaterale in qua e in là sulla caduta degli imperi coloniali nel nuovo continente… tutto qui sino agli Stati Uniti protagonisti del ‘900. Un pò poco non trovate?

In America del Sud troviamo come figure di primaria importanza nella storia moderna i “libertadores” ossia gli uomini che guidarono le lotte di indipendenza contro le potenze coloniali europee, soprattutto contro la Spagna. Erano uomini ispirati dalle moderne teorie politiche repubblicane affermate in ambito francese e nord americano tra il 1776 e il 1789. Molti appartenevano a società segrete, prima tra tutte la Massoneria. Erano uomini del loro tempo in tutto e per tutto.

Simon Bolivar nasce a Caracas, l’attuale capitale del Venezuela, nel 1783, da una agiata famiglia di origini basche. A quel tempo la colonia era tra le più floride tra quelle spagnole con le sue enormi produzioni di tabacco, caffè e cacao. Bolivar entrò nell’esercito coloniale ad appena 14 anni e viaggio poi per l’Europa visitando la Spagna, la Francia e l’Italia. Possiamo dire che la formazione politica di quest’uomo è avvenuta principalmente sul suolo del vecchi continente, qui entra in contatto con le idee della rivoluzione francese, qui conosce la figura di Napoleone ammirandolo come generale e detestandolo come despota, ma il viaggio forse più importante è quello nell’Italia divisa e controllata dalle potenze straniere. Proprio in Italia percepisce il grande fervore nazionalistico e la voglia di emanciparsi dal controllo esterno, è un paese in fermento e pieno di società segrete che tramano per ribaltare i governi stranieri. Quanto di quel fermento è anche presente in Venezuela! In questi anni, che vanno dal 1799 al 1807, Bolivar si sposa con una donna spagnola, ma la loro unione sarà breve a causa della prematura morte di lei a causa della febbre gialla… questa perdita lo segnò per tutta la vita.

Pieno di nuovi entusiasmi rivoluzionari Bolivar rientròa in Venezuela nel 1807. Il momento è proprizio poichè gli eventi europei hanno ripercussioni importantissime in terra americana, soprattuto la crisi della corona spagnola sfruttata abilmente da Napoleone per soggiogare momentanemanete il paese iberico alle volontà francesi. Con la corona in estrema difficoltà i sudditi delle colonie iniziano a vedere come realizzabile la prospettiva di un governo autonomo… rivolte si scatenano negli attuali Argentina, Bolivia e Perù. Qualcosa succede anche in Venezuela, ma i risultati non sono quelli sperati. La verà opportunità di indipendenza si realizza nel momento in cui gli Inglesi cominciano a strizzare l’occhio alle colonie spagnole facendo intuire che saranno ben lieti di aiutarle se vorranno liberasi dei loro padroni: in realtà è un buon modo di restituire alla Francia uno schiaffo morale dopo quanto accaduto durante la Guerra di Indipendenza Americana. Dopo alcune brevi azioni militari il 21Dicembre 1811 viene così dichiarata la repubblica e viene adottata una costituzione simile a quella degli Stati Uniti. Ma la vita di questa entità statale è breve: alcune battaglie sfortunate contro gli Spagnoli e un tragico terremoto che inginocchia il paese portano alla fine della repubblica in meno di sei mesi. Bolivar viene esiliato e ripara a Cartagena, nell’attuale Colombia, dove si stanno preprarando moti rivoluzionari contro gli Spagnoli… infatti Bolivar non perde tempo e si arruola subito nell’esercito locale disdinguendosi nelle campagne militari contro i realisti e le truppe europee culminate con una grande vittoria all’inizio del 1813. A questo punto Bolivar vuole portare la rivoluzione vittoriosa anche nella sua terra natale e decide di condurre personalmente una invasione del Venezuela passando dall’impervio territorio andino (gli Spagnoli invece si aspettavano una invasione dal lato costiero, su un territorio più semplice da attraversare), riesce a calare vittorioso sui suoi nemici e dichiara la nasciata della seconda repubblica del Venezuela, ma anche questa esperienza è destinata a durare poco, infatti già nel 1814 le truppe Spagnole lo sconfigogno e lo costringono alla fuga. Non c’è pace per il suo paese.

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Il governo della Nuova Granada (in buona parte l’attuale Colombia, come abbiamo detto sopra) per cui ha combattuto in precedenza lo riconosce come capo ufficiale degli esuli venezuelani e lo aiuta nei suoi propositi di indipendenza, in cambio Bolivar conduce una campagna vittoriosa contro i realisti di Santa Fe (l’attuale Bogotà). In quegli anni il condottiero venezuelano gira per i Caraibi sotto protezione prima degli Inglesi e poi del libero governo di Haiti; inizia a pensare in grande e riprendendo tesi di altri prima di lui decide di dedicare la sua vita alla creazione di un grande stato del Sud America, una sorta di Stati Uniti del Sud America e per fare questo il primo passo deve essere la creazione di un grande stato costiero (la futura Grande Colombia). E’ un progetto ambizioso e Bolivar commette un imperdonabile errore: si circonda di uomini che vogliono combattere con lui per l’indipendenza, ma non seleziona unicamente quelli che sono d’accordo con la sua grande idea unitaria. Sono di nuovo battaglie dal 1816 al 1818. La situazione però sembra volgere al meglio.

E’ il 1819 l’anno cruciale per il Sud America, Bolivar insieme al neograndino Santander comincia la definitiva campagna di liberazione della Colombia liberando una volta per tutte Santa Fe dal controllo spagnolo. Nel Dicembre del 1819 fonda la Grande Colombia di cui diventa primo presidente. per la storia della Grande Colombia rimandiamo direttamente a quanto scritto nell’articolo di qualche mese fa (https://isoladigiava.wordpress.com/2012/04/03/storie-brevi-grande-colombia/) . La campagna di liberazione di Bolivar si conclude con la definitiva sconfitta spagnola nella battaglia navale di Maracaibo del 1823.  A questo punto Bolivar si incontra con un altro  de “libertadores” per definire la questione del Perù: Jose de San Martin. La campagna militare congiunta dei due condottieri porta alla totale liberazione del Perù ed alla nascita dello stato della Bolivia (che prende il suo nome proprio dal Venezuelano), di entrambe queste nazioni Bolivar sarà nominato presidente. Siamo al 1825.

Bolivar è stato bravo sul piano militare, ma ora l’aspetta la sfida politica. Ha l’occasione di trasformare in realtà la sua idea di un grande stato unitario del Sud America, ma non è preparato ad affrontare l’ostilità di una intera classe dirigente che sino al giorno prima l’ha osannato. Di fatto il panorama politico è estremamente frazionato e ogni nazione preferisce guardare nel proprio orticello piuttosto che condividere con gli altri un percorso di unione e di prosperità.  Si fa strada una proposta meno invasiva ad opera di Santader, egli vuole creare una federazione di stati indipendenti tra loro, ma Bolivar non è d’accordo, vuole uno stato unico e nel 1827 si proclama dittatore entrando in collisione con l’ex amico. Questa è la mossa che sancisce la fine del del suo sogno. Una serie di congiure minano il suo potere accentratore e lo stesso Santander cerca di farlo uccidere. Il Perù si dichiara indipendente nel 1829 e l’anno dopo è il suo amato Venezuela ad abbandonarlo (Bolivar rimane comunque presidente sino al Maggio 1830).

Bolivar amareggiato e malato (tubercolosi) decide di tornare in Europa, sa di non essere presenza gradita in Venezuela e si fa aiutare da vicini con cui tanto a condiviso, i futuri Colombiani, creando però un clima di instabilità diplomatica tra le due nazioni. Bolivar giunge a Santa Marta con l’idea di partire da lì alla volta del vecchio continente, ma la malattia è più veloce di lui e lo fa morire il 17 Dicembre del 1830.

L’anno dopo la Grande Colombia si dissolveva definitivamente. Il Sud America restava diviso in tanti stati separati, spesso in lotta aperta tra loro, lasciando lo spiraglio aperto ad altre guerre ed altre tragedie.

Monumento a Bolivar e San Martin

Monumento a Bolivar e San Martin

In prossimità del centenario della Prima Guerra Mondiale

Come ben sapete quest’anno ricorre il centenario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale. Il 28 Luglio 1914 l’Austria dichiarava guerra alla Serbia scatenando una reazione a catena che avrebbe coinvolto interi continenti in una estenuante e sanguinosa guerra. Di recente ci siamo occupati della Prima Guerra Balcanica e contestualmente anche della successiva Seconda Guerra Balcanica, due eventi che precedettero di poco il grande evento bellico anticipandone molte problematiche e controversie. Questo evento storico oggi sembra molto lontano e distante, eppure non è così. Cento anni di storia non sono un lasso di tempo realmente ampio, basti pensare che con tutta probabilità molti dei nostri bisnonni possono aver combattuto in quella guerra: stiamo parlando di tre generazioni fa! Certo possediamo quasi unicamente filmati e fotografie in bianco e nero e questo ci da l’illusione che si tratti di qualcosa di lontano, ma lo stesso discorso può valere anche per la Seconda Guerra Mondiale. No, non sono eventi così lontani da noi.

Eventi vicini, ma che in pochi conoscono ad un livello approfondito. I libri di scuola descrivono solo i fatti fondamentali di quegli anni, sorvolando su storie, uomini ed eventi che sono stati protagonisti di quei giorni drammatici. Per questo abbiamo deciso di dedicarci ad un progetto molto semplici e al tempo stesso impegnativo. Seguiremo giorno dopo giorno i grandi eventi svoltisi dal 1914 al 1918, vedremo le battaglie, gli uomini, le nazioni e i retroscena. Sarà un viaggio impegnativo che si snoderà per oltre quattro anni. E il primo appuntamento sarà inevitabilmente fissato al 28 Giugno…

Cosa successe il 28 Giugno 1914?

Manifesto britannico per i volontari di guerra.

Manifesto britannico per i volontari di guerra.

Storie brevi: massacro di My Lai

La storia dell’area geografica indocinese è molto complessa e nel ‘900 è stata costellata da un susseguirsi di guerre e tragedie. I Francesi avevano assoggettato l’intera area creando l’Indocina Francese nel 1887.  Durante la Seconda Guerra Mondiale l’intera area era stata posta sotto l’occupazione giapponese che aveva creato uno stato fantoccio avverso ai precedenti colonizzatori, sostanzialmente i Giapponesi avevano acceso la miccia della spinta indipendentista dell’intera area, furono infatti i guerriglieri comunisti di Ho Chi Minh e del generale Giap (scomparso poco meno di un mese fa all’età di 102 anni) gli unici a contrastare la presenza delle truppe nipponiche. Dopo la guerra le colonie dichiararono la loro indipendenza rifiutandosi di tornare sotto la sfera di influenza francese, ne nacque una aspra guerra conclusasi con la sconfitta della Francia nel 1954. La particolare situazione dell’area, il pericolo di dominio da parte di regimi comunisti e una divisione poco intelligente dei territori portarono al successivo intervento nell’area da parte degli Stati Uniti in quella che è diventata universalmente famosa come Guerra del Vietnam (1960 – 1975) .

Durante il conflitto vietnamita l’aspetto predominante era l’impossibilità di un esercito convenzionale a dare battaglia ai guerriglieri comunisti in campo aperto, questi infatti usavano tattiche di “mordi e fuggi” e la loro conoscenza del territorio li rendeva sin troppo pericolosi e sfuggenti. I famigerati Viet Cong si infiltravano ovunque nei villaggi e nelle città del Vietnam del Sud (lo stato protetto dagli Stati Uniti) ed era quasi impossibile individuarli per tempo. I comandanti americani decisero quindi di condurre una guerra in maniera atipica. La prima cosa che fecero fu di provare ad evacuare i villaggi di campagna per raggrupparli in villaggi-fortezza appositamente costruiti e controllati militarmente da truppe americane e sudvietnamite, questo genere di operazione è al centro del film “Berretti Verdi” del 1968 con John Wayne. In secondo luogo si decise di condurre un pattugliamento mobile del territorio, senza creare un sistema di presidio stabile e duraturo: ci si spostava dove il nemico era segnalato, lo si attaccava, lo si distruggeva e poi si tornava alla base lasciando il territorio di nuovo alla mercé di potenziali nemici (una tattica giudicata meno costosa di quella convenzionale e della cui efficacia si discute ancora oggi). Queste operazioni erano le famose  “search and destroy” (visibile in film come “Platoon”, “Il Cacciatore” e “Forrest Gump”).

Il problema di “search and destroy” era che molto spesso i Viet Cong si rifugiavano ed erano appoggiati dai villaggi di contadini, era difficile capire chi fosse un nemico e chi no e le imboscate erano all’ordine del giorno.

All’alba del 16 Marzo del 1968 alcuni elicotteri stanno sorvolando alcuni villaggi vietnamiti dove è stata segnalata attività de guerriglieri, effettivamente vengono sparati diversi colpi in direzione degli elicotteri di ricognizione e quindi si decide di fare intervenire la fanteria per ripulire la zona dai Viet Cong. Le truppe vengono trasportate dagli elicotteri e lasciate nei pressi dei villaggi alle 7.30. Quasi tre ore dopo un elicottero americano di ricognizione passa sull’area per controllare lo svolgimento dell’operazione e l’equipaggio nota subito che qualcosa non va (come testimonieranno le registrazioni delle comunicazioni radio verso la base): ci sono troppi civili morti e in posizioni troppo strane, sembra che siano stati fucilati piuttosto che siano morti in combattimento, dall’alto è anche possibile distinguere almeno due fosse comuni, qualcosa non torna. L’elicottero comincia quindi a girare sempre più basso sopra l’area per capire meglio la situazione. Non ci vuole molto perchè i tre uomini dell’equipaggio vedano quello che sta realmente accadendo: esecuzioni sommarie, stupri, omicidi di bambini e neonati, non si salva nessuno, neppure gli animali (Oliver Stone nel suo film “Platoon” mostrerà una situazione molto simile). A quel punto l’elicottero prova ad intervenire frapponendosi tra i civili rimasti vivi e le truppe di fanteria, minacciando di aprire il fuoco contro i soldati se quello scempio fosse continuato. Alle 11.30 l’elicottero ed il suo equipaggio rientrarono alla base dove fecero immediatamente rapporto su quanto avvenuto nella zona di My Lai.

L’atteggiamento delle autorità militari fu molto subdolo. Si cercò in tutti i modi di evitare fughe di notizie nel tentativo di oscurare l’intera storia, in un primo momento le truppe colpevoli della strage vennero addirittura elogiate per il grande successo ottenuto nel contrastare il nemico durante quell’operazione. Una commissione interna intanto cercava di scoprire chi fossero i reali responsabili dell’eccidio in attesa di decidere il da farsi. La verità però cominciò a venire a galla: mesi dopo il massacro iniziarono a circolare lettere di alcuni soldati di fanteria che accusavano le proprie unità di brutalità nei confronti della popolazione vietnamita, le lettere erano estremamente dettagliate e non lasciavano scampo all’immaginazione. L’esercito cominciò un’opera di imboscamento e di “white-washing” delle notizie, nulla doveva arrivare alla stampa. Tra i responsabili di questa operazione di imboscamento c’era anche un giovane Colin Powell, futuro Segretario di Stato sotto l’amministrazione Bush Jr. tanto per gradire.

La storia venne scoperta da un giornalista solo nel novembre del 1969 e racimolando dal materiale fotografico pubblicò un articolo. In contemporanea un soldato aveva mandato una lettera in cui parlava del massacro direttamente al suo rappresentante al Congresso degli Stati Uniti, dando via al polverone istituzionale.

In realtà non successe nulla di eclatante. La Corte Marziale si pronunciò contro gli ufficiali responsabili della strage, ma di fatto questi vennero graziati dopo qualche anno di arresto ai domiciliari. Pene estremamente miti (se non inesistenti) vennero date ai militari responsabili di aver insabbiato il caso. Si pensi che il maggior responsabile della strage oggi è un uomo libero che fa il gioielliere in Georgia…

Il 16 Marzo 1968 vennero uccisi 347 civili vietnamiti, dei quali forse 2 o 3 erano Viet Cong, gli altri erano innocenti alcuni dei quali neppure in grado di combattere in quanto bambini e neonati.

Non hanno ricevuto giustizia.

BloodyImperialistFlag

Storie brevi: Nation of Islam

Gli Stati Uniti sono un calderone sempre accesso di nuove religioni e di sette fantasiose, all’interno dei suoi immensi stati vanno creandosi sempre nuove correnti e varianti delle religioni tradizionali. Ci sono diverse motivazioni per questo comportamento compulsivo della popolazione americana. In primo luogo abbiamo la fondamentale componente Cristiana Protestante che già per sua natura tende a favorire il proliferare di Chiese diversificate ed autonome. Non va poi sottovalutata l’estrema confusione generata dal rimescolare così tante etnie tutte insieme, ognuna con le proprie credenze e tradizioni: il risultato non poteva che essere un frullato di dubbio gusto dove ogni ingrediente cerca disperatamente di dimostrarsi più importante degli altri. Lo spaesamento delle culture mescolate all’estremo ha portato via via al fenomeno opposto, ha portato alla nascita di sette sempre nuove in cerca dell’affermazione della propria unicità. Infine l’aver massacrato la popolazione autoctona ha portato a dover reinventare la religione del suolo americano cercando di legarla alla storia spirituale del resto del pianeta. Un gran calderone, come dicevo poco sopra! Oggi analizzerò una delle più controverse tra le sette americane: la Nation of Islam.

La setta nasce nel 1930 a Detroit e il suo fondatore non è considerato un profeta bensì una vera e propria reincarnazioni di Allah. Quest’uomo, conosciuto col nome di Wallace Fard Muhammad, ha avuto una vita alquanto misteriosa e poche sono le notizie che ci sono giunte su di lui, le stesse autorità degli Stati Uniti sanno poco circa i suoi spostamenti e la sua scomparsa. Ma già dalla prima affermazione poco sopra si può intuire che la NOI non è un gruppo religioso musulmano convenzionale. Negli anni si è molto sviluppata e il numero degli adepti è cresciuto sensibilmente soprattutto negli anni ’60 e ’70, quando il tema della segregazione razziale giungeva all’apice del dibattito. Il successore di Fard, Elijah Muhammad sosteneva che i discendenti degli schiavi provenienti dall’Africa dovevano tornare alle proprie origini e riscoprire la vera fede dei loro antenati e delle loro nazioni di origine. La scelta chiaramente doveva ricadere sul credo islamico e non sul semplice e malleabile animismo delle tribù africane.

La NOI però non si ferma qui. Oltre ad elevare Fard al ruolo di vero Messia, con tanto di chiari riferimenti alla Bibbia, si ipotizza una bizzarra storia della creazione degli esseri umani. In sostanza Allah ha creato i neri come gente originaria e dominatrice del mondo (e fin qui i paralleli con l’evoluzione della razza umana ci sono), successivamente gli scienziati neri avrebbero creato le altre razze in laboratorio e avrebbero preparato un piano evolutivo di 25.000 anni. In tutto questo il periodo di sofferenza e schiavismo del “popolo eletto nero” sarebbe stata prevista nella Bibbia. Bibbia, che come il Corano, sarebbe stata creata dagli stessi scienziati neri. L’idea di un gruppo di “scienziati creatori” è molto diffusa in diverse sette nate nel ‘900, basti pensare a Scientology.

Una delle caratteristiche fondamentali del NOI è l’acceso razzismo nei confronti della altre razze e un odio viscerale per l’Ebraismo ed i suoi rappresentanti, anche se negli anni ci sono stati diversi contatti tra il NOI e i gruppi ebraici anti-sionisti della setta Neturei Karta. Inoltre una delle idee di punta è quella della creazione di uno stato unicamente nero ed islamico all’interno degli Stati Uniti. Per il resto molti dei precetti del NOI sono i medesimi della religione musulmana, soprattutto per quello che riguarda i 5 pilastri dell’Islam… sempre considerando l’eccezione della natura divina di Fard e il ruolo di novello profeta assunto da Elijah Muhammad.

Nel corso degli anni molti afroamericani sono entrati a far parte di questa setta o comunque ne hanno condiviso alcune posizioni. Tra di esse possiamo ricordare in prima fila Malcom X (passato successivamente all’Islam Sunnita e morto proprio a causa di alcuni suoi scontri ideologici con Elijah Muhammad) e persone del calibro di Muhammad Ali (passato anche lui al Sunnismo e poi al Sufismo).